The Substance 

The Substance (2024) – Coralie Fargeat

The Substance si configura come un’opera stratificata che, sotto le spoglie di un horror disturbante, offre una critica profonda alla società contemporanea. Il film esplora i rapporti tra corpo, identità e cultura dell’immagine, interrogandosi su cosa significhi essere autentici in un mondo ossessionato dalla perfezione estetica e dalla giovinezza eterna. Attraverso una narrazione visivamente potente e concettualmente densa, Fargeat intreccia influenze del body horror di Cronenberg, Yuzna e delle visioni oniriche di Lynch per costruire un’opera che inquieta e costringe lo spettatore a una riflessione critica sul proprio rapporto con il corpo e con il sistema mediatico.

Elisabeth Sparkle, interpretata da una straordinaria Demi Moore, incarna una figura archetipica della società dello spettacolo: ex icona del fitness degli anni Ottanta, rappresentazione televisiva di una bellezza prefabbricata e vendibile, Elisabeth si trova ora abbandonata da quel sistema che l’aveva glorificata. Il passare del tempo ha fatto di lei un simbolo di obsolescenza in un contesto che esalta la giovinezza come unico valore. La sua disperazione nel voler riconquistare il proprio posto nel mondo, accettando di provare il siero sperimentale The Substance, diventa una parabola sulla condizione umana in una società che rigetta l’invecchiamento e la mortalità come segni di debolezza.

La trasformazione che avviene attraverso The Substance è tutt’altro che una semplice metamorfosi fisica: quando dal corpo di Elisabeth emerge Sue, interpretata da Margaret Qualley, siamo di fronte non solo a una versione più giovane e attraente della protagonista, ma a una figura del tutto autonoma. Sue rappresenta il massimo ideale estetico imposto dalla società contemporanea, ma anche il paradosso della perfezione: una bellezza che consuma chi tenta di raggiungerla. L’orrore del film risiede proprio nella relazione tra Elisabeth e Sue, un conflitto che non si limita a opporre l’autenticità all’artificio, ma che scava nei meccanismi di alienazione che definiscono il soggetto nella modernità.

Il deterioramento del corpo di Elisabeth, ridotto a un guscio deforme, è una potente metafora del prezzo della disumanizzazione. In questo senso, The Substance richiama il body horror di Cronenberg, dove il corpo diventa il campo di battaglia tra tecnologia, cultura e biologia. Come in Videodrome (1983), anche qui il corpo si trasforma in risposta a pressioni esterne, in un processo che riflette l’imposizione di modelli di controllo e conformità. Al tempo stesso, il film dialoga con Society (1989) di Brian Yuzna, in cui l’orrore corporeo si intreccia con una feroce critica delle gerarchie sociali, trasformando il corpo stesso in simbolo di esclusione e consumo. In entrambi i casi, il corpo, apparentemente il mezzo di ascesa, si rivela una prigione, un luogo di alienazione e sfruttamento. Il siero, inizialmente presentato come una promessa di rigenerazione, si rivela una trappola che forza Elisabeth a confrontarsi con l’incompatibilità tra ciò che è e ciò che le viene richiesto di essere. La trasformazione non è una liberazione, ma una condanna: il corpo si sgretola, l’identità si disintegra.

La figura di Sue, apparentemente vincente, è altrettanto complessa. Sebbene incarnazione della perfezione estetica, Sue non è libera; è piuttosto un prodotto dell’immaginario collettivo, una costruzione artificiale che vive solo attraverso lo sguardo degli altri. Qui Fargeat si avvicina al pensiero di Jean Baudrillard, secondo cui nella società dell’immagine non esiste più una distinzione tra realtà e rappresentazione: Sue è il simulacro, il modello ideale che ha sostituito l’originale. Il suo successo non è reale, ma dipende interamente dalla sua conformità agli standard imposti.

Come John Merrick, il protagonista di The Elephant Man (1980) di Lynch, anche Elisabeth è vittima di un sistema che misura il valore umano esclusivamente in base all’aspetto esteriore. Se Merrick viene trattato come un mostro per le sue deformità, Elisabeth subisce una sorte opposta ma complementare: è rigettata perché il suo corpo non è più conforme agli ideali di bellezza e giovinezza. La vera mostruosità, in entrambi i casi, risiede nella società che crea e perpetua tali ideali, disumanizzando chi non vi si conforma.

La critica alla televisione e ai media è centrale nel film. Elisabeth, costruita e consumata dal sistema televisivo, rappresenta il corpo-oggetto, ridotto a prodotto commerciale e poi scartato quando non più utile. In questo senso, The Substance offre una riflessione sulla mercificazione del corpo nella cultura capitalistica contemporanea, dove l’immagine è tutto e il contenuto viene svuotato di significato. Come in Videodrome, il medium non si limita a trasmettere messaggi, ma interviene direttamente sul corpo e sulla mente, ridefinendo le identità secondo logiche di mercato.

Il rapporto tra Elisabeth e Sue funge da allegoria per il conflitto universale tra l’essere autentico e l’immagine idealizzata. Sue non è solo una minaccia per Elisabeth, ma per chiunque cerchi di esistere al di fuori degli standard imposti. La sua ascesa e il simultaneo declino di Elisabeth riflettono la crudeltà di un sistema che glorifica la giovinezza e marginalizza chi è considerato imperfetto o superato. La perfezione di Sue, lungi dall’essere un trionfo, è una forma di schiavitù che esige la distruzione dell’autenticità.

In ultima analisi, The Substance si configura come una riflessione filosofica sulla natura della mostruosità. Fargeat dimostra che i veri mostri non sono le deformità fisiche o le trasformazioni raccapriccianti, ma le strutture sociali che disumanizzano, consumano e sacrificano l’essenza umana per l’apparenza. Il film invita lo spettatore a interrogarsi su cosa significhi essere autentici in un mondo che riduce l’identità a una performance e l’esistenza a un prodotto estetico. Come Lynch, Cronenberg e Yuzna, Fargeat offre un’esperienza che inquieta e stimola, un’opera che si spinge oltre i confini dell’horror per sondare le profondità dell’animo umano e della società che lo forgia.

Voto: ★★★★☆

Parthenope

Parthenope (2024) – Paolo Sorrentino

Parthenope è un tributo viscerale e onirico alla città di Napoli, che diventa protagonista e sfondo di una narrazione sospesa tra realtà e mito. Con la sua inconfondibile estetica barocca, Sorrentino offre un viaggio sensoriale e poetico, dove la bellezza si fonde con il disincanto e il sacro si intreccia al profano. Un racconto che è tanto un’esperienza visiva quanto emotiva.

La storia segue Parthenope, interpretata dalla magnetica Celeste Dalla Porta, una figura affascinante e misteriosa che, a differenza della sirena mitologica da cui prende il nome, non si lascia sopraffare dal fallimento. Al contrario, sceglie di navigare tra le acque tumultuose della vita. Il film attraversa decenni, dagli anni ’50 ai giorni nostri, dipingendo un affresco nostalgico e struggente dell’Italia del secondo Novecento. Il viaggio di Parthenope si snoda tra Napoli, Capri e Trento, luoghi simbolici che, oltre a rappresentare un percorso geografico, riflettono le sue trasformazioni interiori. Parthenope attraversa la vita con una miscela di innocenza e sensualità, sfidando le convenzioni in un percorso di crescita che è tanto spirituale quanto carnale. I suoi amori, le sue perdite, le sue scelte sembrano essere dettate più dal cuore che dalla ragione, rispecchiando quella stessa tensione che attraversa Napoli, una città segnata da contraddizioni, ma che conserva un fascino irresistibile.

Al centro del film si erge infatti il dualismo tra Parthenope e Napoli, un rapporto che Sorrentino esplora con maestria. Napoli non è solo lo sfondo della storia, ma diventa un personaggio a sé stante, che si (con)fonde con la protagonista, riflettendo le sue contraddizioni e ambiguità. La città è un luogo dove il sacro e il profano convivono senza soluzione di continuità, dove bellezza e decadenza si intrecciano in modo indissolubile. Le strade strette dei quartieri popolari, i sontuosi palazzi barocchi e le acque del golfo che riflettono luci e ombre: Sorrentino restituisce un ritratto di Napoli che è un atto d’amore e una critica allo stesso tempo, dipingendola come una città che, pur non riuscendo mai a fare i conti con le proprie contraddizioni storiche e sociali, rimane irresistibile nella sua fragilità.

Il desiderio è uno dei temi centrali del film, e viene esplorato in tutta la sua ambiguità. Parthenope afferma: “Il desiderio è pieno di mistero e il sesso è il suo funerale.” Una riflessione che evoca la fine del desiderio, ormai trasformato in un atto fisico privo della sua iniziale spinta misteriosa. La protagonista, pur immersa nell’amore e nel desiderio, sembra consapevole della transitorietà di ogni piacere, una visione che si riflette anche sulla città di Napoli, che, pur nella sua bellezza decadente, deve fare i conti con il peso della sua storia e della sua condizione attuale. “Abbandonati a un’estate perfetta, siamo stati bellissimi e infelici,” dice ancora Parthenope, racchiudendo in queste parole la nostalgia per un passato irrecuperabile e l’inevitabile disincanto che accompagna la maturità. Parthenope si rivela quindi un film che riflette sul trascorrere del tempo, sulla perdita dell’innocenza e sulla graduale perdita della capacità di meravigliarsi, temi cari a Sorrentino, che in numerose interviste ha dichiarato: “Più vai avanti negli anni, meno ti innamori, meno ti diverti, e diminuisce anche la tua capacità di meravigliarti. Però riesci a vedere le cose, a vederle in profondità.

Lo stile visivo di Sorrentino in Parthenope è esuberante e, seppur un po’ ridondante, ogni inquadratura è studiata al millimetro, con una maniacale attenzione alla composizione e alla luce, che dona a ogni scena un’aura di surreale bellezza. La fotografia, ricca di colori saturi e contrasti marcati, esalta la fisicità dei luoghi e dei personaggi, creando un forte impatto visivo che lascia lo spettatore incantato. Le immagini di Napoli sono evocative e simboliche, indissolubilmente legate al percorso interiore della protagonista. La colonna sonora, come nei suoi film precedenti, gioca un ruolo fondamentale nel costruire l’atmosfera. Alternando brani di musica classica, che conferiscono solennità, a pezzi moderni e pop, che aggiungono ironia e leggerezza, Sorrentino mescola alto e basso, sacro e profano, creando un gioco di contrasti che riflette perfettamente la natura della sua Napoli e della sua protagonista.

Parthenope non cerca di compiacere il grande pubblico, ma è un’opera densa, conturbante e intensa, che richiede un approccio aperto, disposto a lasciarsi trasportare in un viaggio di ricchezze suggestive e riflessioni che si sedimentano a lungo nella memoria. Per chi sa apprezzare la complessità, la bellezza e la malinconia che permeano la sua visione del mondo, Parthenope si rivela quindi un’opera affascinante e seducente, un inno alla vita in tutte le sue contraddizioni. Sorrentino celebra ancora una volta Napoli, ma con la maturità di un regista che ha perfezionato la sua capacità di guardare oltre la superficie, offrendo un ritratto che è al contempo universale e profondamente personale, dove Parthenope e la città si fondono in una riflessione sul desiderio, sul tempo e sulla bellezza che trascende le sue contraddizioni.

Voto: ★★★☆☆