An Elephant Sitting Still 

An Elephant Sitting Still (2018) – Hu Bo

An Elephant Sitting Still è un’opera che trascende la narrazione cinematografica per farsi esperienza esistenziale, un viaggio nella disperazione, nell’alienazione e nel desiderio di fuga che si dipana con il ritmo inesorabile della vita stessa. Hu Bo, con il suo unico lungometraggio, consegna al cinema contemporaneo un testamento di rara profondità, un grido soffocato che riecheggia nel silenzio di una società che ha dimenticato l’essenza dell’umanità. Il film si insinua negli spazi vuoti dell’esistenza, nei gesti minimi, nelle parole non dette, nei volti segnati da una stanchezza che sembra irreversibile. In un panorama cinematografico spesso affollato da effetti speciali e narrazioni rapide, l’approccio di Hu Bo appare quasi anacronistico e tuttavia di un’urgenza sorprendente: più che compiacere, egli vuole che lo spettatore viva la stessa pressione che grava sui personaggi, come se, nello scrutare i loro sguardi svuotati di speranza, ci si ritrovasse a condividere un senso di sradicamento irreparabile.

La giornata dei quattro protagonisti si consuma nel grigio di una città senza nome, un intreccio di palazzi decadenti e strade vuote che diviene specchio di un mondo in disfacimento. Wei Bu, adolescente schiacciato da un sistema che non offre scampo, reagisce con un gesto impulsivo che lo costringe a fuggire verso l’ignoto. Huang Ling, prigioniera di una relazione proibita e di una solitudine ancor più opprimente, vaga alla ricerca di un calore che si dissolve a ogni passo. Il signor Wang, anziano relegato ai margini dalla sua stessa famiglia, sperimenta l’inesorabile scivolare verso l’irrilevanza. Yu Cheng, giovane uomo tormentato dal rimorso, porta sulle spalle un passato che non concede redenzione. Ciascuno, per ragioni diverse, volge lo sguardo a Manzhouli, dove si dice che un elefante rimanga seduto, immobile e insensibile al dolore del mondo. L’anonimato di questa città, con i suoi cieli plumbei e i corridoi infiniti, rende ogni via di fuga una chimera: nei volti irrigiditi e negli spazi compressi si riflette l’assenza di orizzonti possibili.

Eppure l’elefante, più che semplice meta, diventa la proiezione di un desiderio di sospensione: un bisogno impellente di arrestare il frastuono dell’esistenza senza dover lottare o spiegare. In un universo che spinge costantemente all’azione, l’idea di fermarsi è già una ribellione, un gesto estremo di autodifesa che cerca di preservare l’intimità più profonda. Non c’è rassegnazione in questa immobilità, bensì la disperata ricerca di una tregua: come un totem, l’elefante accoglie la speranza di chi lo osserva, forse per concedere almeno un momento di silenzio, un interludio di respiro. Ma l’umanità ferita di An Elephant Sitting Still continua a muoversi, perché per chi soffre non esiste stasi definitiva: l’urgenza di fuggire dalla propria miseria è più forte di ogni desiderio di resa.

Hu Bo non si limita a raccontare la sofferenza: la fa vivere con lunghe sequenze che catturano i personaggi nelle loro ore più tetre. La macchina da presa li insegue senza tregua, intrappolata anch’essa in una sorte da cui non riesce a deviare. Ogni scena si dilata in un tempo sospeso, costringendo lo spettatore a partecipare all’angoscia di chi abita uno spazio claustrofobico. Non si cerca la catarsi, né il conforto: soltanto la nuda realtà, cruda e priva di orpelli. L’estetica dei piani sequenza diventa una sfida alla fruizione comune, privando di pause o scorciatoie narrative: la fatica di vivere si riflette nella fatica di guardare, di rimanere presenti fino all’ultimo, senza poter distogliere gli occhi.

Anche il contesto urbano che Hu Bo ritrae non lascia speranze di pacificazione: una Cina dalle città cresciute troppo in fretta, spazi di disumanizzazione dove gli individui sembrano ombre alla deriva. Le relazioni umane sono fragili, segnate dall’opportunismo e dalla violenza, con famiglie incapaci di offrire un riparo affettivo. In questo mondo fatto di cemento e competizione, persino il silenzio diventa assordante, interrotto solo da rumori di passi su superfici umide e suoni ambientali che pesano come macigni. Eppure, proprio in questi luoghi di desolazione, si intravedono minuscoli bagliori di solidarietà: un sorriso appena accennato, un gesto inaspettato, un lampo di premura che brilla nel buio. Sono squarci di umanità che, pur se rari e fuggevoli, confermano l’istinto di resistenza di chi ancora non si è lasciato spegnere del tutto.

La fotografia fredda e desaturata sottolinea il senso di isolamento, come se ogni traccia di colore fosse stata tolta per rivelare l’ossatura gelida di un’esistenza al limite. La colonna sonora, di fatto assente, amplifica la percezione del silenzio e dei rumori di fondo: l’eco incessante dei motori, i respiri affannati, le frasi strappate a mezza voce. Non è un cinema di seduzione o evasione, ma un’esperienza che obbliga a rimanere, ad ascoltare, a confrontarsi con la materia grezza della vita stessa. Ogni suono, anche il più banale, diventa testimonianza di un’umanità che, pur nel dolore, persiste.

La morte prematura di Hu Bo, avvenuta poco dopo la conclusione del film, proietta un’ombra ancora più cupa su An Elephant Sitting Still: la sua scomparsa a soli ventinove anni trasforma l’opera in un testamento artistico e umano, suggellando in ogni fotogramma l’inquietudine e la sensibilità di chi forse non riusciva più a trovare un posto nel mondo. Il film è così un monumento alla disperazione e un grido d’aiuto inascoltato, oltre che un capolavoro del cinema contemporaneo. In questa unicità sofferta, si rivela la forza di un autore che, attraverso la lente poetica della propria inquietudine, ha lasciato un segno indelebile.

Alla fine, ciò che resta non è solo l’immagine di un elefante immobile in un angolo remoto del mondo, ma la consapevolezza che, nonostante tutto, l’uomo continua a cercare un senso, a muoversi, a desiderare un altrove. An Elephant Sitting Still non è una storia di fuga, ma di resistenza. Non una resa, ma un atto estremo di testimonianza. In un mondo che divora i suoi figli senza pietà, il film di Hu Bo è una ferita aperta, un grido soffocato, un invito a guardare senza paura negli occhi della disperazione. E proprio in questo sguardo che non si distoglie sta il senso ultimo del film: solo chi ha il coraggio di resistere al vuoto, di rimanere presente di fronte al dolore, può sperare di scorgere, tra le macerie, la scintilla di una possibile verità. Così, la marcia ostinata dei protagonisti verso l’ignoto si fa simbolo di un’umanità che, nonostante ogni ostacolo, non rinuncia a vivere. E l’elefante, immobile e impassibile, diventa il riflesso di un desiderio collettivo di sospensione, di pietà, di un istante di tregua in cui smettere di lottare e ascoltare, finalmente, il silenzio che ha tanto da raccontare.

Voto: ★★★★☆

Hotel by the River

Hotel by the River (2018) – Hong Sang-soo

Girato in un austero bianco e nero e permeato da una malinconia crepuscolare, Hotel by the River rappresenta forse il culmine artistico del prolifico autore coreano. Mai come in questo film, Hong Sang-soo riflette sulla vita e soprattutto sulla morte, dando vita a uno dei suoi lavori più profondi, poetici e struggenti.

Ambientato in un piccolo e remoto hotel lungo il fiume Han, avvolto da un paesaggio invernale quasi irreale, il film segue le giornate di un anziano poeta che, senza una ragione apparente, sente avvicinarsi la propria fine. L’uomo si trova lì da tempo, come se avesse scelto quel luogo per attendere in solitudine il compiersi del proprio destino. Tuttavia, consapevole di aver trascurato per anni il rapporto con i suoi due figli, decide di convocarli per un ultimo incontro, forse nel tentativo di ricucire un legame ormai logorato dalla distanza e dal tempo. I due giovani accolgono l’invito e si recano all’hotel, ma per un inspiegabile gioco del destino, nonostante lo spazio ristretto, l’incontro tra loro e il padre sembra continuamente sfuggire. Si cercano, si sfiorano, si avvicinano eppure non riescono mai a trovarsi davvero, come se un velo invisibile li separasse. E quando finalmente il confronto avviene, il momento scivola via con la stessa inconsistenza della neve che si scioglie sotto i passi. I due figli, ormai adulti, portano sulle spalle il peso delle proprie esistenze fragili e imperfette. Uno ha alle spalle un matrimonio fallito, l’altro è incapace di costruire relazioni sentimentali a causa di un’inquietudine più profonda, forse radicata in una figura materna troppo opprimente. Entrambi, pur rispondendo alla chiamata del padre, sembrano emotivamente distanti, incapaci di manifestare un reale coinvolgimento. Il poeta, a sua volta, è un uomo che, pur avendo dedicato la sua vita alla parola e alla bellezza della poesia, si ritrova ora solo, spettatore silenzioso di un’esistenza che sembra avergli sottratto l’unica cosa che conta davvero: il contatto umano autentico.

Nel medesimo hotel soggiornano anche due giovani donne, la cui presenza introduce un secondo racconto parallelo, altrettanto delicato e struggente. Una di loro è fuggita lì per ritrovare se stessa dopo il tradimento dell’uomo che amava. L’altra, sua amica, è con lei per offrirle conforto, per tenerle la mano nel dolore. Le due trascorrono gran parte del tempo rannicchiate l’una accanto all’altra, condividendo confidenze e silenzi, alternando brevi passeggiate nella neve a momenti di quieta intimità. A differenza degli uomini, prigionieri della propria incapacità comunicativa, le due donne si aprono l’una all’altra con una sincerità disarmante. Nei loro sguardi e nei loro abbracci si percepisce un’empatia profonda, una dolcezza che sfida la durezza della vita e il gelo dell’inverno.

Hong Sang-soo costruisce un universo in cui il mondo maschile e quello femminile appaiono quasi come due dimensioni parallele, destinate a non toccarsi mai davvero. Il poeta, tuttavia, diventa il solo elemento di connessione tra questi due poli. Affascinato dalla grazia e dalla bellezza delle due giovani, si lascia ispirare dalla loro presenza e, dopo un lungo periodo di silenzio creativo, trova nuovamente la forza di comporre versi. È un momento fugace, un guizzo di ispirazione nel bel mezzo del vuoto esistenziale, un’illusione che illumina temporaneamente l’oscurità. L’hotel stesso diventa un simbolo potente di questa riflessione sulla vita e sulla morte: un luogo di passaggio, di sospensione, in cui il tempo sembra essersi fermato, ma dove le esistenze dei suoi ospiti continuano a scorrere, sfiorandosi senza mai intrecciarsi veramente. A fargli eco c’è il fiume Han, che scorre imperturbabile accanto alla struttura, incarnando l’inesorabilità del tempo e la transitorietà della vita umana.

Attraverso il suo inconfondibile stile minimalista, fatto di lunghe inquadrature, dialoghi apparentemente banali e momenti di silenzio eloquente, Hong Sang-soo riesce ancora una volta a trasformare la quotidianità in poesia. Il suo cinema è un cinema di dettagli: un gesto esitante, uno sguardo abbassato, un bicchiere di soju sorseggiato nel freddo dell’inverno. Ma in questi dettagli si nasconde un universo di significati, un’intera riflessione sulla condizione umana, sull’amore, sulla perdita e sulla solitudine.

In definitiva, Hotel by the River è una meditazione dolceamara sul senso della vita, un’opera che lascia un segno profondo per la sua delicatezza e la sua capacità di catturare l’incomunicabilità tra gli esseri umani. Hong Sang-soo osserva con sguardo limpido e malinconico la fragilità dei legami, il lento scivolare del tempo e l’impossibilità di trattenere ciò che inevitabilmente sfugge. È un film sulla memoria e sull’oblio, sulla distanza che si insinua tra le persone e sulla vana speranza di colmare quel vuoto prima che sia troppo tardi. Come il fiume Han che scorre accanto all’hotel e la neve che si posa lieve prima di dissolversi, la vita si consuma nel silenzio, sospesa tra il desiderio di restare e l’inevitabilità del distacco. Nel suo bianco e nero essenziale, Hotel by the River restituisce un mondo in bilico tra la presenza e l’assenza, tra la parola e il silenzio, tra ciò che è stato e ciò che è destinato a perdersi. Nulla si arresta, nulla si trattiene: resta solo l’ombra di un attimo, il riflesso di un addio che si dissolve nel tempo, come neve che si scioglie senza lasciare traccia.

Voto: ★★★★☆

Venezia 75

75ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica (2018, Venezia)

Resoconto delle mie visioni a Venezia 75.

Nuestro tiempo (2018) – Carlos Reygadas
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Dopo “Post tenebras lux” ancora tenebra(s) in questa sperimentazione (meta) cinematografica che è “Nuestro tiempo”, in cui gli alter ego di Reygadas e sua moglie si muovono in una dimensione di precaria intimità coniugale nel tentativo di preservare un’amore ormai consumato dal (loro) tempo. Ennesimo grande film del cineasta messicano nonostante si conceda spesso dei momenti di autocompiacimento.

                                                                                                                                       Voto: ★★★★☆

Ying (Shadow) (2018) – Zhang Yimou

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Ok, ci siamo giocati definitivamente anche il buon vecchio Zhang Yimou. Davvero una grande stronzata questo suo ultimo film, che non riesce a salvarsi neppure con le consuete coreografie, qui scialbe e prive di mordente.

                                                                                                                                        Voto: ★☆☆☆☆

Capri-Revolution (2018) – Mario Martone

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Martone (mi) sorprende con un’opera deliziosa in cui indaga il rapporto tra uomo e la natura attraverso immagini evocative e di grande suggestione visiva, tutto alla vigilia della Prima Guerra Mondiale in un clima di dibattito politico e ideologico sullo sfondo.

                                                                                                                                       Voto: ★★★☆☆

Process (2018) – Sergei Loznitsa

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Loznitsa grazie a materiali di archivio ricostruisce uno dei primi processi falsi architettati da Stalin e fa dello spettatore, proiettandolo direttamente nell’aula del tribunale, nell’URSS del 1930, un testimone di quel regime di terrore instaurato da Stalin.

“Esempio unico di un documentario in cui si vedono 24 fotogrammi di bugie al secondo”.

                                                                                                                                Voto: ★★★★☆ (3.5)

Zan (Killing) (2018) – Shinya Tsukamoto

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Tsukamoto presenta un samurai movie ma sovvertendone i suoi canoni: quello che all’inizio pare essere un film, passatemi il termine, alla “I sette Samurai” in cui un gruppetto di guerrieri (ronin) se la deve vedere contro ondate di nemici si rivela invece una profonda riflessione sull’atto di uccidere. Realizzato con soli quattro personaggi, una capanna e l’ambiente circostante per lo più foresta, Zan è un’altra opera imperdibile del maestro giapponese.

                                                                                                                                        Voto: ★★★☆☆

Your Face (2018) – Tsai Ming-liang

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Tsai ming liang prosegue nella sua evoluzione cinematografica realizzando un’opera estatica di grande contemplazione visiva, in cui volti incontrati per le vie di Taipei narrano le loro storie:

“C’è una luce, c’è una storia.
Il tuo volto mi parla del trascorrere del tempo e di luoghi che hai attraversato.
Nei tuoi occhi, un velo di confusione e di tristezza.
C’è una luce, c’è una storia.
Il tuo volto mi parla dell’amore e dei luoghi in cui si nasconde.
Nei tuoi occhi, un riflesso di luce, e il buio.”

                                                                                                                                        Voto: ★★★☆☆

Aquarela (2018) – Victor Kossakovsky

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Documentario filmato a 96 fotogrammi al secondo, in cui l’acqua viene raffigurata in tutte le sue forme: da quelle più belle e affascinanti del lago Baikal completamente ghiacciato in Russia e della cascata Salto Angel in Venezuela a quelle più devastanti dell’uragano Irma in Florida fino alle possenti onde dell’oceano. Opera visivamente spettacolare, che però non lascia altro.

                                                                                                                                        Voto: ★★☆☆☆

Lazzaro felice

Lazzaro felice (2018) – Alice Rohrwacher

Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Lazzaro felice è un’opera di rara bellezza che illustra la bontà umana in un mondo inumano. Quella di Lazzaro, un giovane contadino puro di cuore, sempre disponibile verso gli altri che vive insieme ad una cinquantina di contadini (tra cui bambini e anziani) a Inviolata, un piccolo villaggio rurale in una località italiana non precisata, dove il tempo si è fermato: lavorano tutti come mezzadri per la marchesa Alfonsina de Luna. Essi sono vittime de “il grande inganno”, mezzadri quando la mezzadria è stata già bandita. Lazzaro per la sua estrema disponibilità e purezza d’animo è l’ultimo della catena degli sfruttati, è sfruttato dagli sfruttati. Quando a seguito di uno scherzo orchestrato da Tancredi, figlio della marchesa, l’inganno è svelato e i contadini condotti dai carabinieri in città, un redivivo Lazzaro attraversa la barriera del tempo per giungere in una nuova realtà che però non pare tanto diversa da quella di Inviolata, dominata da malizia e inganno.

L’opera della Rohrwacher, seppur mantenendo una sua autonomia intrinseca, risente certamente dell’influenza poetica di grandi autori come Olmi e dei fratelli Taviani, entrambi (Paolo) scomparsi di recente, soprattutto nella prima parte ambientata in campagna, mentre concettualmente si rifà a Dostoevskij de “L’idiota” e a San Francesco. Lazzaro, infatti, come il principe Myškin, protagonista del romanzo dello scrittore russo, viene definito un’idiota per la sua incredibile bontà e misericordia nel suo senso più etimologico. Un incompreso sia in campagna che in città dove la libertà ritrovata dei contadini si estrinseca in ipocrisia e falsità. Lazzaro è un uomo impreparato alla vita, di un’ingenuità puerile, di una semplicità quasi disumana e al limite dell’irritante e la cui logica, dettata solo dal cuore, appare, in un mondo dove domina il più astuto, il più calcolatore e il più cinico, non in grado di sopravvivere. In tale contesto un uomo buono non è altro che un agnello sacrificale.

La Rohrwacher con Lazzaro felice mette in scena una prodigiosa fiaba che riesuma la bellezza, i sentimenti più puri e semplici (incarnati da Lazzaro) che, attraverso un costrutto tipico di quello che viene definito realismo magico, manifestano l’abbrutimento in cui pare irrimediabilmente caduto il nostro mondo. Lazzaro felice è un’opera che con la sua sconvolgente bellezza e spontaneità penetra e sciocca l’animo dello spettatore, che difficilmente potrà riprendersi da una tale miracolosa visione. Un film di cui il cinema italiano aveva estremamente bisogno, ma al quale forse non tutti sono ancora pronti, perché non tutti sono capaci di riconoscere la bellezza.

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Voto: ★★★★☆

Possessed

Possessed (2018) – Metahaven, Rob Schröder

Presentato al 47° IFFR International Film Festival Rotterdam, Possessed è un opera di estrema attualità che esplora con occhio cinematografico la nostra realtà storica, dominata o meglio, posseduta dai social media. Un mondo in cui l’uomo volutamente decide di calare sugli occhi l’illusorio velo di maya: lo schermo di uno smartphone. Rifiutando la realtà oggettiva così come percepita dai sensi, l’uomo la osserva attraverso uno smartphone credendo di poterla cogliere nella sua essenza, quando invece aspira solamente a realizzare un suo desiderio, un sogno.

“E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente”. – Arthur Schopenhauer

L’insoddisfazione attanaglia le persone rendendole nevrotiche e infelici, costrette a svolgere lavori che non amano per sopravvivere in una società paralizzata da una crisi economica e politica da una parte e minacce di collassi climatici e progressivo esaurimento di risorse dall’altra. In un tale contesto i social media appaiono il canale in cui convogliare il germe dell’insoddisfazione e nascondere la realtà, appunto il velo di Maya che, avvolgendo il volto delle persone, le conduce in “un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista”: un sogno. Infatti la realtà che viene comunicata e fatta vedere attraverso i media è solo il riflesso di una esistenza, un’immagine mistificata della (non) vita che le persone sentono il bisogno di condividere e mostrare, forse, per convincere, o meglio, convincersi che nonostante tutto loro stanno vivendo, sono felici. Metahaven e Rob Schröde attraverso uno strabiliante collage visivo, in cui filmati del web ed estratti di documentari si fondono perfettamente con quelli della fiction, riflettono su come tutto ciò sia sintomatico dell’incertezza dell’esistenza e della disperazione che affligge le persone per le quali il mostrarsi e mostrare corrisponde sempre più al vivere: un piatto di spaghetti su Instagram o un selfie in cima ad una gru divengono immagini che certificano la vita, una traccia dell’esistenza in questo mondo. La preoccupazione maggiore risulta allora il come impostare la propria vita per impressionare e catalizzare lo sguardo degli altri su di sé, perché ormai si è talmente abituati ad essere visti che ciò risulta essere il fattore preminente che (con)forma una persona: si è ciò che gli sguardi altrui cercano. Ogni cosa deve essere visibile.

Possessed affronta il tutto in modo assai originale, con grande cura per il lato tecnico; un sonoro potentissimo accompagna splendide sequenze incredibilmente penetranti, ma il film si perde un po’ concettualmente: l’opera, chiaramente di stampo saggistico, nel mostrare il mondo da una prospettiva apocalittica e disquisire sulle (non) relazioni nell’era dei social media in cui tutto viene spettacolarizzato, persino lo scioglimento di un iceberg, appare non approfondita e non delinea in modo compiuto il discorso di cui vuole essere portatrice, risultando a tratti persino confusionaria. Nonostante ciò, a parere di chi scrive, l’operazione cinematografica messa in atto da Metahaven e Rob Schröde è di fondamentale importanza e più che mai necessaria.

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Voto: ★★★☆☆

Phantom Islands

Phantom Islands (2018) – Rouzbeh Rashidi   ⇒ English version at the bottom

Il mio 2018 cinematografico non poteva che esordire con Rouzbeh Rashidi, tra gli autori sperimentali più capaci e interessanti in circolazione e già presente qui sul blog con tre opere: He, che affronta in modo assai originale il tema del suicidio; Ten Years In the Sun e Trailers che portano avanti un nuovo personale linguaggio filmico del regista operando un’indagine sulla natura più profonda del cinema e delle sue infinite potenzialità. L’ultimo film del fondatore della EFS, Phantom Inslands, come il recente Inside del duo Le Cain/Langan, verte invece su un rapporto di coppia alla deriva, in disfacimento psichico e fisico. I due, che sono interpretati splendidamente dai registi Daniel Fawcette e Clara Pais, vagano come spiriti inquieti, in balia di passioni e tormenti, per le verdeggianti isole irlandesi alla ricerca di qualcosa: probabilmente di se stessi.

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Il dramma incentrato sulla crisi di coppia richiama subito Andrzej Żuławski (Possession in primis), che è anche uno degli autori a cui è dedicato il film, gli altri sono Jean Epstein e Marguerite Duras. Il riferimento al regista polacco appare lampante per la messa in scena del dramma di coppia che, come nel capolavoro di Zulawski, sfocia in un rapporto delirante che altera ogni regola del melodramma e costituisce solo un punto di partenza per affrontare temi più ampi e profondi. Sintomatico di quest’ultimo aspetto è l’approccio cinematografico adoperato da Rashidi, che è volutamente provocatorio e si concretizza in una riflessione metacinematografica in cui la finzione e le istanze documentaristiche finiscono per (con)fondersi, risultando difficile discernere i due elementi. Sono molte, infatti, le sequenze in cui i due protagonisti rompono la barriera cinematografica puntando una polaroid verso lo spettatore e sul regista, che viene fotografato mentre è in atto di riprendere, similmente alla Ullmann che, in una sequenza di Persona (capolavoro di Ingmar Bergman), fotografa il pubblico, delineando così la finzione della riproduzione filmica in modo da mostrare la materia della pellicola e nello stesso tempo andare oltre i limiti della rappresentazione cinematografica.

La macchina fotografica adoperata dalla coppia, inoltre, fa pensare al concetto di fotogenia come concepito da Jean Epstein (altro regista a cui è dedicato il film).

«Che cos’è la fotogenia? Chiamerò fotogenico ogni aspetto delle cose, degli esseri e delle coscienze che accresca la sua qualità morale attraverso la riproduzione cinematografica. […] Dico adesso: solo gli aspetti mobili del mondo, delle cose e delle anime, possono vedere il loro valore morale accresciuto dalla riproduzione cinematografica.» – Jean Epstein

Per Epstein la fotogenia, l’essenza stessa del cinema, è ciò che è capace di penetrare le cose e rivelarne l’anima attraverso la riproduzione cinematografica, il solo modo per conoscere e mostrare aspetti della realtà e, soprattutto, dell’uomo altrimenti inconoscibili. Per Epstein, inoltre, la bellezza fotogenica risiede nella manipolazione dell’immagine cinematografica in quanto è ciò che permette di provare percezioni e sensazioni che non sarebbero possibili sperimentare nella realtà. Rashidi, il quale sembra profondamente influenzato da questa formulazione teorica di Epstein, ha fatto della manipolazione cinematografica il carattere peculiare del suo cinema, basti pensare a Trailers o a Ten Years In The Sun e anche in questo film non è da meno. L’immagine è sottoposta a distorsioni e a fuori fuoco che ipnotizzano lo spettatore e lo mettono a contatto con i fantasmi che si portano dietro i due protagonisti nella loro peregrinazione per le isole: si ha la sensazione di perdersi con loro nei loro deliri e fantasticherie, entrare in simbiosi come loro con la natura delle isole, subire visioni sovrannaturali ed emozioni estreme e nel finale assistere finalmente a quel ricongiungimento, a cui sembrano mirare i due fin dall’inizio, con la loro parte più recondita, in sostanza con la loro anima, ma con la consapevolezza che tutto è il frutto di una riproduzione cinematografica, il solo mezzo appunto, come teorizzato da Epstein, in grado di accrescere e far provare nuove percezioni che nella realtà non si riuscirebbe a cogliere.

Rouzbeh Rashidi con Phantom Islands è artefice di un’altra opera incredibile che ridefinendo il concetto stesso di cinema è destinata a divenire un punto irremovibile nell’avant-garde contemporanea e futura.

Phantom Islands 3

Voto: ★★★★☆

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