Strange Darling

Strange Darling (2024) – J.T. Mollner

Strange Darling, diretto da J.T. Mollner, è una spirale. Un incubo che si dischiude lentamente, fotogramma dopo fotogramma, fino a precipitare in un baratro psicologico dove il trauma si intreccia alla rappresentazione, e la percezione implode in un pulviscolo emotivo. Non racconta semplicemente una storia: la lacera, la decostruisce, la trasforma in un labirinto in cui ogni certezza si sgretola. Il tempo si frantuma, l’identità si smarrisce. E lo spettatore si ritrova prigioniero di una logica crepuscolare, spezzata, dove i ruoli si invertono e la realtà sfuma in un’illusione. Il film si apre come un classico gioco del gatto col topo: un uomo, una donna, una fuga su una strada americana deserta. Ma fin da subito qualcosa disturba, devia, turba. L’aria è troppo densa, il silenzio troppo carico, lo spazio troppo vuoto. Quel che appare come inseguimento è in realtà un rituale, una messinscena archetipica e perturbante della violenza. Chi fugge davvero? Chi insegue? Chi agisce, chi subisce? I ruoli non si alternano: si contaminano, si confondono.

La regia di Mollner è affilata come una lama: carezza e al tempo stesso ferisce lo sguardo. Girato in 35mm, Strange Darling riporta il cinema a una fisicità sensoriale che sembrava perduta: la grana della pellicola, la luce tagliente, i colori sporchi e vibranti. Ma lo stile non è nostalgia: è psiche. Ogni elemento visivo – una dissolvenza, un dettaglio, uno sguardo – è carico di significati sotterranei. Ogni immagine custodisce un doppio fondo, un’eco non detta. Al centro, due interpretazioni magnetiche. Willa Fitzgerald è una presenza cangiante, inafferrabile: donna, bambina, spettro, vendicatrice. Il suo volto non descrive, ma evoca. È una figura che sfugge, che disorienta, che porta in sé il segno di una verità inattingibile. Al suo fianco, Kyle Gallner incarna una mascolinità ferita e minacciosa, vittima e carnefice insieme. La violenza che emana non è monolitica, ma stratificata, incrinata da una sofferenza nascosta. I due personaggi si muovono come ombre riflesse l’una nell’altra, eternamente intrappolati in un presente folle.

La struttura del film è un congegno ipnotico: un puzzle rotto, una memoria traumatica che tenta di ricomporsi e fallisce ogni volta. Il tempo non è lineare ma emotivo, scorre a scatti, si interrompe, si riscrive. Questa frammentazione non è solo un espediente narrativo, ma un gesto radicale: rifiutare la linearità per cercare una verità più profonda, più incoerente, più umana. Strange Darling non cerca la catarsi né la spiegazione: pretende lo smarrimento. E in quello smarrimento affonda le sue radici. Perché ciò che davvero racconta è ciò che non vogliamo vedere. Non il Male come entità astratta, ma come gesto quotidiano, desiderio distorto, dinamica sotterranea. L’identità diventa un campo di battaglia, il corpo una maschera cangiante, il volto un segno da decifrare. Il film interroga lo sguardo: quanto possiamo fidarci di ciò che vediamo? Quanto siamo complici della narrazione che ci viene offerta?

La tensione, allora, non è solo narrativa, ma etica. Lo spettatore è chiamato in causa, coinvolto nel dispositivo stesso della rappresentazione. Ogni immagine è sospetta. Ogni empatia, ambigua. Strange Darling è un thriller, certo, ma contaminato dal cinema d’autore, dall’horror simbolico, dal teatro dell’assurdo. Un oggetto anacronistico e radicale, che rifiuta la chiarezza, la morale, la sicurezza delle etichette. È una favola nera senza insegnamento, un corpo narrativo che pulsa sotto la superficie, inquieto. Uno specchio rotto: ciò che riflette non è mai ciò che ti aspetti. Ma se guardi abbastanza a lungo, forse – tremando – ti ci riconosci. Ed è proprio in quell’inquietudine, in quel riconoscimento parziale e instabile, che il film affonda il suo segno più profondo. Perché i mostri non arrivano da fuori. Sono già lì, silenziosi, sotto la pelle delle cose.

Voto: ★★★☆☆

Anora

Anora (2024) – Sean Baker

Con Anora, Sean Baker torna a raccontare le vite ai margini con il suo stile inconfondibile, immerso nei neon sfocati, nella frenesia urbana e nei sogni troppo grandi per essere contenuti in una sola notte. Dopo TangerineThe Florida Project e Red Rocket, il regista si conferma ancora una volta uno degli autori più autentici e incisivi del cinema contemporaneo, capace di trasformare storie di ordinaria sopravvivenza in epopee umane brulicanti di vita. Il suo è un cinema che non osserva da lontano, che non filtra la realtà con il distacco dell’analisi sociologica, ma che si tuffa dentro le esistenze che racconta con un’empatia feroce. Non c’è mai pietismo, mai indulgenza, solo una verità pulsante, sporca, imprevedibile. Anora ne è la prova: un film che respira, che corre, che brucia con l’urgenza delle notti che sembrano infinite e delle scelte che possono cambiare tutto.

Al centro della storia c’è Anora, detta Ani, una giovane spogliarellista di Brooklyn interpretata da Mikey Madison. Ani è una sopravvissuta. Il suo mondo è fatto di luci al neon che confondono i contorni della realtà, di dollari facili e di promesse ancora più facili. Ogni notte è una battaglia, ogni sorriso una moneta di scambio. È sveglia, veloce, sempre attenta a tenersi in equilibrio sul filo sottile che separa il controllo dalla deriva. Non cerca la salvezza, non crede nelle favole, ma quando incontra Vanya, figlio viziato di un miliardario russo, le sembra di intravedere un varco, una possibilità. Il denaro apre porte che altrimenti resterebbero sbarrate, e Vanya sembra offrirle un passaggio per un altrove sconosciuto e scintillante. Un matrimonio lampo, una corsa sfrenata tra hotel di lusso e limousine, la sensazione vertiginosa di essere improvvisamente dall’altra parte della barricata. Ma Sean Baker non crede nelle favole e non si lascia mai ingannare dalle apparenze: Anora non è la storia di una ragazza povera che trova il principe azzurro. È piuttosto la cronaca di un’illusione che si sgretola sotto il peso della realtà.

Il denaro, in Anora, è un veleno che si insinua in ogni rapporto, un potere che corrode tutto ciò che tocca. Baker esplora con lucidità la violenza insita nelle dinamiche di classe, nel divario apparentemente incolmabile tra chi possiede tutto e chi deve lottare per ogni piccolo spazio di libertà. I miliardari russi del film non sono soltanto caricature di un’élite decadente, ma figure emblematiche di un sistema in cui il denaro compra tutto: corpi, sentimenti, illusioni. Il loro mondo ovattato è una prigione dorata tanto quanto il nightclub di periferia in cui Ani si muove con la sicurezza di chi conosce le regole del gioco. È questo il cuore pulsante del cinema di Baker: non c’è mai una vera dicotomia tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi vince e chi perde. Il potere si insinua ovunque, cambia forma, si nasconde dietro sorrisi e contratti, dietro il luccichio delle promesse e il peso delle minacce.

Il film ha il battito cardiaco di una fuga. La regia di Baker è una corsa senza freni, un’immersione totale nell’esperienza della protagonista. La macchina da presa la segue con ossessione, le stringe addosso nei momenti di euforia e in quelli di disperazione, catturando ogni sfumatura del suo viso, ogni guizzo di paura o determinazione. Il suo cinema è fatto di corpi vivi, di energia pura, di dettagli che restituiscono la consistenza del mondo: la luce sporca dei lampioni che illumina le strade di New York, il suono ovattato del lusso, l’odore dell’eccesso e della precarietà che si mescolano senza soluzione di continuità. Ogni spazio racconta qualcosa, ogni colore trasmette una tensione sotterranea. Gli interni delle suite d’albergo sembrano luoghi di transizione, mai veri rifugi; le strade di Brooklyn pulsano di vita ma anche di minaccia. Non c’è nessun posto davvero sicuro, nessun angolo in cui fermarsi e respirare.

La sceneggiatura è un equilibrio perfetto tra dramma e commedia, tra cinismo e speranza. Anora è un film che ride con il fiato corto, che gioca con la tensione, che si muove con la stessa urgenza della sua protagonista. C’è un’ironia amara nella scrittura di Baker, una consapevolezza che nessuno è davvero innocente in questa giungla di sopraffazione e sopravvivenza. Il regista evita ogni forma di pietismo, lasciando che siano i personaggi stessi a rivelare le loro contraddizioni, le loro fragilità, la loro umanità bruciante.

Mikey Madison, con Anora trova il ruolo della sua carriera. La sua Ani è un prisma di emozioni contrastanti: forte e vulnerabile, scaltra e ingenua, ribelle e condannata a ripetere gli stessi errori. Il suo corpo vibra di tensione e libertà, di speranza e rassegnazione. Non è la classica eroina da cinema indipendente, né una figura vittimizzata: è una combattente, una giovane donna che conosce le regole del mondo in cui si muove e che cerca disperatamente di non esserne schiacciata. Il suo sorriso è un’arma e una difesa, i suoi occhi sono uno specchio in cui si riflettono sogni infranti e possibilità ancora da esplorare. La sua interpretazione è una vertigine emotiva. Madison non recita: vive Ani sulla pelle, la rende reale in ogni gesto, in ogni esitazione, in ogni scatto di rabbia o dolcezza improvvisa.

Sean Baker racconta ancora una volta l’America di chi cerca di riscrivere il proprio futuro con le unghie e con i denti. Ma lo fa senza retorica. Anora è un film che brucia, che pulsa di vita e contraddizioni, che non si ferma mai. Il sogno americano qui è una promessa vuota, un gioco d’azzardo in cui il banco vince sempre. Eppure, in questa corsa disperata, c’è anche spazio per qualcosa di autentico: la determinazione di Ani, la sua capacità di resistere, di reinventarsi, di non smettere mai di lottare. Alla fine, quando le luci si spengono e il vortice si placa, ciò che resta è un senso di vuoto, come dopo una notte che avrebbe dovuto cambiare tutto e invece si è dissolta nell’alba. Ani continua a camminare, a cercare, a esistere. E noi restiamo lì, con il cuore che batte forte, con la sensazione di aver assistito a qualcosa di vivo, autentico, irripetibile. Anora non è solo un film. È un’esperienza. Un’onda che ti travolge e ti lascia senza fiato. Un’altra conferma che Sean Baker è uno dei pochi registi capaci di raccontare l’essenza stessa del sogno americano: bello, crudele e sempre, irrimediabilmente, fuori portata.

Voto: ★★★☆☆

Broken Rage

Broken Rage (2024) – Takeshi Kitano

Con Broken Rage, presentato fuori concorso all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Takeshi Kitano torna a interrogare la natura del cinema e del racconto, firmando un’opera che si muove con disinvoltura tra tragedia e commedia, azione e ironia, costruzione e decostruzione.
A prima vista potrebbe sembrare un classico yakuza movie, ma sotto la superficie si cela un’indagine più profonda sulla rappresentazione della violenza e del destino, un gioco che trasforma il modo in cui lo spettatore percepisce il film, mettendo in discussione il rapporto tra immagine e significato. Kitano, ormai icona del cinema giapponese, sembra voler tornare sul territorio del crime movie non tanto per raccontare una nuova storia di gangster e vendetta, quanto per svelare i meccanismi stessi del genere, smontandoli e ricomponendoli con una lucidità che sfida ogni convenzione narrativa.

La struttura di Broken Rage è il suo primo elemento dirompente. Il film si sviluppa in due metà speculari: la prima racconta, con i toni cupi e solenni del noir giapponese, la storia di Nezumi, un sicario intrappolato tra la polizia e la yakuza, in un mondo in cui la vendetta è l’unica forma di giustizia rimasta. I personaggi si muovono in un ambiente stilizzato e crepuscolare, in cui il codice d’onore della yakuza sembra ormai svuotato di ogni significato e il destino ineluttabile guida i protagonisti verso una spirale autodistruttiva. La seconda metà, invece, ripercorre gli stessi eventi, ma filtrati attraverso un registro comico e assurdo, come se la realtà si smontasse e rivelasse il suo lato farsesco. Questa scelta strutturale non è un semplice esercizio stilistico, ma una riflessione sulla ripetizione e sull’artificio della narrazione cinematografica. Cosa succede quando una vicenda tragica viene rivista sotto una nuova luce? La violenza perde la sua carica drammatica e diventa grottesca? Oppure, al contrario, la risata amplifica il senso di disillusione, mostrando che dietro il crimine e il potere non ci sono che ingranaggi vuoti, privi di una vera direzione?

Kitano stesso ha espresso il suo approccio al film in questi termini:

“Quando si parla di pittura, si parla di migliaia di anni di storia, ma quando si guarda al cinema, forse la sua storia dura circa cento anni o poco più. Se si parla di pittura, si parla di Cubismo, Impressionismo, molti stili diversi. Se si fa il paragone con il cinema, non c’è ancora stato il tempo per attraversare così tante correnti. Se penso al Cubismo e all’Impressionismo in un analogo cinematografico, non credo di averli trovati nel mio film, ma credo che i film debbano evolversi man mano che andiamo avanti nel futuro.”

La sua visione del cinema come arte ancora in divenire trova in Broken Rage un perfetto esempio: un’opera che sperimenta, decostruisce e ridefinisce il linguaggio cinematografico. È come se Kitano volesse mettere in scena un esperimento, un tentativo di far convivere due anime della narrazione – quella tragica e quella farsesca – dimostrando che entrambe possono raccontare la stessa storia, ma con esiti radicalmente diversi.

La violenza, tema centrale nella poetica di Kitano, è qui soggetta a una continua metamorfosi. Nei suoi film precedenti, la brutalità si manifestava spesso in modo secco, improvviso, lasciando lo spettatore spiazzato da esplosioni di sangue che rompevano il flusso della narrazione. In Broken Rage, invece, la violenza non è solo un elemento di tensione drammatica, ma diventa un oggetto di analisi linguistica. Il modo in cui viene rappresentata cambia a seconda del registro del film: nella prima metà è asciutta, fatale, quasi rituale; nella seconda metà diventa assurda, caricaturale, quasi un balletto grottesco in cui i personaggi sembrano burattini mossi da un destino beffardo. Kitano dimostra che la percezione della violenza è relativa e che la sua stessa rappresentazione è un costrutto cinematografico, non un elemento oggettivo. Se in film come Hana-bi o Sonatine la riflessione sulla violenza si esprimeva attraverso la malinconia e il silenzio, in Broken Rage Kitano sembra aver trovato un nuovo modo di esplorare lo stesso tema: il riso. Non un riso liberatorio, ma un riso amaro, che nasce dalla consapevolezza dell’assurdità della vita e dalla ciclicità della tragedia umana. Il contrasto tra le due anime del film non è solo un gioco stilistico, ma una dichiarazione di poetica. È come se Kitano dicesse che il cinema stesso è un continuo rimescolamento di elementi, una macchina che può trasformare la tragedia in commedia e viceversa con un semplice cambio di prospettiva.

Dal punto di vista visivo, Broken Rage mantiene il rigore estetico tipico del cinema di Kitano. Le inquadrature sono costruite con una precisione quasi pittorica, i movimenti di macchina sono ridotti all’essenziale, il montaggio è secco e chirurgico. Anche nei momenti più assurdi e grotteschi, il film non cede mai al caos visivo, mantenendo sempre un rigore compositivo che conferisce alla narrazione un senso di inevitabilità. I personaggi si muovono in scenari che sembrano sospesi nel tempo, tra interni spogli e paesaggi quasi astratti, in cui il confine tra realismo e stilizzazione diventa sempre più labile.

Con Broken Rage, Takeshi Kitano si conferma quindi un autore che continua a interrogarsi sulla natura del cinema, mettendo in discussione i suoi stessi codici e ribaltando le aspettative del pubblico. Attraverso un tono ibrido e una struttura volutamente spiazzante, il film non si limita a essere un esperimento narrativo, ma diventa un’opera che esprime una libertà creativa consapevole, capace di sovvertire regole e convenzioni. La fusione tra tragedia e commedia, tra violenza e ironia, non rappresenta un semplice gioco stilistico, ma una riflessione sul modo in cui le storie vengono raccontate e percepite. Broken Rage destruttura il linguaggio cinematografico, dimostrando come ogni narrazione sia frutto di un punto di vista, di una scelta stilistica e concettuale che ne determina il significato. Il film non si limita infatti a mettere in scena una vicenda di crimine e vendetta, ma utilizza questi elementi come pretesto per un discorso più ampio sulla natura stessa della rappresentazione. Ogni scena, ogni inquadratura, ogni cambio di registro contribuisce a un’indagine sul modo in cui il cinema costruisce e ricodifica la realtà. La violenza, elemento ricorrente nella poetica di Kitano, assume qui una funzione metacinematografica, rivelando come il suo impatto dipenda interamente dal contesto narrativo in cui è inserita. Il film mostra come lo stesso evento possa assumere valenze differenti, a seconda del tono con cui viene raccontato, e sottolinea così il potere del cinema nel modellare la percezione dello spettatore.

In definitiva, Broken Rage diviene una riflessione sulla continua trasformazione del linguaggio cinematografico, evidenziando come il cinema non sia un sistema chiuso, ma un mezzo in costante evoluzione. L’opera si colloca in una dimensione liminale tra tradizione e innovazione, tra costruzione e decostruzione, tra realismo e artificio. La sua struttura non lineare e la sua capacità di mescolare registri differenti suggeriscono che il cinema del futuro potrebbe non essere vincolato a una narrazione univoca, ma sempre più aperto a una molteplicità di interpretazioni e significati. Broken Rage non è solo un film che smonta il cinema stesso, ma un’opera che invita a riflettere sul suo futuro e sulle sue infinite possibilità.

Voto: ★★★☆☆

Nosferatu

Nosferatu (2024) –  Robert Eggers

Robert Eggers, con il suo Nosferatu, realizza un’operazione che trascende il semplice omaggio ai classici di Friedrich Wilhelm Murnau e Werner Herzog. Egli rende omaggio alla matrice del proprio itinerario artistico, poiché fu proprio il film di Murnau — visto per la prima volta da bambino — a ispirarlo fino a spingerlo, in adolescenza, a interpretare lui stesso il conte Orlok in una pièce teatrale. Il legame con la pellicola del 1922 è dunque profondo e personale: Eggers ha sempre dichiarato di voler offrire una sua versione di Nosferatu. La realizzazione di questo sogno, dopo anni di tentativi, chiude un cerchio: se il classico di Murnau ha dato origine alla sua passione per il cinema, ora Eggers “ricrea” Nosferatu, proponendo al pubblico una nuova lettura di un mito che, sul piano cinematografico, sembrava ormai esaurito.

Nel film, il regista non si limita tuttavia a riproporre il vampiro come mostro o seduttore, ma lo rielabora attingendo in profondità al folklore e alla psicoanalisi, in particolare alle teorie freudiane su Eros e Thanatos. Queste due pulsioni, nucleo centrale dell’inconscio umano, vengono indagate con una maestria che supera il tradizionale racconto vampirico, trasformandolo in una riflessione sulle radici più oscure dell’essere. È qui che Eggers incontra la complessa tradizione del vampiro, avvicinandosi a una delle sue incarnazioni più famose: Nosferatu. Il conte Orlok, interpretato da Max Schreck nel capolavoro del 1922, è il prototipo del vampiro cinematografico, il primo a imporsi nonostante una storia travagliata. Come il suo protagonista, anche il film è “non-morto”: nato come adattamento non autorizzato di Dracula, fu al centro di una causa legale della famiglia Stoker, che ne ottenne la distruzione. Eppure, alcune bobine furono salvate, permettendo all’opera di sopravvivere nella memoria collettiva e di diventare un archetipo. Questa immagine del vampiro oscilla tra la costruzione letteraria romantica di Bram Stoker (e, prima di lui, John Polidori) e la dimensione più antica e selvaggia del folclore.

L’etimologia del termine “nosferat” dimostra infatti come la cultura si muova e muti nel tempo: la parola non esiste(va) in romeno o in altre lingue, e potrebbe derivare dal greco nosophoros (“portatore di malattia”), richiamando la pestilenza che Orlok reca con sé a Wisborg; dal latino spirare (“respirare”), poiché in gran parte del film risuonano più i suoi lunghi e pesanti respiri che la sua presenza visiva; oppure da una trascrizione errata di necurat, che in romeno indica l’impuro o l’abominevole. Nel Nosferatu di Eggers, Orlok — interpretato da Bill Skarsgård — si discosta nettamente dalle versioni romantiche o gotiche del cinema moderno e della letteratura. Viene presentato come un cadavere in putrefazione, privo di qualsiasi fascino, che incarna l’essenza primordiale e animalesca del vampiro folclorico. Orlok è un corpo perturbante e mortifero, portatore di pestilenze e carestie: emblema del paradosso di un morto che non muore, governato da un appetito innaturale e capace di suscitare un terrore atavico. Eggers lo trasforma in un “Incubo” in senso psicoanalitico, richiamando i dipinti di Johann Heinrich Füssli e l’idea del vampiro come simbolo di impulsi inconsci e desideri reconditi.

La storia di Nosferatu, dunque, non riguarda soltanto le sue vicende legali e culturali, ma anche il modo in cui è stata accolta e rielaborata nel tempo. Come il termine che lo definisce, il Nosferatu di Eggers si presta a molteplici interpretazioni. Pur rispettando la trama originaria, il regista non è vincolato né all’immagine di Dracula né a quella dell’Orlok di Murnau o di Herzog, preferendo attingere a un contesto folclorico dell’Europa orientale. Questa scelta si sposa con l’atmosfera fiabesca del film e introduce diverse stratificazioni narrative. Al centro di questa versione si trova infatti Ellen, interpretata da Lily-Rose Depp, più ancora che Orlok o l’agente immobiliare Thomas Hutter: una donna intrappolata nelle convenzioni sociali del suo tempo. È qui che si manifesta con forza la dialettica tra Eros e Thanatos, non come forze rigidamente contrapposte, bensì come poli di un legame complesso. Attraverso un rispettoso richiamo alle sequenze del 1922, Eggers preserva la linearità del racconto, ma ne approfondisce il significato. Ellen, da vittima passiva, diviene il fulcro della narrazione, incarnando sia Eros sia Thanatos. In lei confluiscono l’attrazione verso l’ignoto e il proibito — rappresentati da un vampiro mostruoso e repellente, lontanissimo dai canoni seduttivi del cinema contemporaneo — e il desiderio di infrangere le regole che la confinano in uno spazio domestico e ben definito. Il suo desiderio “abietto” è dunque, al contempo, l’attrazione fatale per il vampiro e la sfida all’ordine imposto.

In parallelo, Eggers mette in scena il conflitto tra scienza e occulto, attraverso i personaggi di Friedrich Harding e Albin Von Franz. Harding è l’uomo di scienza, convinto che tutto possa essere spiegato con la ragione e il metodo empirico; la sua incapacità di considerare l’occulto come una realtà tangibile lo rende cieco di fronte alle forze che sfuggono alla razionalità umana. La sua visione del mondo si scontra con una realtà che non può essere spiegata, e la sua tragica fine dimostra la limitatezza della scienza quando si trova a fronteggiare l’irrazionale. Von Franz, pur essendo anch’egli uno scienziato, ne riconosce i limiti e accetta l’esistenza di forze che non possono essere confinate in un’analisi razionale. Per lui, il vampiro non è solo superstizione, ma il segno di un ordine cosmico che sfugge a una lettura esclusivamente scientifica. È l’eco di una delle tematiche principali del film: la fragilità della ragione moderna di fronte all’ignoto e la possibilità che la verità risieda anche in ciò che non possiamo ricondurre al pensiero logico.

Il culmine dell’opera è certamente rappresentato dal sacrificio di Ellen, un atto fortemente simbolico. Il confronto con la pulsione di morte, incarnata da Orlok, diviene infatti uno strumento di redenzione: non semplice resa, bensì un’affermazione della vita attraverso la morte, che oltrepassa la realtà e allude a una forma di trascendenza. Qui Eggers raccoglie l’eredità di Murnau e Herzog, ma si discosta dall’idea di “male” come qualcosa di assoluto, trattandolo invece come una costruzione sociale. Il vampiro è la rappresentazione della devianza, di ciò che scardina la norma; Ellen, più di chiunque altro, sperimenta questa devianza e se ne fa carico. La sua morte, in tal modo, si traduce in un atto di resistenza e di comprensione, che culmina nella fusione di Eros e Thanatos in un’unica, intensa espressione dell’umano.

Nosferatu di Eggers non è quindi solo un film horror, ma un’esplorazione profonda del desiderio, della morte e del senso stesso dell’esistenza. Riprendendo il mito del vampiro attraverso la lente di Eros e Thanatos, il regista rinnova per il pubblico contemporaneo un racconto che sembrava ormai esaurito, invitando a riflettere sulla dimensione conflittuale della vita umana. L’opera si distingue per la capacità di dialogare con la tradizione cinematografica e letteraria del vampiro, arricchendola di ulteriori livelli di interpretazione psicologica e simbolica. La sua forza risiede anche nella commistione tra un immaginario folclorico e un approccio psicoanalitico alle pulsioni più inconfessabili, quelle che ci conducono verso desideri proibiti e distruttivi. Allo stesso tempo, se Eggers rimane fedele ai minimi dettagli nella ricostruzione di un passato arcaico, invita anche a confrontarsi con la “devianza” e l’“alterità” — timori che risuonano ancora oggi.

In definitiva, Nosferatu di Robert Eggers non è soltanto un tributo a Murnau o un omaggio ai classici dell’horror: è un film che intreccia il rigore storico e documentario con un’acuta sensibilità psicoanalitica, dando vita a un racconto complesso su Eros, Thanatos, scienza e occulto. Lontana da ogni semplificazione, la figura del vampiro qui acquisisce un respiro orrorifico e, al contempo, sorprendentemente attuale. Ellen, Orlok e gli altri personaggi non vivono esclusivamente una vicenda di sangue e terrore, ma rappresentano pulsioni contrastanti, una ricerca di senso e un inevitabile confronto con ciò che sfugge alle categorie razionali. Come il vecchio film di Murnau — “non-morto” e dotato di un’energia inesauribile — anche il nuovo Nosferatu sembra destinato a sopravvivere nell’immaginario collettivo. In quest’impresa, Eggers trova la perfetta sintesi tra la sua passione per la ricostruzione filologica e la volontà di indagare l’aspetto più oscuro della psiche umana. Forse è proprio in questa fusione tra passato e presente, storia e inconscio, che si annida il cuore del suo cinema: un ponte capace di condurre lo spettatore in un altrove arcaico, e al tempo stesso di rispondere al nostro bisogno più profondo di comprendere — e magari redimere — l’eterna lotta tra Eros e Thanatos che ci agita interiormente.

Voto: ★★★★☆

The Substance 

The Substance (2024) – Coralie Fargeat

The Substance si configura come un’opera stratificata che, sotto le spoglie di un horror disturbante, offre una critica profonda alla società contemporanea. Il film esplora i rapporti tra corpo, identità e cultura dell’immagine, interrogandosi su cosa significhi essere autentici in un mondo ossessionato dalla perfezione estetica e dalla giovinezza eterna. Attraverso una narrazione visivamente potente e concettualmente densa, Fargeat intreccia influenze del body horror di Cronenberg, Yuzna e delle visioni oniriche di Lynch per costruire un’opera che inquieta e costringe lo spettatore a una riflessione critica sul proprio rapporto con il corpo e con il sistema mediatico.

Elisabeth Sparkle, interpretata da una straordinaria Demi Moore, incarna una figura archetipica della società dello spettacolo: ex icona del fitness degli anni Ottanta, rappresentazione televisiva di una bellezza prefabbricata e vendibile, Elisabeth si trova ora abbandonata da quel sistema che l’aveva glorificata. Il passare del tempo ha fatto di lei un simbolo di obsolescenza in un contesto che esalta la giovinezza come unico valore. La sua disperazione nel voler riconquistare il proprio posto nel mondo, accettando di provare il siero sperimentale The Substance, diventa una parabola sulla condizione umana in una società che rigetta l’invecchiamento e la mortalità come segni di debolezza.

La trasformazione che avviene attraverso The Substance è tutt’altro che una semplice metamorfosi fisica: quando dal corpo di Elisabeth emerge Sue, interpretata da Margaret Qualley, siamo di fronte non solo a una versione più giovane e attraente della protagonista, ma a una figura del tutto autonoma. Sue rappresenta il massimo ideale estetico imposto dalla società contemporanea, ma anche il paradosso della perfezione: una bellezza che consuma chi tenta di raggiungerla. L’orrore del film risiede proprio nella relazione tra Elisabeth e Sue, un conflitto che non si limita a opporre l’autenticità all’artificio, ma che scava nei meccanismi di alienazione che definiscono il soggetto nella modernità.

Il deterioramento del corpo di Elisabeth, ridotto a un guscio deforme, è una potente metafora del prezzo della disumanizzazione. In questo senso, The Substance richiama il body horror di Cronenberg, dove il corpo diventa il campo di battaglia tra tecnologia, cultura e biologia. Come in Videodrome (1983), anche qui il corpo si trasforma in risposta a pressioni esterne, in un processo che riflette l’imposizione di modelli di controllo e conformità. Al tempo stesso, il film dialoga con Society (1989) di Brian Yuzna, in cui l’orrore corporeo si intreccia con una feroce critica delle gerarchie sociali, trasformando il corpo stesso in simbolo di esclusione e consumo. In entrambi i casi, il corpo, apparentemente il mezzo di ascesa, si rivela una prigione, un luogo di alienazione e sfruttamento. Il siero, inizialmente presentato come una promessa di rigenerazione, si rivela una trappola che forza Elisabeth a confrontarsi con l’incompatibilità tra ciò che è e ciò che le viene richiesto di essere. La trasformazione non è una liberazione, ma una condanna: il corpo si sgretola, l’identità si disintegra.

La figura di Sue, apparentemente vincente, è altrettanto complessa. Sebbene incarnazione della perfezione estetica, Sue non è libera; è piuttosto un prodotto dell’immaginario collettivo, una costruzione artificiale che vive solo attraverso lo sguardo degli altri. Qui Fargeat si avvicina al pensiero di Jean Baudrillard, secondo cui nella società dell’immagine non esiste più una distinzione tra realtà e rappresentazione: Sue è il simulacro, il modello ideale che ha sostituito l’originale. Il suo successo non è reale, ma dipende interamente dalla sua conformità agli standard imposti.

Come John Merrick, il protagonista di The Elephant Man (1980) di Lynch, anche Elisabeth è vittima di un sistema che misura il valore umano esclusivamente in base all’aspetto esteriore. Se Merrick viene trattato come un mostro per le sue deformità, Elisabeth subisce una sorte opposta ma complementare: è rigettata perché il suo corpo non è più conforme agli ideali di bellezza e giovinezza. La vera mostruosità, in entrambi i casi, risiede nella società che crea e perpetua tali ideali, disumanizzando chi non vi si conforma.

La critica alla televisione e ai media è centrale nel film. Elisabeth, costruita e consumata dal sistema televisivo, rappresenta il corpo-oggetto, ridotto a prodotto commerciale e poi scartato quando non più utile. In questo senso, The Substance offre una riflessione sulla mercificazione del corpo nella cultura capitalistica contemporanea, dove l’immagine è tutto e il contenuto viene svuotato di significato. Come in Videodrome, il medium non si limita a trasmettere messaggi, ma interviene direttamente sul corpo e sulla mente, ridefinendo le identità secondo logiche di mercato.

Il rapporto tra Elisabeth e Sue funge da allegoria per il conflitto universale tra l’essere autentico e l’immagine idealizzata. Sue non è solo una minaccia per Elisabeth, ma per chiunque cerchi di esistere al di fuori degli standard imposti. La sua ascesa e il simultaneo declino di Elisabeth riflettono la crudeltà di un sistema che glorifica la giovinezza e marginalizza chi è considerato imperfetto o superato. La perfezione di Sue, lungi dall’essere un trionfo, è una forma di schiavitù che esige la distruzione dell’autenticità.

In ultima analisi, The Substance si configura come una riflessione filosofica sulla natura della mostruosità. Fargeat dimostra che i veri mostri non sono le deformità fisiche o le trasformazioni raccapriccianti, ma le strutture sociali che disumanizzano, consumano e sacrificano l’essenza umana per l’apparenza. Il film invita lo spettatore a interrogarsi su cosa significhi essere autentici in un mondo che riduce l’identità a una performance e l’esistenza a un prodotto estetico. Come Lynch, Cronenberg e Yuzna, Fargeat offre un’esperienza che inquieta e stimola, un’opera che si spinge oltre i confini dell’horror per sondare le profondità dell’animo umano e della società che lo forgia.

Voto: ★★★★☆

Parthenope

Parthenope (2024) – Paolo Sorrentino

Parthenope è un tributo viscerale e onirico alla città di Napoli, che diventa protagonista e sfondo di una narrazione sospesa tra realtà e mito. Con la sua inconfondibile estetica barocca, Sorrentino offre un viaggio sensoriale e poetico, dove la bellezza si fonde con il disincanto e il sacro si intreccia al profano. Un racconto che è tanto un’esperienza visiva quanto emotiva.

La storia segue Parthenope, interpretata dalla magnetica Celeste Dalla Porta, una figura affascinante e misteriosa che, a differenza della sirena mitologica da cui prende il nome, non si lascia sopraffare dal fallimento. Al contrario, sceglie di navigare tra le acque tumultuose della vita. Il film attraversa decenni, dagli anni ’50 ai giorni nostri, dipingendo un affresco nostalgico e struggente dell’Italia del secondo Novecento. Il viaggio di Parthenope si snoda tra Napoli, Capri e Trento, luoghi simbolici che, oltre a rappresentare un percorso geografico, riflettono le sue trasformazioni interiori. Parthenope attraversa la vita con una miscela di innocenza e sensualità, sfidando le convenzioni in un percorso di crescita che è tanto spirituale quanto carnale. I suoi amori, le sue perdite, le sue scelte sembrano essere dettate più dal cuore che dalla ragione, rispecchiando quella stessa tensione che attraversa Napoli, una città segnata da contraddizioni, ma che conserva un fascino irresistibile.

Al centro del film si erge infatti il dualismo tra Parthenope e Napoli, un rapporto che Sorrentino esplora con maestria. Napoli non è solo lo sfondo della storia, ma diventa un personaggio a sé stante, che si (con)fonde con la protagonista, riflettendo le sue contraddizioni e ambiguità. La città è un luogo dove il sacro e il profano convivono senza soluzione di continuità, dove bellezza e decadenza si intrecciano in modo indissolubile. Le strade strette dei quartieri popolari, i sontuosi palazzi barocchi e le acque del golfo che riflettono luci e ombre: Sorrentino restituisce un ritratto di Napoli che è un atto d’amore e una critica allo stesso tempo, dipingendola come una città che, pur non riuscendo mai a fare i conti con le proprie contraddizioni storiche e sociali, rimane irresistibile nella sua fragilità.

Il desiderio è uno dei temi centrali del film, e viene esplorato in tutta la sua ambiguità. Parthenope afferma: “Il desiderio è pieno di mistero e il sesso è il suo funerale.” Una riflessione che evoca la fine del desiderio, ormai trasformato in un atto fisico privo della sua iniziale spinta misteriosa. La protagonista, pur immersa nell’amore e nel desiderio, sembra consapevole della transitorietà di ogni piacere, una visione che si riflette anche sulla città di Napoli, che, pur nella sua bellezza decadente, deve fare i conti con il peso della sua storia e della sua condizione attuale. “Abbandonati a un’estate perfetta, siamo stati bellissimi e infelici,” dice ancora Parthenope, racchiudendo in queste parole la nostalgia per un passato irrecuperabile e l’inevitabile disincanto che accompagna la maturità. Parthenope si rivela quindi un film che riflette sul trascorrere del tempo, sulla perdita dell’innocenza e sulla graduale perdita della capacità di meravigliarsi, temi cari a Sorrentino, che in numerose interviste ha dichiarato: “Più vai avanti negli anni, meno ti innamori, meno ti diverti, e diminuisce anche la tua capacità di meravigliarti. Però riesci a vedere le cose, a vederle in profondità.

Lo stile visivo di Sorrentino in Parthenope è esuberante e, seppur un po’ ridondante, ogni inquadratura è studiata al millimetro, con una maniacale attenzione alla composizione e alla luce, che dona a ogni scena un’aura di surreale bellezza. La fotografia, ricca di colori saturi e contrasti marcati, esalta la fisicità dei luoghi e dei personaggi, creando un forte impatto visivo che lascia lo spettatore incantato. Le immagini di Napoli sono evocative e simboliche, indissolubilmente legate al percorso interiore della protagonista. La colonna sonora, come nei suoi film precedenti, gioca un ruolo fondamentale nel costruire l’atmosfera. Alternando brani di musica classica, che conferiscono solennità, a pezzi moderni e pop, che aggiungono ironia e leggerezza, Sorrentino mescola alto e basso, sacro e profano, creando un gioco di contrasti che riflette perfettamente la natura della sua Napoli e della sua protagonista.

Parthenope non cerca di compiacere il grande pubblico, ma è un’opera densa, conturbante e intensa, che richiede un approccio aperto, disposto a lasciarsi trasportare in un viaggio di ricchezze suggestive e riflessioni che si sedimentano a lungo nella memoria. Per chi sa apprezzare la complessità, la bellezza e la malinconia che permeano la sua visione del mondo, Parthenope si rivela quindi un’opera affascinante e seducente, un inno alla vita in tutte le sue contraddizioni. Sorrentino celebra ancora una volta Napoli, ma con la maturità di un regista che ha perfezionato la sua capacità di guardare oltre la superficie, offrendo un ritratto che è al contempo universale e profondamente personale, dove Parthenope e la città si fondono in una riflessione sul desiderio, sul tempo e sulla bellezza che trascende le sue contraddizioni.

Voto: ★★★☆☆

Megalopolis

Megalopolis (2024) – Francis Ford Coppola

Megapolis, l’ultima opera di Francis Ford Coppola, si staglia come una visione cinematografica monumentale e complessa, rappresentando il culmine di una carriera dedicata a indagare il potere, l’ambizione e la vulnerabilità umana. Dopo anni di attesa e numerosi ostacoli produttivi, Coppola realizza finalmente la sua opera epica, ambientata in una città distopica chiamata New Rome. Questa metropoli fittizia fonde elementi di New York con quelli della Roma antica. Qui, tra grattacieli e ruderi classici, si erge un Colosseo dove si svolgono gare di bighe e combattimenti, simboleggiando il continuo intreccio tra passato e futuro, modernità e tradizione, utopia e decadimento.

La narrazione si sviluppa all’ombra di una società rigidamente stratificata, governata da un’élite di famiglie patrizie che si abbandonano a piaceri edonistici, mentre la popolazione comune vive in povertà. Al centro della vicenda troviamo Cesare Catilina, interpretato da Adam Driver, un architetto visionario e idealista che sogna di creare una città ideale, libera dai mali della corruzione e del degrado, grazie a un misterioso materiale chiamato “megalon.” Questo composto, quasi mistico, conferisce a Catilina un potere straordinario: quello di plasmare e persino fermare il tempo, trasformandolo in una sorta di demiurgo moderno, elevato a un piano quasi divino. La sua visione di Megapolis non è un semplice sogno, ma una possibilità concreta, un’opera d’arte da modellare con le proprie mani. Attraverso la celebre citazione shakespeariana “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni,” Catilina esprime l’idea che anche le utopie più irraggiungibili possano diventare realtà, a patto che vengano immaginate e perseguite con convinzione. Per Catilina, questa frase non è solo retorica, ma una chiamata a trasformare le sue visioni in realtà, dimostrando come le utopie più audaci possano concretizzarsi grazie a una volontà ferrea e a una fede incrollabile nell’immaginazione. Con questa citazione, Coppola invita a riflettere su come i sogni e le ambizioni siano parte integrante della natura umana e, pertanto, potenzialmente realizzabili.

Il controllo temporale che Catilina esercita tramite il “megalon” introduce una dimensione affascinante, rivelando però i rischi di questa aspirazione. Coppola suggerisce che, sebbene la capacità di arrestare il tempo sia seducente, essa comporta anche il rischio di trasformare l’utopia di Catilina in una trappola statica, incapace di evolversi. La città perfetta non può esistere in uno stato immutabile; ha bisogno di cambiamento per restare viva. In questo senso, Coppola esplora un tema profondo e attuale: la contraddizione insita nell’aspirazione umana a creare un paradiso perfetto, che rischia di diventare un carcere se non è aperto al dinamismo della realtà. La Megapolis, rischia, quindi, di apparire come una fragile costruzione, un’ambiziosa illusione che ignora la natura intrinsecamente imperfetta e mutevole dell’umanità.

Catilina, nel suo tentativo di realizzare la sua visione, affronta un’opposizione politica e morale rappresentata dal sindaco Franklyn Cicero, interpretato da Giancarlo Esposito. Cicero incarna l’ordine conservatore e tradizionale, opponendosi con fermezza ai cambiamenti rivoluzionari proposti da Catilina, considerati una minaccia per la stabilità sociale. La figura di Cicero rappresenta così una tensione dialettica: ogni tentativo di creare un’utopia si scontra inevitabilmente con il rischio di una distopia, dove la lotta per il progresso porta con sé la possibilità di una regressione. Coppola dipinge questo dualismo attraverso rimandi alla tragedia greca e alla filosofia romana, mettendo in evidenza come l’umanità sia costantemente impegnata nella lotta tra creazione e autodistruzione, progresso e corruzione. Megapolis diventa quindi non solo un’opera di costruzione, ma anche una profonda riflessione sulla caducità e sulla lotta eterna tra progresso e conservazione, incarnata da queste due figure, che non sono altro che la personificazione moderna di Lucio Sergio Catilina e Marco Tullio Cicerone. Non è un caso che Franklyn Cicero reciti un passaggio emblematico delle Catilinarie, dall’incipit:

«Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?»

A minacciare ulteriormente la fragile utopia di Catilina è Clodio Pulcher, interpretato da Shia LaBeouf, un personaggio complesso e ambiguo che si insinua tra i ranghi della città come un seme di autodistruzione. Clodio rappresenta il lato oscuro dell’umanità, il demone interiore che mina dall’interno le ambizioni di Catilina, ricordando che nessun sogno è immune alla corruzione. La sua presenza simboleggia la natura fragile della società umana e il rischio costante che anche la visione più pura possa essere contaminata. Coppola, attraverso Clodio, evidenzia come ogni utopia sia destinata a confrontarsi con le debolezze e le contraddizioni umane, esponendo il protagonista a una doppia minaccia: quella esterna dei nemici visibili e quella interna delle proprie debolezze.

Nel cuore di questo conflitto emerge Julia Cicero, la figlia del sindaco, interpretata da Nathalie Emmanuel, che si pone come ponte tra Catilina e il suo passato. Julia diventa per Catilina una guida salvifica, una voce che lo spinge a confrontarsi con le sue ombre e a superare i traumi personali. È attraverso Julia che Catilina apprende che il futuro non può essere costruito ignorando le cicatrici della propria storia, ma piuttosto abbracciandole e comprendendole. Julia simboleggia l’equilibrio e la saggezza che mancano a Catilina, rivelandosi essenziale per la sua crescita e la sua capacità di concepire una vera utopia, che non sia un’astrazione sterile, ma una realtà concreta che riconosce la complessità dell’essere umano.

Sul piano visivo, Megapolis è straordinario e riafferma il cinema come arte pura. Coppola, in collaborazione con il direttore della fotografia Mihai Mălaimare Jr., costruisce un’estetica imponente e raffinata, offrendo una visione mozzafiato della città, che appare quasi come un’entità autonoma, avvolta in un’aura di sacralità. Ogni inquadratura amplifica la tensione tra monumentalità e vulnerabilità, tra grandiosità architettonica e fragilità umana. Con questo film, Coppola celebra il cinema come un mezzo capace di esplorare l’interiorità umana e le sue contraddizioni, un’arte che, in Megapolis, raggiunge vertici di profondità e bellezza unici.

In definitiva, Megapolis si rivela un’opera ambiziosa e profonda, che va oltre la semplice visione futuristica invitando lo spettatore a riflettere sulle aspirazioni dell’umanità e sulle sue lotte per un futuro migliore. Coppola esplora le dinamiche complesse e spesso contraddittorie che caratterizzano la condizione umana, offrendo una narrazione che incarna la vulnerabilità insita in ogni sogno di perfezione. Ogni elemento del film – dai personaggi ai dialoghi, dalle immagini alle citazioni letterarie – contribuisce a creare un mosaico ricco di significati, in cui ogni dettaglio invita il pubblico a confrontarsi con i propri sogni e le proprie paure, sottolineando la fragilità delle utopie, simile a quella dei sogni. Catilina, pur essendo capace di manipolare e persino arrestare il tempo grazie al megalon, scopre che il vero progresso non si trova nel congelare un ideale, ma nel lasciarlo fluire. Anche l’utopia più perfetta non può esistere senza il cambiamento e l’adattamento che solo il tempo permette. Coppola sembra suggerire che, cercando di controllare il tempo, si rischia di trasformare il sogno in una prigione statica, incapace di evolversi e destinata a infrangersi contro la natura umana. Così, il film ci ricorda che la vera realizzazione dei nostri ideali richiede di accettare e rispettare il flusso del tempo e la complessità della nostra stessa natura.

Attraverso Julia, Catilina impara che il sogno di una città perfetta può prosperare solo abbracciando il tempo come un alleato, non come un elemento da dominare. Questa rivelazione non solo risolve il suo conflitto interiore, ma lascia un messaggio universale: la perfezione non è un punto di arrivo immutabile, ma un processo dinamico. Megapolis si rivela, dunque, un’opera che sfida lo spettatore a considerare le utopie non come realtà congelate, ma come progetti vivi, plasmati dal tempo e dalla natura imperfetta dell’umanità. In ultima analisi, Coppola ci invita a guardare avanti con speranza e consapevolezza, ricordandoci che la vera bellezza dei nostri sogni e delle nostre utopie risiede nella loro capacità di evolversi, proprio come l’umanità stessa. Allo stesso modo, anche il cinema è destinato a trasformarsi e a evolversi costantemente: il medium cinematografico, proprio come l’utopica Megapolis di Catilina, è soggetto a continua reinterpretazione e reinvenzione. L’arte cinematografica si nutre del tempo, assorbe nuove influenze e rivela nuovi significati, proprio come la vita stessa.

Voto: ★★★★☆

Joker: Folie à Deux

Joker: Folie à Deux (2024) – Todd Phillips

Joker: Folie à Deux si spinge oltre il percorso tracciato dal primo capitolo, abbandonando l’iperrealismo per immergersi in una dimensione onirica e surreale, riflesso del crollo mentale e dell’evoluzione di Arthur Fleck. Il film di Todd Phillips non si limita a raccontare la discesa di un uomo nella follia, ma esplora la complessità del mito che Joker rappresenta: un simbolo ormai più grande del personaggio stesso, una maschera che tutti attendono di vedere pienamente incarnata.

La dualità tra Arthur e Joker è il fulcro della narrazione. Arthur è ancora aggrappato ai fragili resti della propria identità, ma avverte la pressione inesorabile verso Joker, una figura che promette caos e fuga dalla sofferenza. Joker non è più soltanto un alter ego, ma una presenza che ha già consumato Arthur dall’interno, un simbolo di disordine, ribellione e libertà dai vincoli morali. In questo film, Joker rappresenta il destino inevitabile: personaggi come Harley Quinn, il pubblico in tribunale e gli stessi spettatori aspettano tutti il suo pieno manifestarsi. Il rapporto con Harley Quinn, interpretata da Lady Gaga, accentua questa dinamica. Harley non è attratta dall’uomo fragile e spezzato che è Arthur, ma da ciò che Joker rappresenta: un simbolo di caos e sovversione. Questa fascinazione riflette anche il legame che il pubblico nutre verso Joker: un’attesa costante della sua completa realizzazione. Harley, come lo spettatore, partecipa a questa tensione, mentre la storia si configura come un preludio alla trasformazione inevitabile. L’ambientazione tra la prigione di Arkham e l’aula del tribunale diventa una metafora della mente frammentata di Arthur. Arkham è una prigione sia fisica sia mentale, il luogo dove è rinchiuso e dove il lato oscuro di Joker ha preso piede. Il tribunale, invece, è il palcoscenico del giudizio sociale, non solo su Arthur come individuo, ma soprattutto su Joker come icona.

Una forte componente metacinematografica pervade il film. In una delle sue visioni oniriche, Joker osserva con ironia: “Ho il vago sospetto che non stiamo dando quello che le persone si aspettano.” Questa frase è sia una riflessione interna al film, sia un commento rivolto al pubblico. Folie à Deux gioca consapevolmente con le aspettative, sapendo che tutti – dai personaggi allo spettatore – attendono il trionfo di Joker. Tuttavia, questa rivelazione viene posticipata, creando una tensione palpabile tra ciò che viene mostrato e ciò che deve ancora accadere. Il film fa più volte riferimento a un film su Joker (probabilmente il primo), rafforzando la mitizzazione crescente del personaggio, ulteriormente alimentata da Harley. Joker è ormai diventato un mito culturale che trascende Arthur, legato a una leggenda vivente.

L’introduzione del musical e delle sequenze coreografate segna un cambiamento di tono audace rispetto al primo film. Se Joker (2019) era un’immersione brutale nella mente di un uomo che perdeva il contatto con la realtà, Folie à Deux abbraccia la follia in una forma più stilizzata e teatrale. Sebbene Joaquin Phoenix riesca a rendere efficaci le sue performance vocali grazie alla natura straniante del personaggio, le sequenze musicali risultano piuttosto scialbe e prive di incisività. Le canzoni non riescono a sostenere il peso simbolico che avrebbero potuto avere, e questo rappresenta un’occasione mancata, soprattutto considerando la presenza di Lady Gaga nel ruolo di Harley Quinn. Il suo talento vocale resta in gran parte inesplorato, limitando l’impatto emotivo e narrativo di queste scene. Il film sembra inoltre tentare di replicare l’esperimento stilistico di Lars von Trier in Dancer in the Dark, che ha dato vita a quello che si può definire un “anti-musical,” ma senza riuscire a raggiungere lo stesso livello di profondità e intensità. Mentre von Trier ha utilizzato il musical per amplificare il distacco dalla realtà, in Folie à Deux la musica non riesce a diventare uno strumento altrettanto efficace di introspezione psicologica, lasciando un senso di incompletezza.

Joker: Folie à Deux si muove costantemente tra realtà e immaginazione, rendendo difficile stabilire dove finisca Arthur e inizi Joker. Se nel primo film Arthur lottava per affermare la propria identità in un mondo che lo rifiutava, qui la sua trasformazione è accolta, quasi incoraggiata dagli eventi, e l’unico ostacolo alla piena realizzazione del Joker sembra essere proprio Arthur. Harley Quinn è il catalizzatore principale che spinge Arthur verso l’abbandono completo alla sua nuova identità. La loro dinamica, fatta di attrazione e dipendenza reciproca, arricchisce il film, anche se persiste un senso di incompletezza.

In definitiva, Joker: Folie à Deux è un esperimento audace che spinge oltre i confini del cinecomic tradizionale per addentrarsi in territori psicologici e stilistici più sofisticati. Non è un film pensato per accontentare tutti, ma sfida lo spettatore con scelte narrative e visive coraggiose. La dualità tra Arthur e Joker, l’attesa per la piena manifestazione del simbolo e la tensione metacinematografica creano un’esperienza interessante e destabilizzante. Tuttavia, chi si aspetta un sequel lineare e immediato al primo film potrebbe rimanere deluso.

Voto: ★★☆☆☆

Trap

Trap  (2024) – M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan non delude neppure questa volta. Con Trap, il regista guida lo spettatore attraverso un viaggio intriso di tensione costante, dipingendo con maestria la discesa di un uomo nell’oscurità più profonda. La narrazione si sviluppa come un labirinto emotivo, in cui ogni passo del protagonista lo avvicina sempre di più all’abisso interiore.

Cooper, il protagonista interpretato magistralmente da Josh Hartnett, sembra a prima vista un padre amorevole e cittadino esemplare. Tuttavia, si rivela essere un serial killer, un predatore silenzioso e un macellaio di uomini che si muove furtivamente nell’ombra della sua vita. La sua esistenza, costruita su una fragile apparenza di normalità, inizia a sgretolarsi quando accompagna la figlia a un concerto, un gesto che dovrebbe incarnare l’amore paterno. Tuttavia, quella che doveva essere una serata speciale con la figlia si trasforma in un incubo, poiché il concerto si rivela essere una trappola dell’FBI, un’arena in cui Cooper deve lottare non solo per la sua libertà, ma anche per mantenere intatta la facciata di normalità che ha costruito con tanta cura. In questo scenario, il concerto assume un significato simbolico potente, diventando un veicolo per la critica sociale che Shyamalan intreccia abilmente nella trama. La folla di giovani, persa nella devozione cieca verso la celebrità sul palco, rappresenta una generazione intrappolata nell’idolatria moderna, una gioventù che sacrifica la propria identità sull’altare della fama e della superficialità. Il regista offre un ritratto impietoso dell’alienazione collettiva, dove il culto della celebrità diventa una nuova forma di schiavitù, una prigione dorata in cui i giovani si perdono, smarrendo il senso del sé. Immerso in questo mondo di luci artificiali e adorazione vana, il protagonista si trova di fronte a una scelta che non lascia spazio alla luce: per sopravvivere e proteggere la sua doppia vita, deve abbandonare ogni parvenza di moralità e abbracciare la sua oscurità interiore. La sua discesa nel baratro non è solo fisica, ma anche spirituale. Ogni decisione lo spinge più a fondo nelle tenebre, trasformandolo in un’ombra di ciò che era, un uomo che ha scelto di diventare il mostro che ha sempre nascosto dentro di sé.

Lo spettatore diventa così un testimone silenzioso di questa trasformazione, assistendo all’abbandono del protagonista alla sua natura più oscura. Trap è quindi molto più di un semplice thriller; è una critica feroce e diretta alla società contemporanea. Shyamalan mostra un mondo in cui l’apparenza ha sostituito la sostanza, dove la venerazione delle celebrità ha preso il posto dell’autenticità e dove l’individuo si dissolve in una massa informe di adoratori senza volto. Il protagonista, che lotta disperatamente per mantenere la sua maschera, finisce per perdersi non tanto nelle mani dell’FBI, quanto nelle profondità della sua stessa anima ormai priva di luce. La sua casa, ultimo baluardo di una normalità costruita su menzogne, si trasforma nell’atto finale di una tragedia personale, una prigione in cui le mura riflettono la sua decadenza morale. In un mondo ossessionato dall’apparenza, persino i luoghi più intimi e sicuri diventano trappole pronte a stritolare chi vi cerca rifugio.

In definitiva, Trap è una profonda meditazione sulla condizione dell’uomo contemporaneo, sulla lotta tra ciò che appare e ciò che è, tra il desiderio e l’autoinganno, un’esplorazione nelle profondità del male non come entità esterna, ma come scelta interiore, un abbraccio deliberato di una natura che spaventa ma che, al contempo, definisce.

Voto: ★★★★☆

Chime

Chime (2024) – Kiyoshi Kurosawa

Chime è un’opera che trascende i confini del cinema convenzionale, configurandosi come una meditazione visiva sulla fragilità dell’esistenza umana e sull’inesorabile discesa negli abissi più oscuri dell’anima. In soli 45 minuti, Kurosawa, con la sua maestria senza pari, tesse una trama delicata e intricata, in cui ogni singolo suono, ogni immagine e ogni silenzio si caricano di un significato profondo che vibra nell’aria come un richiamo lontano, quasi ancestrale, destinato a risuonare nell’intimo dello spettatore.

Chime non è semplicemente un racconto dell’orrore; è un viaggio onirico e inquietante attraverso i meandri più reconditi e tenebrosi della psiche umana, dove il confine tra il reale e l’immaginario si dissolve gradualmente, come la nebbia che si disperde con la luce del mattino. Il titolo stesso, Chime, evoca l’idea di un segnale, un avvertimento sinistro che risuona nelle profondità della coscienza, preannunciando un cambiamento inevitabile, un destino ineluttabile che non può essere evitato. Quel rintocco che si ripete incessante diventa il simbolo di una presenza invisibile e insidiosa, un’eco di paure antiche e mai sopite, che si insinua nei recessi più intimi dell’essere, rivelando debolezze e vulnerabilità nascoste. I personaggi di Kurosawa, immersi in una quotidianità solo apparentemente normale, vivono sospesi in un limbo esistenziale, in uno stato di attesa che lentamente si trasforma in angoscia soffocante. Le loro case, gli spazi familiari in cui si muovono, perdono gradualmente la loro funzione rassicurante e protettiva, per diventare specchi deformanti dell’anima, luoghi in cui il tempo sembra rallentare fino quasi a fermarsi, e il silenzio, divenuto insopportabile, si materializza come una presenza fisica e opprimente, che stringe il cuore e soffoca l’anima. La luce, tenue e sfuggente, avvolge ogni scena di un velo spettrale, trasformando il quotidiano in qualcosa di stranamente irreale e perturbante. Le ombre si allungano minacciosamente, i volti si svuotano di ogni espressione, e ciò che era familiare e rassicurante diventa improvvisamente minaccioso, come se una forza oscura e indefinibile si stesse insinuando tra le pieghe della realtà, distorcendo il mondo conosciuto e gettando una luce sinistra su ogni dettaglio. Kurosawa crea così un mondo di fantasmi e ombre, non solo apparizioni spettrali, ma riflessi dell’inconscio, manifestazioni tangibili delle paure e delle insicurezze che abitano non solo i suoi personaggi, ma anche lo spettatore stesso, coinvolto in un’esperienza profondamente immersiva e disturbante.

In Chime, il vero orrore non risiede nei mostri tangibili o nelle apparizioni spaventose, ma in quella tensione sottile e persistente, in quel fremito che percorre la spina dorsale quando si è costretti a confrontarsi con ciò che si è tentato di nascondere: le proprie debolezze, le proprie ossessioni, e le parti più oscure e inconfessabili del proprio animo. Kurosawa dipinge un affresco di inquietudine e angoscia che sussurra costantemente all’orecchio dello spettatore, insinuando che il vero nemico non è esterno, ma risiede dentro di noi, che il vero terrore è quello che portiamo nel profondo, nelle pieghe più oscure della nostra mente. La colonna sonora, quasi un soffio leggero, amplifica e sottolinea questa sensazione di imminente catastrofe. Ogni rumore, ogni eco, ogni silenzio è carico di una tensione che sembra sul punto di esplodere, ma che invece si protrae indefinitamente, lasciando lo spettatore sospeso in uno stato di ansia che non trova mai sfogo. È un ritmo che pulsa come un cuore malato, un battito che risuona nell’oscurità e accompagna i protagonisti nel loro lento e inesorabile declino verso l’inevitabile.

Con Chime, Kurosawa offre non solo un film, ma un’esperienza sensoriale totale, un’immersione profonda in un universo dove le immagini e i suoni si fondono per creare una poesia del terrore, un canto malinconico e struggente che riecheggia a lungo anche dopo i titoli di coda. È un’opera che lascia un segno indelebile, che continua a risuonare nella mente e nell’anima dello spettatore, un’eco persistente di un viaggio negli abissi più profondi e oscuri della condizione umana.

Voto: ★★★★☆