The Wailing

The Wailing (2016) – Na Hong-jin

Con The Wailing, Na Hong-jin firma una delle opere più perturbanti e stratificate del cinema contemporaneo. L’apparente cronaca di un’epidemia che sconvolge un piccolo villaggio coreano si trasforma progressivamente in un’indagine sul male come disordine del mondo, sulla crisi del sapere e sull’impossibilità di distinguere tra colpa e destino. Il film non rappresenta la paura: la elabora come forma di conoscenza, trascinando lo spettatore nello stesso labirinto interpretativo in cui si perdono i personaggi.

L’incipit realistico — una serie di delitti efferati indagati da un poliziotto mediocre, Jong-Goo — viene lentamente contaminato da elementi rituali, mitologici e religiosi. Le spiegazioni razionali si sgretolano, mentre la realtà si apre a un universo di forze invisibili in conflitto: lo sciamanesimo e il cristianesimo, la superstizione e la modernità, l’ordine e il caos. In questa intersezione di credenze e paure, il film mette in scena la frattura di una comunità che non possiede più un linguaggio comune per interpretare il male. The Wailing non dissolve la verità: ne moltiplica le ombre.

Na Hong-jin lavora sul confine tra i generi con una precisione quasi rituale. Il film nasce come un poliziesco rurale, attraversa la commedia nera e approda infine a un horror liturgico. L’ironia iniziale, grottesca e quasi quotidiana, si spegne lentamente per lasciare spazio a un terrore cerimoniale, fatto di riti, possessioni e sacrifici. La macchina da presa asseconda questa metamorfosi con movimenti sempre più convulsi, mentre la fotografia si oscura fino a intridersi di toni plumbei e sanguigni, come se la luce stessa venisse contaminata dal male.
Questo mutamento di registro prepara l’apparizione dello straniero: come se la realtà, deformata dal rito, dovesse ora trovare nel corpo dell’altro il suo catalizzatore.

Al centro, infatti, si colloca l’enigma dello straniero giapponese che vive isolato nel bosco. È il punto di convergenza delle paure collettive, il “diverso” su cui proiettare la colpa. Ma Na Hong-jin evita qualsiasi semplificazione etnica o morale: lo straniero è insieme figura del trauma e riflesso dell’ossessione interna. Nella sua ambiguità, racchiude il peso della storia coloniale, la diffidenza verso l’altro e la tentazione di espellere ciò che non si può comprendere. Il male, allora, non abita altrove: è il meccanismo stesso con cui la comunità cerca un capro espiatorio per sopravvivere al proprio disfacimento.

Il film raggiunge il suo vertice nel montaggio parallelo tra l’esorcismo dello sciamano e il contro-rituale dello straniero: due sistemi simbolici che si annullano a vicenda, due visioni del mondo incapaci di prevalere. È una delle sequenze più vertiginose del cinema recente — un crescendo sonoro e visivo che non conduce a rivelazione ma a indecidibilità. The Wailing non offre catarsi, ma sospensione: ci lascia nel punto cieco tra fede e paranoia, ragione e superstizione.

In fondo, l’opera di Na Hong-jin non è solo un horror metafisico: è un trattato antropologico sulla paura come linguaggio collettivo, sull’impossibilità di separare il sacro dal mostruoso. L’orrore non nasce dal soprannaturale, ma dal bisogno umano di dare un volto al disordine. Nel momento in cui la comunità crolla e ogni interpretazione si rivela impotente, resta soltanto il silenzio — un silenzio carico di presagi, come dopo un rituale che non ha funzionato.

The Wailing lascia lo spettatore in uno stato di smarrimento lucido, sospeso tra dubbio e fede. Non resta una spiegazione, ma una consapevolezza provvisoria: che il male, più che principio metafisico, è la trama instabile che unisce paura e conoscenza. È in questa vertigine, dove il rito fallisce e la ragione si fa tenebra, che il film trova la sua grandezza.

Voto: ★★★★☆