Broken Rage

Broken Rage (2024) – Takeshi Kitano

Con Broken Rage, presentato fuori concorso all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Takeshi Kitano torna a interrogare la natura del cinema e del racconto, firmando un’opera che si muove con disinvoltura tra tragedia e commedia, azione e ironia, costruzione e decostruzione.
A prima vista potrebbe sembrare un classico yakuza movie, ma sotto la superficie si cela un’indagine più profonda sulla rappresentazione della violenza e del destino, un gioco che trasforma il modo in cui lo spettatore percepisce il film, mettendo in discussione il rapporto tra immagine e significato. Kitano, ormai icona del cinema giapponese, sembra voler tornare sul territorio del crime movie non tanto per raccontare una nuova storia di gangster e vendetta, quanto per svelare i meccanismi stessi del genere, smontandoli e ricomponendoli con una lucidità che sfida ogni convenzione narrativa.

La struttura di Broken Rage è il suo primo elemento dirompente. Il film si sviluppa in due metà speculari: la prima racconta, con i toni cupi e solenni del noir giapponese, la storia di Nezumi, un sicario intrappolato tra la polizia e la yakuza, in un mondo in cui la vendetta è l’unica forma di giustizia rimasta. I personaggi si muovono in un ambiente stilizzato e crepuscolare, in cui il codice d’onore della yakuza sembra ormai svuotato di ogni significato e il destino ineluttabile guida i protagonisti verso una spirale autodistruttiva. La seconda metà, invece, ripercorre gli stessi eventi, ma filtrati attraverso un registro comico e assurdo, come se la realtà si smontasse e rivelasse il suo lato farsesco. Questa scelta strutturale non è un semplice esercizio stilistico, ma una riflessione sulla ripetizione e sull’artificio della narrazione cinematografica. Cosa succede quando una vicenda tragica viene rivista sotto una nuova luce? La violenza perde la sua carica drammatica e diventa grottesca? Oppure, al contrario, la risata amplifica il senso di disillusione, mostrando che dietro il crimine e il potere non ci sono che ingranaggi vuoti, privi di una vera direzione?

Kitano stesso ha espresso il suo approccio al film in questi termini:

“Quando si parla di pittura, si parla di migliaia di anni di storia, ma quando si guarda al cinema, forse la sua storia dura circa cento anni o poco più. Se si parla di pittura, si parla di Cubismo, Impressionismo, molti stili diversi. Se si fa il paragone con il cinema, non c’è ancora stato il tempo per attraversare così tante correnti. Se penso al Cubismo e all’Impressionismo in un analogo cinematografico, non credo di averli trovati nel mio film, ma credo che i film debbano evolversi man mano che andiamo avanti nel futuro.”

La sua visione del cinema come arte ancora in divenire trova in Broken Rage un perfetto esempio: un’opera che sperimenta, decostruisce e ridefinisce il linguaggio cinematografico. È come se Kitano volesse mettere in scena un esperimento, un tentativo di far convivere due anime della narrazione – quella tragica e quella farsesca – dimostrando che entrambe possono raccontare la stessa storia, ma con esiti radicalmente diversi.

La violenza, tema centrale nella poetica di Kitano, è qui soggetta a una continua metamorfosi. Nei suoi film precedenti, la brutalità si manifestava spesso in modo secco, improvviso, lasciando lo spettatore spiazzato da esplosioni di sangue che rompevano il flusso della narrazione. In Broken Rage, invece, la violenza non è solo un elemento di tensione drammatica, ma diventa un oggetto di analisi linguistica. Il modo in cui viene rappresentata cambia a seconda del registro del film: nella prima metà è asciutta, fatale, quasi rituale; nella seconda metà diventa assurda, caricaturale, quasi un balletto grottesco in cui i personaggi sembrano burattini mossi da un destino beffardo. Kitano dimostra che la percezione della violenza è relativa e che la sua stessa rappresentazione è un costrutto cinematografico, non un elemento oggettivo. Se in film come Hana-bi o Sonatine la riflessione sulla violenza si esprimeva attraverso la malinconia e il silenzio, in Broken Rage Kitano sembra aver trovato un nuovo modo di esplorare lo stesso tema: il riso. Non un riso liberatorio, ma un riso amaro, che nasce dalla consapevolezza dell’assurdità della vita e dalla ciclicità della tragedia umana. Il contrasto tra le due anime del film non è solo un gioco stilistico, ma una dichiarazione di poetica. È come se Kitano dicesse che il cinema stesso è un continuo rimescolamento di elementi, una macchina che può trasformare la tragedia in commedia e viceversa con un semplice cambio di prospettiva.

Dal punto di vista visivo, Broken Rage mantiene il rigore estetico tipico del cinema di Kitano. Le inquadrature sono costruite con una precisione quasi pittorica, i movimenti di macchina sono ridotti all’essenziale, il montaggio è secco e chirurgico. Anche nei momenti più assurdi e grotteschi, il film non cede mai al caos visivo, mantenendo sempre un rigore compositivo che conferisce alla narrazione un senso di inevitabilità. I personaggi si muovono in scenari che sembrano sospesi nel tempo, tra interni spogli e paesaggi quasi astratti, in cui il confine tra realismo e stilizzazione diventa sempre più labile.

Con Broken Rage, Takeshi Kitano si conferma quindi un autore che continua a interrogarsi sulla natura del cinema, mettendo in discussione i suoi stessi codici e ribaltando le aspettative del pubblico. Attraverso un tono ibrido e una struttura volutamente spiazzante, il film non si limita a essere un esperimento narrativo, ma diventa un’opera che esprime una libertà creativa consapevole, capace di sovvertire regole e convenzioni. La fusione tra tragedia e commedia, tra violenza e ironia, non rappresenta un semplice gioco stilistico, ma una riflessione sul modo in cui le storie vengono raccontate e percepite. Broken Rage destruttura il linguaggio cinematografico, dimostrando come ogni narrazione sia frutto di un punto di vista, di una scelta stilistica e concettuale che ne determina il significato. Il film non si limita infatti a mettere in scena una vicenda di crimine e vendetta, ma utilizza questi elementi come pretesto per un discorso più ampio sulla natura stessa della rappresentazione. Ogni scena, ogni inquadratura, ogni cambio di registro contribuisce a un’indagine sul modo in cui il cinema costruisce e ricodifica la realtà. La violenza, elemento ricorrente nella poetica di Kitano, assume qui una funzione metacinematografica, rivelando come il suo impatto dipenda interamente dal contesto narrativo in cui è inserita. Il film mostra come lo stesso evento possa assumere valenze differenti, a seconda del tono con cui viene raccontato, e sottolinea così il potere del cinema nel modellare la percezione dello spettatore.

In definitiva, Broken Rage diviene una riflessione sulla continua trasformazione del linguaggio cinematografico, evidenziando come il cinema non sia un sistema chiuso, ma un mezzo in costante evoluzione. L’opera si colloca in una dimensione liminale tra tradizione e innovazione, tra costruzione e decostruzione, tra realismo e artificio. La sua struttura non lineare e la sua capacità di mescolare registri differenti suggeriscono che il cinema del futuro potrebbe non essere vincolato a una narrazione univoca, ma sempre più aperto a una molteplicità di interpretazioni e significati. Broken Rage non è solo un film che smonta il cinema stesso, ma un’opera che invita a riflettere sul suo futuro e sulle sue infinite possibilità.

Voto: ★★★☆☆