Il Cinema Contemplativo di Tsai Ming-liang

Il cinema di Tsai Ming-liang, regista e sceneggiatore malese naturalizzato taiwanese, si distingue come un unicum nel panorama contemporaneo per la sua audace esplorazione dell’alienazione, della solitudine e della disconnessione umana. Considerato uno dei registi più radicali del cinema moderno, Tsai offre opere che si muovono in un limbo tra realtà e il surreale, aprendo spazi per una riflessione silenziosa e contemplativa sul vuoto esistenziale. Attraverso l’uso magistrale di lunghi piani sequenza, spazi vuoti e silenzi, ridefinisce il modo in cui le emozioni possono essere veicolate nel cinema. L’assenza di narrazioni convenzionali, unita alla scarsità di dialogo e azione, trasforma i suoi film in vere e proprie meditazioni visive sulla condizione umana.

Lungometraggi

Rebels of the Neon God (1992) [★★★☆☆] 

Il primo lungometraggio di Tsai Ming-liang esplora la gioventù urbana di Taipei attraverso il personaggio di Hsiao Kang, interpretato dal suo attore feticcio Lee Kang-sheng. Hsiao Kang è un giovane ribelle che fatica a trovare il proprio posto nel mondo. Il film si distingue per la capacità di catturare l’energia caotica della città e l’alienazione dei giovani che la abitano. La relazione conflittuale tra Hsiao Kang e i suoi genitori, unita alla sua ossessione per un giovane teppista di nome Ah Tze, rappresenta un microcosmo di disillusione e frustrazione giovanile. Visivamente, il film utilizza luci al neon e spazi urbani anonimi per enfatizzare il senso di isolamento. Tsai introduce già qui molti dei temi che svilupperà nei film successivi, come l’incomunicabilità, la sessualità repressa e l’incapacità di trovare un senso nella vita moderna. Il titolo del film fa riferimento a Nezha, una divinità ribelle della mitologia cinese, simbolo della lotta di Hsiao Kang contro il controllo e le aspettative familiari.

Vive L’Amour (1994) [★★★★★] 

In Vive l’Amour, vincitore del Leone d’Oro a Venezia, Tsai Ming-liang perfeziona il suo stile narrativo riducendo i dialoghi e affidandosi a immagini e silenzi per raccontare la storia di tre sconosciuti che occupano lo stesso appartamento a Taipei. La città, con i suoi spazi enormi e vuoti, diventa una metafora della solitudine che caratterizza la vita dei protagonisti. Tsai esplora le interazioni casuali e accidentali tra i personaggi, evidenziando l’incapacità di stabilire legami autentici nonostante la vicinanza fisica. Il film riflette anche sull’idea del vuoto esistenziale, in particolare attraverso il personaggio di May Lin, l’agente immobiliare, che cerca senza successo di riempire il suo vuoto interiore con incontri casuali. La scena finale, in cui uno dei personaggi piange in silenzio su una panchina, è considerata una delle sequenze più potenti di Tsai, simboleggiando l’impossibilità di trovare conforto nella modernità urbana.

The River (1997) [★★★☆☆] 

The River esplora il disfacimento delle relazioni familiari attraverso la storia di Hsiao Kang, che soffre di un dolore cronico e misterioso al collo dopo essere stato coinvolto come comparsa in un film. Il film mostra la totale disconnessione tra i membri della sua famiglia: il padre, dipendente dai bagni pubblici, e la madre, ossessionata dal lavoro. Tsai utilizza il dolore fisico come una metafora della repressione emotiva e sessuale, con i personaggi intrappolati in un mondo dove l’intimità è completamente assente. La presenza costante dell’acqua, che appare sotto forma di pioggia, fiumi e bagni pubblici, diventa un simbolo sia di purificazione che di soffocamento.

The Hole (1998) [★★★★☆] 

Ambientato in un futuro distopico durante una misteriosa epidemia, The Hole è una fusione unica di realismo e surrealismo. Il film segue due vicini di casa, un uomo e una donna, che vivono isolati in un condominio fatiscente. Un buco nel pavimento del soffitto li collega fisicamente, ma non emotivamente. Tsai utilizza la metafora del buco per esplorare il desiderio umano di connessione e la sua impossibilità in un mondo devastato dalla solitudine e dalla paura. Gli intermezzi musicali, in cui la donna immagina di cantare canzoni pop degli anni ’50 e ’60, sono momenti di evasione che spezzano la narrazione cupa, fornendo uno spaccato del suo mondo interiore. Questi numeri musicali rappresentano anche una critica all’alienazione della vita moderna, in cui la cultura pop diventa un mezzo per sfuggire al vuoto esistenziale.

What Time Is It There? (2001) [★★★☆☆] 

In questo film, Tsai continua ad approfondire il tema della distanza e della perdita. Dopo la morte del padre, Hsiao Kang, il venditore di orologi, è ossessionato dall’idea del tempo e cerca di sincronizzare tutto con il fuso orario di Parigi, dove si trova una cliente con cui ha avuto un breve incontro. Il film è una riflessione sul lutto, sul tempo come entità astratta e sul desiderio di riconnessione con una persona lontana. What Time Is It There? esplora anche il concetto di eternità nel contesto delle relazioni umane, mettendo in parallelo la città di Taipei con Parigi, due luoghi distanti ma stranamente connessi. L’influenza del cinema francese è evidente, in particolare nell’omaggio a Jean-Pierre Léaud, che appare in una breve scena.

Goodbye, Dragon Inn (2003) [★★★★☆] 

Questo film è un omaggio al cinema e una riflessione sulla sua decadenza. Ambientato in un vecchio cinema di Taipei durante l’ultima proiezione del classico wuxia Dragon Inn, il film è dominato dal silenzio e dalla malinconia. I pochi spettatori presenti sono quasi spettri, che vagano nel cinema come anime in pena, in cerca di connessione o di ricordi del passato. Il cinema, simbolo di una comunità che non esiste più, diventa un luogo di memoria e di nostalgia. L’addio a Dragon Inn riflette la transizione dalla vecchia pellicola analogica al digitale, segnalando la fine di un’epoca. Tsai esplora anche la solitudine intrinseca dell’esperienza cinematografica, trasformando il cinema vuoto in un’analogia per l’isolamento nella vita moderna.

The Wayward Cloud (2005) [★★★★☆] 

Probabilmente il film più controverso del regista, The Wayward Cloud esplora la sensualità e il desiderio in modo provocatorio, combinando momenti di erotismo con una critica sottile alla commercializzazione dei corpi. Ambientato durante una siccità in cui l’acqua è una risorsa scarsa, il film racconta la storia di un attore pornografico e di una donna che si incontrano. Le scene sessuali esplicite sono bilanciate da una narrazione surreale, in cui le angurie, onnipresenti, diventano simboli di piacere e fertilità. Il film indaga la dicotomia tra il bisogno fisico e la connessione emotiva, con i personaggi che cercano di soddisfare i loro desideri corporei in un mondo arido e sterile. L’acqua, solitamente simbolo di vita, qui rappresenta la sua assenza, creando un senso di privazione e tensione.

I Don’t Want to Sleep Alone (2006) [★★★☆☆] 

Girato in Malesia, I Don’t Want to Sleep Alone esplora temi di emarginazione e alienazione sociale attraverso la storia di un senzatetto e di un lavoratore immigrato. Ambientato in un contesto urbano decadente e inquinato, il film riflette le condizioni precarie della vita di questi personaggi, che cercano conforto l’uno nell’altro. Tsai utilizza l’ambiente fatiscente e claustrofobico di Kuala Lumpur per enfatizzare il senso di isolamento. La narrazione lenta e silenziosa crea un’atmosfera sospesa, in cui i personaggi si muovono tra l’invisibilità sociale e il desiderio di intimità.

Visage (2009) [★★☆☆☆]

Visage è una delle opere più simboliche e metacinematografiche di Tsai, realizzata come parte di un progetto commissionato dal Museo del Louvre. Il film esplora il processo creativo attraverso la storia di un regista taiwanese che cerca di adattare la vita di Caravaggio. Attraverso una serie di incontri tra arte e vita reale, il film gioca con l’idea di rappresentazione e con la tensione tra l’arte e la realtà. Le lunghe inquadrature e i dialoghi minimalisti sottolineano il vuoto emotivo dei personaggi, mentre l’arte diventa un rifugio temporaneo dalle loro esistenze solitarie. Visage offre un’ulteriore riflessione sul potere dell’immagine e sulla sua capacità di catturare l’inafferrabile.

Stray Dogs (2013) [★★★★★]  

In Stray Dogs (2013), Tsai Ming-liang raggiunge l’apice del suo minimalismo formale, immergendosi in una rappresentazione sia brutale che poetica della vita ai margini della società urbana. Il film segue un uomo, interpretato sempre dal suo attore feticcio Lee Kang-sheng, che per mantenere i suoi due figli lavora come cartellone umano, reggendo manifesti pubblicitari per strada, mentre i bambini vagano tra supermercati e centri commerciali di Taipei. Attraverso lunghe inquadrature statiche e un ritmo lento, Tsai enfatizza la monotonia della vita quotidiana dei protagonisti, creando un forte contrasto con l’ambiente urbano alienante in cui sono immersi. L’immagine del padre che tiene un cartello sotto la pioggia diventa emblematica della disumanizzazione dei personaggi e del loro isolamento sociale. Un tema centrale è la sopravvivenza emotiva in un mondo che non ha spazio per l’empatia. Stray Dogs si configura quindi come un’opera sulla disconnessione umana, sull’abbandono e sul fallimento della società nel proteggere i più vulnerabili. Tuttavia, Tsai riflette anche sulla bellezza che può emergere persino nei momenti di maggiore disperazione. Il film culmina in una sequenza surreale e profondamente commovente, in cui il protagonista contempla un affresco su una parete decrepita, un momento simbolico che rappresenta l’eterna lotta tra speranza e disperazione. In questo modo, Stray Dogs non è solo un ritratto della vita ai margini, ma un invito a riflettere sulle complessità delle emozioni e delle relazioni umane.

Days (2020) [★★★★☆]

Days rappresenta una delle opere più minimaliste di Tsai, un ritorno alle sue radici stilistiche e tematiche. Il film esplora il tempo, la solitudine e il desiderio attraverso la vita di due uomini: Kang, interpretato da Lee Kang-sheng, un uomo di mezza età che soffre di dolori fisici cronici, e Non, un giovane immigrato che vive a Bangkok e lavora come massaggiatore. La narrazione in Days è quasi inesistente, caratterizzata da lunghi momenti di silenzio e da azioni quotidiane che si svolgono in tempo reale, come la preparazione dei pasti o il semplice osservare la pioggia. Tsai si concentra sull’idea del corpo umano come veicolo di sofferenza, ma anche come strumento di connessione. Quando i due protagonisti finalmente si incontrano in una sequenza di massaggio, si percepisce un palpabile senso di sollievo fisico e, forse, anche emotivo. Tuttavia, questa connessione fugace è destinata a svanire, e ognuno ritorna alla propria vita isolata. Con Days, Tsai sembra riflettere su come il tempo e il corpo siano intrinsecamente collegati. La malattia cronica del protagonista rappresenta il deterioramento fisico inevitabile, ma anche la resistenza di fronte al dolore.

Riflessioni

Il cinema di Tsai Ming-liang si erge come una sfida alla velocità e al consumo superficiale della cultura contemporanea. Attraverso lunghi silenzi, ritmi lenti e temi di alienazione e solitudine, Tsai invita lo spettatore a guardare oltre la superficie delle cose, confrontandosi con la profondità delle emozioni umane. La sua visione è sia cupa che profondamente umana, catturando la desolazione della vita moderna e la costante ricerca di connessione e significato. In un mondo in cui le città, nonostante la loro densità abitativa, si trasformano in spazi di isolamento, l’essere umano, pur desiderando il contatto, si ritrova spesso condannato a una solitudine ineludibile.

Solitudine e Disconnessione

Tsai è forse il regista contemporaneo che meglio esplora il tema della solitudine, sia fisica che emotiva. I suoi personaggi sono spesso intrappolati in uno spazio esistenziale completamente disconnesso da chi li circonda. Le città che dipinge, come Taipei, Kuala Lumpur o Marsiglia, non sono semplici sfondi urbani, ma entità vive che amplificano l’isolamento dei protagonisti. Questa alienazione è complessa e stratificata: non deriva solo dal fallimento nelle relazioni interpersonali, ma anche da una disconnessione esistenziale con il mondo moderno. In Stray Dogs, ad esempio, il protagonista vaga per una Taipei deserta, un paesaggio urbano che sembra quasi un labirinto in cui l’unico compagno è il silenzio. Questo viaggio solitario diventa una riflessione sulla condizione umana, un invito a esplorare il vuoto che ci circonda e a considerare come la modernità possa trasformare la vita quotidiana in una routine di alienazione. In questo contesto, la solitudine non è solo una condizione fisica, ma anche un modo di essere nel mondo, un approccio esistenziale che coinvolge ogni aspetto della vita. In un altro film, What Time Is It There?, Tsai esplora la solitudine attraverso la lente di una relazione a distanza. Qui, il protagonista, un venditore di orologi, si trova a navigare tra il suo lavoro e il desiderio di connessione con una donna in Francia. Questa separazione spaziale e temporale diventa un microcosmo delle distanze emotive che esistono in ogni relazione umana. Tsai mette in evidenza come anche i legami più profondi possano essere influenzati da fattori esterni, evidenziando la fragilità delle interazioni umane.

Il Tempo e la Lentezza

Un tratto distintivo del suo cinema è l’uso del tempo. I film di Tsai rifiutano la frenesia del cinema mainstream, optando per un ritmo deliberatamente lento. Questa lentezza non è una mera scelta stilistica, ma diventa una forma di resistenza alla modernità accelerata, invitando lo spettatore a prendersi il tempo per osservare, riflettere e sentire. In scene come quella di Stray Dogs, dove una donna fissa un murale per oltre dieci minuti, l’attesa è carica di tensione e contemplazione, trasformando la semplice azione di guardare in un’esperienza meditativa. Tsai stesso ha affermato: “Il silenzio è come un altro personaggio nei miei film; è attraverso il silenzio che possiamo percepire le emozioni più profonde.” La lentezza delle sue narrazioni costringe lo spettatore a confrontarsi con l’inevitabilità del tempo e della vita, generando un senso di urgenza e introspezione. In Days, questa riflessione sul tempo si manifesta attraverso la quotidianità e le routine dei personaggi. La ripetizione di gesti semplici e quotidiani diventa un modo per affrontare il dolore e la perdita, rendendo evidente come il tempo possa essere sia un alleato che un nemico. La lentezza e il silenzio diventano così strumenti di esplorazione personale, trasformando ogni fotogramma in un’opportunità di introspezione e contemplazione.

Corpo e Malattia

Il corpo umano nei film di Tsai è fragile, malato e in difficoltà. Dal dolore al collo di The River alla sofferenza fisica di Lee Kang-sheng in Days, il corpo diventa il principale palcoscenico in cui l’alienazione e il dolore esistenziale si manifestano. Tsai utilizza primi piani statici per costringere lo spettatore a confrontarsi con ogni dettaglio e ogni sofferenza, rendendo il corpo non solo un veicolo di esistenza, ma anche un simbolo della condizione umana. In Days, per esempio, il protagonista è ritratto mentre cerca sollievo dal dolore, e questo processo diventa una meditazione sulla fragilità dell’esistenza. I corpi, spesso sofferenti e vulnerabili, raccontano storie di isolamento e desiderio, invitando lo spettatore a una riflessione profonda su come la malattia e il dolore fisico siano legati all’esperienza emotiva. Tsai riesce a catturare questi momenti con una sincerità che rende la sofferenza palpabile, creando una connessione emotiva tra i personaggi e il pubblico. Questa vulnerabilità del corpo si riflette anche nei momenti di intimità. Tsai esplora la fragilità e la complessità dei legami umani, sottolineando come il contatto fisico possa essere sia una fonte di conforto che di dolore. Le scene di intimità sono cariche di tensione emotiva, invitando lo spettatore a considerare le dinamiche complesse che caratterizzano le relazioni umane. La malattia diventa un tema ricorrente, simbolo non solo del dolore fisico, ma anche della ricerca di connessione e comprensione.

Sesso e Desiderio

Nei film di Tsai, il sesso è una complessa espressione di desiderio, isolamento e frustrazione. In The Wayward Cloud, il sesso è grottesco e meccanico, evidenziando come il desiderio umano di connessione sia spesso frustrato. A differenza del cinema mainstream, Tsai rappresenta il sesso come una manifestazione dell’alienazione, amplificando la distanza tra i personaggi e rivelando la vulnerabilità insita nei loro tentativi di intimità. Questa rappresentazione del desiderio mette in luce l’ironia di una società che, pur essendo iperconnessa, è profondamente sola. In molte delle sue opere, il sesso diventa un atto di sopravvivenza, una ricerca di connessione in un mondo che sembra negarla. La frustrazione che ne deriva è palpabile e porta i personaggi a lottare con la loro identità e i loro desideri, rendendo il tema del desiderio una riflessione sulla ricerca di significato nell’era moderna. In What Time Is It There?, il sesso e il desiderio sono presentati in modo enigmatico. La relazione tra i due protagonisti è caratterizzata da una tensione sottile e da una mancanza di contatto fisico. Questo desiderio inespresso diventa un simbolo della difficoltà di connettersi veramente con l’altro. Attraverso il suo approccio unico, Tsai offre uno sguardo profondo sulle complicate dinamiche delle relazioni moderne, rivelando come l’intimità possa rimanere sfuggente anche nei momenti di maggiore vicinanza.

Vuoto Urbano

La città è un tema ricorrente nei suoi film. Taipei non è mai una metropoli vivace, ma uno spazio di solitudine e alienazione. Gli spazi urbani diventano trappole in cui i personaggi vagano senza una meta, perduti in una realtà che non riescono a comprendere. In Goodbye, Dragon Inn, il cinema in disuso diventa una metafora della comunità che si sgretola, simboleggiando una memoria collettiva che si spegne. Tsai, con il suo approccio unico, ci mostra che, nonostante le città siano piene di vita, la vera connessione tra gli individui è spesso inaccessibile. La rappresentazione della città come un luogo desolato e inospitale è un tema centrale nell’opera di Tsai. Le strade, i vicoli e i luoghi pubblici sono spazi in cui i personaggi si sentono invisibili, come se la loro esistenza fosse relegata a un angolo remoto della società. In Stray Dogs, la Taipei notturna diventa un labirinto di isolamenti, dove i protagonisti si muovono come ombre, incapaci di interagire realmente con il mondo che li circonda. Ogni fotogramma trasmette un senso di vuoto, amplificando la sensazione di estraneità.

Poetica del Ripetersi

Un altro aspetto della poetica di Tsai è il ripetersi: i suoi film, i personaggi e i temi si ripropongono in variazioni sottili. Hsiao-kang, il suo alter ego cinematografico, appare in diverse pellicole, agendo come un filo conduttore che unisce le storie. Questo ricorrere ai medesimi attori e situazioni non è solo un espediente narrativo, ma riflette un modo di esplorare la condizione umana in tutte le sue sfumature. Tsai sembra suggerire che la vita stessa è un ciclo di ripetizioni e variazioni, in cui le stesse esperienze possono assumere significati diversi a seconda del contesto e del momento. La ripetizione, per Tsai, diventa un modo per approfondire la comprensione dei personaggi e delle loro emozioni. Ogni nuova apparizione di Hsiao-kang offre spunti per riflessioni più ampie sulla vita e sull’esistenza. Il suo cinema invita lo spettatore a riconsiderare non solo ciò che vede, ma anche il significato di ogni gesto e ogni parola. La ripetizione si trasforma così in una forma di meditazione, un’opportunità per esplorare le complessità della vita e delle relazioni umane.

Conclusione

In definitiva, il cinema di Tsai Ming-liang è un’opera d’arte che richiede attenzione e introspezione. I suoi film, spesso etichettati come ‘difficili’ o ‘lenti’, offrono un’esperienza unica, capace di toccare le corde più profonde della condizione umana. Attraverso la lentezza, il silenzio e l’alienazione, Tsai ci invita a riflettere sulla nostra vita, sulle nostre relazioni e sulla costante ricerca di significato in un mondo che talvolta sembra sfuggirci. Le sue opere non si limitano a raccontare storie, ma esortano il pubblico a interagire con esse in modo profondo. La contemplazione che promuove risulta necessaria in un’epoca caratterizzata da incessanti distrazioni. Ogni film è un viaggio interiore, un’opportunità per scoprire non solo il mondo che ci circonda, ma anche la nostra relazione con esso. La poetica di Tsai celebra la vulnerabilità umana, invitando a esplorare la bellezza e la complessità delle emozioni che, in un mondo in continuo movimento, tendiamo spesso a trascurare. La sua visione unica e penetrante offre uno specchio attraverso il quale esploriamo le nostre esperienze di solitudine e ricerca di connessione. La filmografia di Tsai Ming-liang ci esorta quindi a fermarci, a riflettere e a riscoprire la profondità delle emozioni, rendendo il suo cinema un’esperienza trasformativa e necessaria.

Top 10 Migliori Film del 2020

10. Funny Face – Tim Sutton

9. Possessor – Brandon Cronenberg

8. The Woman Who Ran – Hong Sang-soo

7. Genus Pan – Lav Diaz

6. Red Moon Tide – Lois Patiño

5. Liminal – Manuela De Laborde, Lav Diaz, Óscar Enríquez, Philippe Grandrieux

4. The Cloud in Her Room –  Zheng Lu Xinyuan

3. Homo Sapiens Project (200) (2000-2020) – Rouzbeh Rashidi

2. Days – Tsai Ming-liang

  1. City Hall –  Frederick Wiseman

Venezia 75

75ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica (2018, Venezia)

Resoconto delle mie visioni a Venezia 75.

Nuestro tiempo (2018) – Carlos Reygadas
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Dopo “Post tenebras lux” ancora tenebra(s) in questa sperimentazione (meta) cinematografica che è “Nuestro tiempo”, in cui gli alter ego di Reygadas e sua moglie si muovono in una dimensione di precaria intimità coniugale nel tentativo di preservare un’amore ormai consumato dal (loro) tempo. Ennesimo grande film del cineasta messicano nonostante si conceda spesso dei momenti di autocompiacimento.

                                                                                                                                       Voto: ★★★★☆

Ying (Shadow) (2018) – Zhang Yimou

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Ok, ci siamo giocati definitivamente anche il buon vecchio Zhang Yimou. Davvero una grande stronzata questo suo ultimo film, che non riesce a salvarsi neppure con le consuete coreografie, qui scialbe e prive di mordente.

                                                                                                                                        Voto: ★☆☆☆☆

Capri-Revolution (2018) – Mario Martone

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Martone (mi) sorprende con un’opera deliziosa in cui indaga il rapporto tra uomo e la natura attraverso immagini evocative e di grande suggestione visiva, tutto alla vigilia della Prima Guerra Mondiale in un clima di dibattito politico e ideologico sullo sfondo.

                                                                                                                                       Voto: ★★★☆☆

Process (2018) – Sergei Loznitsa

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Loznitsa grazie a materiali di archivio ricostruisce uno dei primi processi falsi architettati da Stalin e fa dello spettatore, proiettandolo direttamente nell’aula del tribunale, nell’URSS del 1930, un testimone di quel regime di terrore instaurato da Stalin.

“Esempio unico di un documentario in cui si vedono 24 fotogrammi di bugie al secondo”.

                                                                                                                                Voto: ★★★★☆ (3.5)

Zan (Killing) (2018) – Shinya Tsukamoto

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Tsukamoto presenta un samurai movie ma sovvertendone i suoi canoni: quello che all’inizio pare essere un film, passatemi il termine, alla “I sette Samurai” in cui un gruppetto di guerrieri (ronin) se la deve vedere contro ondate di nemici si rivela invece una profonda riflessione sull’atto di uccidere. Realizzato con soli quattro personaggi, una capanna e l’ambiente circostante per lo più foresta, Zan è un’altra opera imperdibile del maestro giapponese.

                                                                                                                                        Voto: ★★★☆☆

Your Face (2018) – Tsai Ming-liang

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Tsai ming liang prosegue nella sua evoluzione cinematografica realizzando un’opera estatica di grande contemplazione visiva, in cui volti incontrati per le vie di Taipei narrano le loro storie:

“C’è una luce, c’è una storia.
Il tuo volto mi parla del trascorrere del tempo e di luoghi che hai attraversato.
Nei tuoi occhi, un velo di confusione e di tristezza.
C’è una luce, c’è una storia.
Il tuo volto mi parla dell’amore e dei luoghi in cui si nasconde.
Nei tuoi occhi, un riflesso di luce, e il buio.”

                                                                                                                                        Voto: ★★★☆☆

Aquarela (2018) – Victor Kossakovsky

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Documentario filmato a 96 fotogrammi al secondo, in cui l’acqua viene raffigurata in tutte le sue forme: da quelle più belle e affascinanti del lago Baikal completamente ghiacciato in Russia e della cascata Salto Angel in Venezuela a quelle più devastanti dell’uragano Irma in Florida fino alle possenti onde dell’oceano. Opera visivamente spettacolare, che però non lascia altro.

                                                                                                                                        Voto: ★★☆☆☆

Stray Dogs

Stray Dogs (2013) – Tsai Ming-liang

“Le rovine fanno da sfondo a tutto il film e sono popolate di cani e di persone. Le persone si comportano come cani e i cani come persone. Sono cani liberi e anche le persone sono libere. Non hanno nulla. E noi allora? Cosa possediamo? Siamo certi di possedere qualcosa? Forse tutti noi non siamo altro che cani randagi.”

– Tsai Ming-liang –

In Stray Dogs c’è una perenne consolazione che (si) ritarda, che resta fuoricampo. È un film sull’insostituibilità del vivere, delle mancanze originali. La vita non arriva, la lacuna fondante viene sostituita da dei feticci provvisori ed evanescenti, che con sterile meticolosità tentano di colmare i vuoti affettivi dei protagonisti. Sono esistenze irrecuperabili, che quindi hanno cessato di esistere, e si palesano come riflessi di una realtà irreparabile, passata. Proiezioni post-apocalittiche, spente, senza alcuna spinta propulsiva che gli permetterebbe di sparire e liberarsi una volta per tutte. Sì, perché in Stray Dogs non ci sono altre occasioni, poiché tutto è già finito, crollato, sicché i personaggi rimangono in un abisso ciclico, ovvero in una palude antropologicamente randagizzata, nella quale si mangia, si dorme e si piscia, in cui la catastrofe pare annullarsi costantemente, risultando, in verità, un eco debole, uno sparuto riflesso di un disastro già compiuto, che annichilisce quindi la propria individuale essenza (s)travolgente, sfaldando il proprio determinante peso occupante, che da concretizzante sciagura eterogenea, è trasformata in una accantonante, rimandante calamità omogenea, cioè che tende ad ingrommarsi con le vicende mostrate sullo schermo, quindi non più una realtà che si scontra con i protagonisti, ma che si incontra con essi, non più separata, ma congiunta, divenendo parte intarsiante del loro stallo vitale, un tutt’uno con queste figure cascanti, un’estensione della loro malinconica personalità, che dilata il tormento e l’agonia, immortalando la disperazione. Una perpetua non-fine, insomma, che vanifica la morte, eternizzando la sua incombenza, proprio perché essa è dappertutto, ma non la si individua e percepisce come singolo elemento di frattura e di svolta, poiché è già tutto collassato, saturo di staticità, inerzia definita, più che definitiva. È più, quindi, un epilogo arrivante, che si intuisce, ma non giunge (più). Come se fosse il prolungamento (s)finito dell’apocalisse.

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Sospensione, fine e rinascita dell’Immagine cinematografica.

Probabilmente, per comprendere appieno il discorso cinematografico che Tsai propone con Stray Dogs, bisognerebbe fare un passo indietro e partire da Goodbye Dragon Inn per poi chiudere il cerchio o, meglio, il triangolo con Journey to the West.

Sospensione: Goodbye Dragon Inn è un’opera sul trascuramento nei riguardi del Cinema, sul disinteressamento verso esso, sulla fatiscenza moderna della settima arte, sull’invecchiamento prematuro della pellicola, perché tutto è considerato demodé e gli occhi non riescono più a vedere. Ciò che rimane è quindi un’Immagine fantasmatica, trasparentizzata e indebolita, proiettata dallo stesso spettatore, che risulta inevitabilmente un ectoplasma (del Cinema), nonché spettro di un pubblico inesistente, catatonico. Allora, si potrebbe precisare che Goodbye Dragon Inn è più un lungometraggio sull’assenza del soggetto osservante, sulla fine del pubblico, piuttosto che della settima arte. Di conseguenza, ecco che il Cinema chiude, decade e arranca per via della cecità e passività spettatoriali. Si deturpa, è consunto, si riempie di crepe e rughe, zoppica, perché non esiste più uno sguardo rinnovante, un gesto irrompente, e tutto viene visionato con “occhi chiusi spalancati”, con eyes wide shut. In tutto questo, cala il sipario, si chiudono i battenti, ma niente si può considerare annientato o annichilito, ma solo serrato, murato, appunto Sospeso.

Fine: ecco che Stray Dogs riprende in mano quel discorso per definitivizzarlo, finalizzare il Cinema, così da non lasciare più nulla di incompiuto. Stray Dogs entra nello specifico della settima arte, si ingloba ad essa, si insinua nell’atto filmico che di per sé è già consunto, quindi, per la precisione, si include nell’Immagine, si incrosta in essa facendola detonare dall’interno, diventando parte (dis)integrante di questa. Stray Dogs è la parte endemica, etimologica, quasi batterica di GoodBye Dragon Inn, il suo aspetto sottocutaneo, l’implosione, il discioglimento virale dell’Immagine. La visione non è più fantasmatica o immaginabile, ma completamente fisica e immaginata, proprio perché l’inquadratura è portata alla massima estensione emozionale prima dello spegnimento, al vertice espositivo relativo alla funzionalità e potenzialità del quadro visuale. Non c’è più luce. L’Immagine è andata, si è trascesa, esaurita (Fine), non è più possibile visualizzarla, inquadrarla, e di conseguenza la si può ricreare solamente tramite un’operazione regressiva e depurante, attraverso il totale rallentamento della frenesia e onnivorismo spettatoriali, tramite il riassestamento dell’andatura cinematografica, e la scarnificazione e depurazione della bulimia e ingordigia occidentali. Si arriva, quindi, alla Rinascita della settima arte, a Journey to the West.

Rinascita: ora, partendo da un ragionamento relativo alla fede nel Cinema, Tsai Ming-liang chiede al pubblico di spogliarsi, cioè di sacrificarsi al gesto formale, e ritrovare l’equilibrio cinematografico andato smarrito, per riappropriarsi della sepolta sensibilità che concerne il proprio sacrale corpo artistico, andando di pari passo con il tragitto scelto dal soggetto filmico, senza sorpassi fruizionistici ed egoistici, così per ritrovare la normalizzazione sensoriale, la ri-sistematizzazione fonologica della celluloide e procedere simultaneamente, alla stessa compassata andatura antropologica, con il cammino filosofico relativo al modus operandi del filmaker taiwanese, così da fondersi con esso e proseguire verso un nuovo percorso vitale e stilistico che concerne la deoccidentalizzazione e stabilizzazione dello sguardo. L’immagine diventa martire di sé stessa, si immola e si concede ad un nuovo modo di intendere il Cinema, alla regolarizzazione dei sensi. Si diventa dei monaci della (post)visione, nella quale ogni frame ha un peso specifico, ogni impercettibile movimento acquista un valore simbolico, ieratico e, soprattutto, riconciliante. Il pubblico, riscrivendo il proprio passo cinefilo, riabilita la verginità percettiva e assapora ogni aspetto dell’opera perché è in totale sintonia con l’Immagine. E’ un’esperienza euritmicamente parificante, Journey to the West. Allo spettatore, ora, non sfugge più nulla, perché l’occhio ha smesso di correre, ha abbandonato l’epilessia moderna, concedendosi ad un nuovo credo, risultando in simbiosi con la pellicola. Il pubblico, ora, come il personaggio interpretato da Denis Levant, segue le movenze armonizzanti del protagonista, che rappresenta la summa filosofica e artistica della poetica del regista, come se Tsai Ming-liang avesse raggiunto il suo obiettivo (dopo la fine). Il Cinema, ora, è obbligato a rallentare, a riacquistare il proprio bilanciamento naturale, a ritrovare la propria spiritualità dispersa. Journey to the West restituisce al pubblico la propria originaria congruenza esistenziale. Rovescia la famelica società delle immagini. L’andatura controllata del protagonista funge da appoggio – inteso come carica – stimolante per un nuovo modo di intendere la nirvanità dell’Immagine.

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                                          Goodbye Dragon Inn (2003)

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                                               Stray Dogs (2013)

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                                                Journey to the West (2014)

“Ho scoperto il murale tra le rovine durante i sopralluoghi per le location e sono rimasto profondamente colpito quando l’ho visto la prima volta. Su un’intera parete di una casa fatiscente, quel paesaggio familiare a Taiwan è ritratto a carboncino. È come stare davanti a uno specchio e guardare la sponda più lontana allo specchio. È al tempo stesso reale e surreale, a portata di mano e remoto all’orizzonte. Se uno ha un mondo ideale nel cuore, una perfetta sponda lontana, un luogo nel profondo dell’anima, non è forse proprio lì? Ho girato due scene davanti a questo murale, entrambe più lunghe di tutte le altre scene. Quante riflessioni sulla vita possono essere suscitate in noi da un muro così o da uno specchio?” 

– Tsai Ming-liang –

In Stray Dogs, l’immagine si finisce o, meglio, si sfinisce, si strema. Il Cinema giunge alla sua dimensione ultima. Si spegne e si dissipa. Espira da sé stesso, si libera dalla costrizione che il film inesorabilmente si autoimpone. Si supera, evadendo dai limiti dell’inquadratura, esplodendo nel fuori-campo, unico rifugio dal Cinema moderno e modernamente dispotico e despotico, dogmatico; solo riparo dall’astringente esistenza odierna. Tsai Ming-liang, pone lo spettatore davanti ad un quadro, stella cadente inchiodata al muro, che risucchia, assorbe, interiorizza i desideri, la libertà estatica, la rivalsa del movimento dei protagonisti, e, invece, rifrange, esterna, esteriorizza l’inazione vitale e il ristagno utopistico di essi, attraverso un processo di contrasti in cui nulla si esaudisce e tutto si esaurisce. La mdp indugia sui loro volti, riprendendo una disperazione silenziosa che, almeno da parte della donna, sfocia in un timido pianto, sequenza, tra l’altro, ricollegabile al finale magnetico di Vive l’Amour.

Guardando quel quadro – elemento in cui è incanalato, custodito tutto il Cinema dell’autore taiwanese -, fissando il muro, i personaggi del film (e non solo) cercano una via di fuga, un’arca che li salvi da codesto Diluvio universale; nuovi territori, un altro porto nel quale approdare; a quanto pare, però, per tutto ciò non ci sono più isole sulla quale sbarcare; non c’è più possibilità di andare oltre, anche l’aldilà è negato, perché vita e morte terminano lì, in quel murales, in quella fasulla arca immaginaria, quel rifugio fatto di cartapesta, in quell’oasi inarrivabile, come fosse un miraggio nel deserto irraggiungibile. Il viaggio si conclude qui, dinnanzi a quel fallace infinito fatto di desideri disegnati, nonché inafferrabili.

Non c’è più (s)campo filmico, quindi, anche l’uomo è costretto ad uscire dall’immagine, abbandona l’illusione, quindi il Cinema, ovvero il sogno, che rappresenterebbe quel mondo-altro, il quale non può essere riabilitato – Il Cinema quando non è documentario è un sogno, diceva Bergman -, sicché i protagonisti si congedano dalla scena, perché non c’è più spazio per auspicare, interstizio per comunicare, ecco che non c’è più terreno (fertile) per il Cinema. Cosa rimane, allora? Resta l’immobilità totale, l’ultima immagine, fotografia dell’Immagine che cerca disperatamente una (dis)soluzione cinematografica, una fine, un’ancora di distruzione, non di salvezza, che viene costantemente negata, un costante tentativo di soprammorire alla vita. È, il finale, una sequenza evocativa che, come uno specchio, riflette i vuoti dello spettatore a seconda delle esperienze che esso ha vissuto. In una scena di pura metafisica dell’immagine, il quadro perde le sue possibilità apotropaiche, portando così lo spettatore e la visione verso una dimensione di totale immanenza, come se fosse un impercettibile incontro momentaneo degli opposti, ossia una sorta di sequenza dumontiana, di altissimo Cinema. Una scena straordinaria, potentissima, immobilizzante, in cui avviene una totale saturazione emotiva (o di emozioni residuali) dell’Immagine, di conseguenza, questa, giunge alla sua tensione ultima. È (s)tesa al massimo, portata al limite del riempimento percettivo, senza però che avvenga alcun traboccamento filmico, come se rimanesse congelata durante il climax sensoriale ed evocativo. il quale, dopo la fine (non è forse Stray Dogs, appunto, un film dopo la fine?) sfocia, si discioglie in un black out ammutolente, disorientante, in un buio che risulta inevitabilmente catartico, agglomerante e solenne. Fine.

Ora rimane l’abisso che deflagra in un silenzio devastante, infinito, perchè quel buio arriva quando l’Immagine non (r)esiste più ed è al suo massimo livello di reazione. Quel buio arriva come atto salvifico, in cui tentare di scomparire diviene necessario, l’unica soluzione possibile. La salvezza coesiste con la distruzione: come già detto prima, è l’Immagine che tenta di soprammorire al Cinema (alla vita). Il pubblico è pietrificato e liberato, immerso ora in quell’oscurità fondativa che fa sì che il film prosegua nella mente di chi osserva , fino ad implodere per capacità ricordativa ed intensità recettiva, nonché accumulativa, e stratificarsi verso inesplorati territori mnemonici.

Un finale che annichilisce e ipnotizza lo spettatore, il quale vorrebbe, inconsciamente, che la suddetta sequenza non finisse mai, poiché essa è anche (e soprattutto) la terminale possibilità per ciò che concerne la condivisione dello sguardo verso la stessa e conclusiva visione [si pensi, per l’appunto, ai due soggetti osservanti nella relativa ending scene].

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Nell’excipit – se così si può chiamare – viene mostrata al pubblico una fine che non sta accadendo, ma che è già accaduta, superata. Lo sguardo si fossilizza in ciò che è già avvenuto. Ciò che si percepisce in Stray Dogs è quasi un’apocalisse asincrona, a scoppio ritardato, l’eco della fine. È un contemplare finito, non infinito, proprio perché lo Spazio-tempo è sospeso, congelato, disintegrato e, soprattutto, sgonfiato, quindi, a conti fatti, ciò che si percepisce è solo l’ombra della catastrofe.

C’è un’altra sequenza complessa: quando l’uomo divora il cavolo avviene un punto di rottura, un momento di non ritorno: l’incuria e lo sconforto dell’umanità, che approda verso una esasperata animalità. Una sorta di involuzione ontologica che strizza l’occhio alla tragedia greca: l’uomo, abbandonato a sé stesso da sé stesso, si è ridotto così, giustappunto, con le proprie mani, il mondo sta sprofondando colpa dei suoi abitanti, delle persone, affondando nella disgrazia da loro auto-inflittasi. Non c’è Dio, perché lo si è lasciato morire, ed è l’uomo il solo e ultimo Dio – un concetto parecchio nietzschiano -, colui che crea la rovina con la quale, poi, convivere. Cul de Sac di una Teodicea moderna, quindi, in cui l’essere umano è l’artefice e la vittima del giudizio universale, dell’eterno diluvio in questa metro/necro-poli; è quindi l’uomo che subisce questo supplizio ed è anche, al contempo, il Dio che (se) l’impone. Ed ecco attuarsi l’atto della tragedia greca: Lee Chang diviene sia il Tantalo che vuole vendicarsi, per via della più totale desolazione a cui è costretto, dando da mangiare un proprio famigliare [il cavolfiore umanizzato] al Dio artefice della carestia, ed è anche, però, questa divinità la quale divorerà, come estremo dispetto e castigo, l’ortaggio. Ed ecco che si entra in un loop illimitato di vendetta e punizione nel quale la miseria non avrà mai fine, perché risorgerà dalle proprie ceneri, cercando perpetuamente un colpevole che non esiste, perché non è nient’altro che il Dio/Uomo che applica/patisce la condanna. Come una spersonalizzante reazione chimica, un’esplosione identitaria, si abbandonano sia le sembianze umane che quelle divine, perché, appunto, si fagocitano a vicenda, e ciò che rimane è una solitaria bestialità.

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Stray Dogs con Il Cavallo di Torino, formano un dittico epocale sulla fine dell’immagine. Entrambi portano avanti un discorso definitivo sulla morte del cinema, della visione e, soprattutto, dell’uomo.

Stray Dogs ha una forza impressionistica fuori dal comune. Un’opera caratterizzata da un ipnotico lirismo ellittico, con tanto di sublimi e lunghissimi piani sequenza, perfetti per evidenziare maggiormente la desolazione che caratterizza l’opera. Vertice di sottrazione (attoriale e formale) e poesia minimale sull’irreparabilità del tempo. Il canto del cigno del regista taiwanese, nonché l’urlo silenzioso di Tsai Ming-liang al Cinema. Un big bang visuale dell’emozione, il collasso elegiaco della stasi antropologica. L’apice anti-narrativo della sua poetica, quindi, paradossalmente, un’operazione che non cerca di compiacere al pubblico, infatti a tal proposito il filmaker dichiara: “(…) non voglio girare una cosa che tu sicuramente capirai, perché se giro una cosa in modo che tu la capisca alla fine io divento un po’ te. Io voglio girare me stesso… Io giro quello che esprimo… Quando ho mostrato il film a Taiwan molte persone mi hanno detto <<non ho capito>>. E io rispondevo ogni volta <<va bene così!>>.” 

L’autore in questione è anche un architetto dell’inquadratura, perché crea virtualmente lo spazio attraverso il fuori-campo, che, in questo caso, porta al limite estremo la sua cifra stilistica . Egli non è un narratore, è piuttosto un pittore di abbandoni, che siano essi territoriali, mentali o fisici.

Cinema di tormenti, di lacrime che si mischiano alla pioggia, la stessa che non da tregua ai protagonisti delle sue pellicole (The Hole, Fiume, etc), sottoposti allo scorrere inesorabile del tempo che rispecchia la potenza dell’acqua. In fondo, assistere ai film di Tsai è come ammirare (e cercare) la luce nel mentre che si sta sotto la pioggia.

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Voto: ★★★★★                                                                                                – di Manuel Piras –