Sound of Metal

Sound of Metal (2019) – Darius Marder

All’inizio c’è il rumore. Non quello indistinto del mondo, ma un rumore preciso, ritmico, necessario. È il modo in cui Ruben tiene insieme i pezzi: colpire, sentire, vibrare. Restare dentro qualcosa che riempie ogni spazio, soprattutto quelli interiori. La batteria non è solo uno strumento, è una forma di sopravvivenza. Poi qualcosa si incrina. Il suono non scompare subito: si deforma, si spezza, diventa irriconoscibile. Ed è forse questo il passaggio più destabilizzante. Non il silenzio, ma quella fase intermedia in cui nulla è più affidabile, nemmeno ciò che prima sembrava solido. A cedere, infatti, non è solo l’udito, ma l’idea stessa di continuità.

Sound of Metal non costruisce il suo percorso sulla perdita, ma sulla discontinuità. Non racconta la sottrazione di un senso, quanto la frattura improvvisa tra ciò che siamo stati e ciò che siamo costretti a diventare. Il film si muove dentro questa crepa, senza scorciatoie emotive, restando vicino a quel momento in cui la realtà smette di rispondere alle nostre aspettative. Ruben non è preparato a questo tipo di rottura. La sua vita — prima ancora della musica — è stata una ricerca di stabilità dentro qualcosa di esterno. Quando quella struttura cede, non resta molto a cui aggrapparsi.

Da qui nasce una tensione costante: resistere o accettare. Ruben resiste. Cerca soluzioni, appigli, scorciatoie. Non per debolezza, ma perché è ancora legato all’idea che esista una versione “giusta” della sua vita a cui tornare. Il suo rifiuto è ostinato, e proprio per questo profondamente umano.

Ma questo non è un film sul ritorno.

Il suono — o meglio, la sua distorsione — diventa il vero linguaggio del film. Non accompagna le immagini: le incrina. Le rende instabili, come l’esperienza che raccontano. Ci mette dentro la percezione di Ruben senza offrirci un punto fermo. Non è un esperimento tecnico, ma un’esperienza sensoriale che coinvolge lo spettatore fino a disorientarlo.

E quando il silenzio arriva, non è mai neutro. È sporco, irregolare, attraversato da eco interiori. Non è pace, è smarrimento.

L’incontro con la comunità dei sordi non è una soluzione narrativa, ma uno spostamento di prospettiva. Non offre una cura, ma una possibilità diversa: abitare il mondo senza passare dalla correzione della mancanza. Non “tornare a sentire”, ma imparare a restare. Qui il film cambia impercettibilmente. Non segue più solo Ruben, ma interroga anche chi guarda. Per la prima volta emerge un’ipotesi più radicale: forse ciò che destabilizza non è la sordità in sé, ma l’idea che debba essere necessariamente aggiustata. Ruben, però, non è ancora pronto. Per lui il silenzio resta qualcosa da riempire, non da attraversare. Ogni scelta si muove nella direzione del recupero, di un prima che continua a sfuggire. Il suo percorso non è lineare. È fatto di slittamenti, ritorni, decisioni impulsive. Ed è proprio in questa irregolarità che il film trova la sua verità: non esiste trasformazione senza la perdita delle proprie certezze.

In fondo, Sound of Metal si muove dentro una tensione semplice e radicale: quella tra controllo e resa. Tra il bisogno di sistemare ciò che si rompe e la possibilità — più difficile — di lasciarlo trasformare. Quando il suono viene meno, resta una domanda più scomoda: cosa rimane quando non possiamo più riempire?

Forse è lì che il film trova il suo centro.

Non nel suono, né nel silenzio, ma in quel punto fragile in cui smettiamo di opporci a ciò che sta accadendo — e iniziamo, lentamente, ad abitarlo.

Voto: ★★★★☆

I peccatori

I peccatori (2025) – Ryan Coogler

I peccatori (Sinners), l’ultimo film di Ryan Coogler, è un’opera ibrida e coraggiosa che affonda le mani nel fango della Storia americana per trarne una parabola mitica, visionaria, quasi liturgica. Non è un film perfetto – e non ha alcuna intenzione di esserlo. È sporco, irregolare, sovraccarico a tratti – ma è proprio in questa materia viva, ruvida, scomposta, che pulsa la sua forza più autentica.

Ambientato nel Mississippi del 1933, il film segue il ritorno di due fratelli, Smoke e Stack, reduci da una guerra senza patria e da una malavita che ha lasciato segni visibili sui loro corpi e invisibili sulle loro anime. Tornano per aprire un juke joint, uno di quei locali dove la musica nera – blues, carne e sudore – cerca rifugio in un mondo che vorrebbe ridurla al silenzio. Ma ad attenderli, più che la nostalgia o la rinascita, c’è un’America contaminata da un male antico: un razzismo che si fa carne, che si incarna in una congrega vampirica, da Ku Klux Klan.

Il razzismo, in I peccatori, non è più solo struttura o ideologia, ma fame inestinguibile. Una fame che risucchia, dissangua, trasforma. Coogler piega i generi per raccontare qualcosa che li eccede: mescola horror e western, melodramma e tragedia storica, e lo fa con lo stesso coraggio sovversivo di Dal tramonto all’alba di Rodriguez, ma con una densità culturale e spirituale tutta sua. Non ci sono solo mostri, ma radici: radici storiche, spirituali, brucianti. E radici che bruciano. In questo incubo allegorico, Coogler intreccia il folklore afroamericano, la spiritualità del profondo Sud, il trauma della segregazione, il peso della colpa, il senso della trasmissione orale. I peccatori cammina su una linea sottile tra sogno e memoria, tra evocazione e sopravvivenza. È un film che vibra come un canto dimenticato, un antico rituale che risuona tra le rovine di un passato mai sepolto.

Al centro, più che una classica lotta tra bene e male, pulsa la musica. Il blues non è semplice colonna sonora, non è commento emotivo: è materia vivente, è memoria incarnata, è resistenza. È ciò che tiene in vita chi è stato cancellato. È ciò che strappa l’anima al silenzio. Nelle mani del giovane Sammie Moore, aspirante musicista e cuore pulsante del film, la chitarra si fa strumento di evocazione: ogni nota è un richiamo ai morti, ogni strofa una ferita che si riapre per non scomparire. La colonna sonora, affidata a Ludwig Göransson, è un corpo vivo che vibra sotto la pelle del film. Con il contributo di artisti autentici come Buddy Guy, Brittany Howard, Raphael Saadiq, le musiche non accompagnano: creano. Le corde metalliche del Dobro Cyclops del ’32 suonano come richiami ultraterreni. Le jam session nel juke joint sono riti, esorcismi, insurrezioni contro la dimenticanza. In I peccatori, il sangue è dei vampiri, ma il suono è degli uomini.

Anche quando la narrazione si fa frammentaria, anche quando alcune soluzioni appaiono affrettate o didascaliche, il film non perde mai la sua tensione profonda: la volontà di raccontare qualcosa che supera il singolo evento, il singolo personaggio, il singolo tempo storico. Coogler costruisce un’opera stratificata, che fonde mitologia e militanza, politica e spiritualità, incubo e identità. Non si limita a denunciare: evoca, interroga, ferisce. Costringe lo spettatore a sentire, più che capire.

I peccatori è cinema di visione e di radice. Un film che sanguina e canta. Che sbaglia, certo, ma sbaglia per eccesso di fuoco, per ambizione, per urgenza. E proprio per questo, è un’opera necessaria: perché prova a dire troppo, non perché non ha nulla da dire. La sua voce è inconfondibile, la sua fede nell’immagine e nel suono, incrollabile. Perché nel mondo desolato di I peccatori, dove l’ingiustizia si reincarna e la morte ha il volto della Storia stessa, è il blues – e solo il blues – a offrire rifugio. Un canto che non consola, ma custodisce. Un canto che tiene svegli i morti.

E forse anche noi.

Voto: ★★★☆☆