Maborosi

Maborosi (1995 ) – Hirokazu Kore’eda

Maborosi, esordio cinematografico di Hirokazu Kore-eda, è un’opera silenziosa e rarefatta, quasi impalpabile, eppure capace di lasciare nello spettatore una traccia profonda e persistente. Il film non cerca mai il colpo emotivo né la spiegazione consolatoria: preferisce sostare dentro l’enigma del dolore umano, accettandone l’opacità. Tutto nasce da una domanda semplice e terribile: perché una persona sceglie di andarsene? Ma ciò che rende l’opera così profondamente umana è proprio il fatto che quella domanda non trovi mai una risposta definitiva. Kore-eda comprende che alcune ferite, nel momento in cui vengono spiegate, rischiano di essere ridotte, tradite, semplificate. Per questo sceglie un’altra strada: non quella della soluzione, ma quella della contemplazione.

Yumiko vive a Osaka insieme al marito Ikuo e al loro bambino. La loro quotidianità è fatta di gesti minimi, abitudini, piccole ripetizioni domestiche che il film osserva con estrema delicatezza. Poi, improvvisamente, qualcosa si spezza. Ikuo muore in quello che appare come un suicidio inspiegabile: nessuna lettera, nessuna confessione, nessun segnale evidente. Solo un vuoto improvviso, un’assenza che non riesce mai a trasformarsi in comprensione.
Da quel momento in avanti, Maborosi si muove come un fantasma dentro il tempo. Kore-eda non rappresenta il lutto come esplosione drammatica o trauma spettacolare, ma come lenta sedimentazione interiore. Il dolore non è più un evento: diventa un paesaggio dell’anima. Yumiko continua a vivere, si risposa, si trasferisce in un villaggio sul mare, cresce suo figlio; eppure qualcosa dentro di lei resta immobile, come se una parte della sua esistenza fosse rimasta intrappolata nell’istante della perdita.

Il titolo originale, Maboroshi no hikari, significa “luce illusoria”, “luce fantasma”. È un’immagine che attraversa tutto il film e ne condensa il senso più profondo: l’idea che gli esseri umani siano attratti da qualcosa che non comprendono fino in fondo, una forza invisibile e indefinibile che sfugge alla logica razionale. Kore-eda non psicologizza mai completamente il gesto di Ikuo, perché il suo interesse non è spiegare la morte, ma interrogare il mistero stesso dell’esistenza. Alcune persone sembrano allontanarsi dal mondo come richiamate da una luce distante che gli altri non riescono a vedere.
In questo senso, il film è radicalmente anti-narrativo. Rifiuta il bisogno rassicurante della causa, della diagnosi e della risoluzione. Non cerca di chiudere il dolore dentro una formula comprensibile, né di trasformarlo in una lezione morale. Il lutto non produce grandi monologhi o catarsi emotive: si deposita lentamente nei dettagli della vita quotidiana, nei silenzi, negli sguardi assenti, nelle pause tra le parole. Yumiko continua a vivere, ma non supera mai davvero ciò che è accaduto. Ed è forse proprio questo che il film suggerisce: il dolore autentico non scompare, ma cambia forma. Diventa parte del paesaggio interiore di chi resta.
Kore-eda sembra anche mettere in discussione una delle illusioni più rassicuranti della narrazione occidentale: l’idea che “tutto accada per una ragione” o che il tempo sia in grado di guarire completamente ogni ferita. In Maborosi non esiste una vera riconciliazione con il passato. Le persone che amiamo rimangono sempre, almeno in parte, irraggiungibili. Possiamo sfiorarle, vivere accanto a loro, custodirne il ricordo, ma non possederne mai del tutto l’interiorità. Esiste sempre una distanza incolmabile tra gli esseri umani, e il film trova proprio in questa distanza una forma di struggente verità.

Anche la regia lavora costantemente in questa direzione. La macchina da presa resta distante, quasi pudica, come se avesse timore di violare la fragilità dei personaggi. Le inquadrature sono statiche e composte con rigorosa semplicità; spesso i personaggi vengono schiacciati dagli spazi, incorniciati da porte, finestre, corridoi vuoti. Il silenzio occupa il film quanto i dialoghi, e ogni pausa sembra carica di ciò che non può essere detto. In questa attenzione alla quotidianità domestica si avverte chiaramente l’influenza di Yasujirō Ozu, soprattutto nella compostezza delle immagini e nel modo in cui gli spazi diventano specchio emotivo dei personaggi. Ma accanto a questa dimensione emerge anche qualcosa di più astratto e metafisico, che richiama certi paesaggi interiori del cinema di Andrei Tarkovsky: il tempo dilatato, il rapporto contemplativo con la natura, la presenza costante dell’assenza.
Il mare assume allora una funzione centrale. Non è un luogo romantico o liberatorio, ma una superficie dell’inconscio, un orizzonte muto che sembra custodire il richiamo dell’assenza. Le onde, il vento e la luce opaca del cielo trasformano il villaggio in uno spazio sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei ricordi. Kore-eda filma la natura non come semplice sfondo, ma come estensione emotiva dei personaggi: il paesaggio sembra assorbire il loro silenzio, custodire la memoria dei morti e l’inquietudine di chi continua a vivere.

Eppure, nonostante tutto, Maborosi non è un film sulla morte, ma sulla possibilità fragile e ostinata della vita. Infatti, in quei piccoli gesti quotidiani — preparare il cibo, osservare il mare, ascoltare il rumore del vento, condividere il silenzio con qualcuno — il film lascia emergere una forma discreta di (r)esistenza. Kore-eda sembra suggerire che vivere non significhi necessariamente comprendere o superare il dolore, ma imparare a conviverci, lasciandogli uno spazio dentro di sé senza esserne completamente distrutti.
Ed è forse proprio per la sua capacità di accettare il mistero, invece di ostinarsi a comprenderlo, che Maborosi diventa uno dei debutti più importanti e straordinari della storia del cinema.

Voto: ★★★★★

No Other Choice

No Other Choice (2025) – Park Chan-wook

No Other Choice, tratto dal romanzo The Ax (1997) di Donald E. Westlake e già adattato per il cinema in Cacciatore di teste (2005) di Costa-Gavras, è un film che affonda le mani in una parola apparentemente innocua: normalità. La osserva, la seziona, la espone alla luce livida del presente fino a mostrarne il fondo più inquietante: l’idea che la vita sia legittima solo finché è funzionale. Park Chan-wook costruisce un apologo nerissimo sul lavoro come identità e sull’identità come contratto a termine; un cinema che non si limita a raccontare la precarietà, ma la trasforma in clima, in grammatica visiva, in destino. In questa prospettiva, la normalità non è più uno stato, ma un obiettivo competitivo: qualcosa che si conquista e si difende contro altri corpi, altre storie, altre vite. È già una questione di classe, anche se il film non la nomina mai esplicitamente. Il licenziamento, qui, non è un evento: è una sottrazione. Non scompare soltanto uno stipendio, ma la lingua con cui Man-soo, pluripremiato veterano della cartiera Solar Paper, ha raccontato se stesso per venticinque anni. Il lavoro come specchio, come prova ontologica, come formula rassicurante: “io sono questo”. Quando lo specchio si incrina, resta un uomo che continua a presentarsi al mondo con compostezza e gentilezza, mentre dentro cresce un vuoto che logora.

Park non cerca scorciatoie emotive: non sforza l’enfasi né invoca la compassione. Rende la disperazione socialmente accettabile, la lascia scorrere nei riti quotidiani, nelle conversazioni che simulano ordine mentre preparano il collasso. Anche la macchina da presa partecipa a questo controllo: misura, inquadra, organizza, ma lascia filtrare una tensione che si addensa ai margini dell’immagine, come un pensiero che non trova ancora parola, per poi colpire al momento giusto. Da questo punto la storia smette di essere soltanto racconto e diventa sintomo. La violenza non irrompe come metamorfosi improvvisa, ma come continuità logica. È la prosecuzione naturale di un lessico competitivo portato alle estreme conseguenze: se il mercato educa a pensare che l’altro sia un ostacolo e che il valore di una vita coincida con la sua utilità, allora il confine tra “superare” ed “eliminare” non è un abisso, ma una linea sottile, consumata dall’abitudine. La domanda che il film insinua non è “come può farlo?”, ma “quante cose, prima, hanno reso questa idea plausibile?”. Qui la dimensione individuale si salda a quella collettiva: Man-soo non è un mostro isolato, ma il prodotto estremo di una grammatica sociale condivisa. Ed è qui che il titolo si fa lama. No Other Choice non è soltanto la frase con cui ci si assolve: è una trappola mentale, una costruzione lenta e quasi impercettibile che persuade che la libertà sia un lusso e che la morale un accessorio da indossare solo quando tutto funziona. Park mette in scena l’erosione: piccoli scarti, micro-razionalizzazioni, compromessi che non sembrano ancora compromessi. La tragedia non è l’atto estremo, ma la sua progressiva normalizzazione. Non l’eccezione, ma la sua integrazione nel quotidiano. In questo senso, il film parla direttamente all’oggi: a un mondo in cui la retorica della scelta individuale convive con condizioni materiali sempre più ristrette, e in cui la responsabilità viene privatizzata mentre la pressione resta sistemica.

La famiglia non è un semplice fondale affettivo: è lo spazio in cui la crisi smette di essere un’astrazione e si traduce in pratiche quotidiane, in gesti di controllo e in forme di vergogna privata. L’ansia economica non resta esterna al nucleo domestico, ma lo attraversa, riorganizzando i comportamenti secondo una logica contabile che investe anche le relazioni. La configurazione familiare di Man-soo e Mi-ri rende visibile questo processo. Lui, entrato precocemente nel mondo del lavoro con una formazione limitata ma una carriera stabile, incarna una forma di integrazione fondata sulla continuità occupazionale, in cui l’uomo resta il perno del nucleo familiare; lei, laureata e inizialmente economicamente autonoma, che ha rinunciato al proprio impiego nel passaggio alla nuova unione, diventa l’emblema di una prassi socialmente accettata, accentuata nel suo caso dallo status di donna divorziata con un figlio, che ne rafforza la posizione di vulnerabilità strutturale. In questo quadro, anche la violenza esercitata sul bambino durante il periodo di alcolismo di lui viene assorbita come parte di un equilibrio familiare dovuto. In una società rigida e giudicante come quella coreana, infatti, ciò che conta non è la ferita, ma la facciata: la famiglia “ricomposta”, la dignità dell’uomo che l’ha sposata “nonostante” il suo passato, la normalità riconquistata come medaglia sociale.

Ora quella facciata tenta di reggersi attraverso una serie di sottrazioni minime e apparentemente ragionevoli, che però hanno la violenza dell’erosione: prima si elimina ciò che sembra superfluo, poi ciò che era conforto, infine ciò che era identità. I due cani diventano “due bocche in più”, l’abbonamento Netflix un capriccio, il corso di tennis un lusso. Ogni rinuncia è piccola, ma insieme fanno massa: non è la casa che si svuota di oggetti, è la vita che si svuota di senso. Qui la dimensione privata si salda a quella politica: ciò che viene presentato come sacrificio individuale è in realtà l’effetto di una redistribuzione asimmetrica del rischio, in cui la stabilità è privilegio e l’insicurezza destino. Quando rischiano di perdere anche la casa, il film scopre il suo nucleo più doloroso. Quella casa grande non è un immobile, ma una prova sociale, la certificazione visibile di essere “qualcuno”. Man-soo ci è cresciuto e poi è riuscito a comprarla: contiene il passato e legittima il presente. Metterla in discussione significa perdere molto più di quattro mura: significa perdere il racconto di sé. È lì che la scelta drastica trova il suo carburante: non tanto nel bisogno astratto, quanto nel terrore di diventare invisibile. E dentro questa paura affiora una verità scomoda: svuotato di ciò che lo sosteneva, il protagonista rivela un fondo di inettitudine e di violenza, come se fosse più facile costruire un alibi che accettare la propria fragilità. La lotta non è più contro il sistema, ma contro chi, individualmente, occupa il posto che lui rivendica. La guerra di classe si traveste da competizione tra simili.

A rendere tutto ancora più perturbante è l’impersonalità del sistema. Park sembra suggerire che oggi l’oppressione non ha più bisogno di urlare: le basta funzionare. Una procedura, una credenziale, un accesso negato. Il film lavora sulla soglia — porte che si aprono o restano chiuse — come metafora costante: dentro c’è l’esistenza riconosciuta, fuori l’ombra. In mezzo, un uomo che tenta di rientrare non cambiando se stesso, ma cancellando chi gli sta davanti. È un mondo in cui la violenza strutturale non si presenta come tale, ma come neutralità tecnica: una selezione che non si dichiara ideologica, e proprio per questo è più difficile da contestare. La commedia nera non serve a far ridere, ma a rivelare l’assurdo quotidiano: l’orrore assume la forma di un colloquio, di un sorriso educato, di un gesto metodico. L’eccesso è sempre contenuto, l’assurdità sempre vestita di normalità. Più la regia è controllata, più l’abisso si avvicina. In questo equilibrio disturbante, l’ossessione non riguarda più soltanto la frattura tra apparenza e verità, ma si concentra su qualcosa di più freddo e pervasivo: la competizione come principio morale. Non si uccide per odio, si uccide per rientrare in un’idea di normalità. È qui che il film dialoga con l’attualità più ampia: con un mondo in cui le disuguaglianze crescono mentre si continua a raccontare che la partita è aperta a tutti, e in cui la frustrazione sociale viene deviata verso il basso invece che verso l’alto. Man-soo non combatte il sistema che lo ha espulso: combatte i suoi pari. La lotta di classe viene così disinnescata e riorientata come competizione tra individui, tra candidati, tra corpi intercambiabili.

Quanta parte di ciò che chiamiamo “scelta” è davvero nostra, e quanta nasce da una pressione lunga, quotidiana, invisibile? Perché il punto più disturbante non è ciò che accade, ma quanto facilmente riusciamo a comprenderne il perché. Perché, a un certo punto, qualcuno — dentro o fuori di noi — sussurra che non c’è altra scelta. E forse la vera crudeltà del film è proprio questa: mostrarci che l’orrore non arriva dall’esterno, ma cresce dentro un’idea condivisa di normalità, nutrita da una società che trasforma la sopravvivenza in merito e la dignità in premio. In No Other Choice, la violenza non è un incidente: è la forma estrema di un ordine che, mentre proclama la libertà, ha già deciso chi può permettersela.

Voto: ★★★★☆

Venezia 75

75ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica (2018, Venezia)

Resoconto delle mie visioni a Venezia 75.

Nuestro tiempo (2018) – Carlos Reygadas
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Dopo “Post tenebras lux” ancora tenebra(s) in questa sperimentazione (meta) cinematografica che è “Nuestro tiempo”, in cui gli alter ego di Reygadas e sua moglie si muovono in una dimensione di precaria intimità coniugale nel tentativo di preservare un’amore ormai consumato dal (loro) tempo. Ennesimo grande film del cineasta messicano nonostante si conceda spesso dei momenti di autocompiacimento.

                                                                                                                                       Voto: ★★★★☆

Ying (Shadow) (2018) – Zhang Yimou

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Ok, ci siamo giocati definitivamente anche il buon vecchio Zhang Yimou. Davvero una grande stronzata questo suo ultimo film, che non riesce a salvarsi neppure con le consuete coreografie, qui scialbe e prive di mordente.

                                                                                                                                        Voto: ★☆☆☆☆

Capri-Revolution (2018) – Mario Martone

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Martone (mi) sorprende con un’opera deliziosa in cui indaga il rapporto tra uomo e la natura attraverso immagini evocative e di grande suggestione visiva, tutto alla vigilia della Prima Guerra Mondiale in un clima di dibattito politico e ideologico sullo sfondo.

                                                                                                                                       Voto: ★★★☆☆

Process (2018) – Sergei Loznitsa

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Loznitsa grazie a materiali di archivio ricostruisce uno dei primi processi falsi architettati da Stalin e fa dello spettatore, proiettandolo direttamente nell’aula del tribunale, nell’URSS del 1930, un testimone di quel regime di terrore instaurato da Stalin.

“Esempio unico di un documentario in cui si vedono 24 fotogrammi di bugie al secondo”.

                                                                                                                                Voto: ★★★★☆ (3.5)

Zan (Killing) (2018) – Shinya Tsukamoto

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Tsukamoto presenta un samurai movie ma sovvertendone i suoi canoni: quello che all’inizio pare essere un film, passatemi il termine, alla “I sette Samurai” in cui un gruppetto di guerrieri (ronin) se la deve vedere contro ondate di nemici si rivela invece una profonda riflessione sull’atto di uccidere. Realizzato con soli quattro personaggi, una capanna e l’ambiente circostante per lo più foresta, Zan è un’altra opera imperdibile del maestro giapponese.

                                                                                                                                        Voto: ★★★☆☆

Your Face (2018) – Tsai Ming-liang

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Tsai ming liang prosegue nella sua evoluzione cinematografica realizzando un’opera estatica di grande contemplazione visiva, in cui volti incontrati per le vie di Taipei narrano le loro storie:

“C’è una luce, c’è una storia.
Il tuo volto mi parla del trascorrere del tempo e di luoghi che hai attraversato.
Nei tuoi occhi, un velo di confusione e di tristezza.
C’è una luce, c’è una storia.
Il tuo volto mi parla dell’amore e dei luoghi in cui si nasconde.
Nei tuoi occhi, un riflesso di luce, e il buio.”

                                                                                                                                        Voto: ★★★☆☆

Aquarela (2018) – Victor Kossakovsky

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Documentario filmato a 96 fotogrammi al secondo, in cui l’acqua viene raffigurata in tutte le sue forme: da quelle più belle e affascinanti del lago Baikal completamente ghiacciato in Russia e della cascata Salto Angel in Venezuela a quelle più devastanti dell’uragano Irma in Florida fino alle possenti onde dell’oceano. Opera visivamente spettacolare, che però non lascia altro.

                                                                                                                                        Voto: ★★☆☆☆