Dark

Dark (2017-2020) –  Baran bo Odar, Jantje Friese

Ci sono opere che si accontentano di intrattenere, e poi ci sono quelle che si insinuano nel pensiero e lo abitano, come un’eco persistente che risuona ben oltre la visione. Dark, creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, appartiene senza esitazione alla seconda categoria. È una serie televisiva, certo, ma è anche molto di più: un poema visivo sull’identità e la memoria, un trattato filosofico sul tempo come destino, una meditazione dolorosa sull’eredità emotiva e sul trauma che si tramanda. Vibra come una sinfonia tragica, sospesa tra il rigore della fisica teorica e il pathos della tragedia greca, tra la malinconia romantica e la vertigine dell’eterno ritorno.

La sua struttura narrativa, labirintica e implacabile, non è un mero esercizio di stile: è la rappresentazione coerente di una visione del mondo in cui il tempo non scorre, ma si ripiega su se stesso, si contorce, ritorna. Il passato non è ciò che è stato, ma ciò che è ancora. Il futuro non è ciò che deve venire, ma ciò che già è. In questo universo chiuso e coerente, ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo è già accaduto e accadrà ancora. La domanda che tutto attraversa non è “Chi?” né “Perché?”, ma Quando? Perché tutto, in Dark, è tempo: frammentato, moltiplicato, deformato — eppure paradossalmente coeso.

Il tempo è qui un’entità vivente, impersonale e sovrana, che genera e divora, che lega ogni essere a un ordine cosmico invisibile e ineluttabile. Ogni tentativo di spezzare il ciclo — salvare un figlio, scegliere un altro cammino, riscrivere la propria storia — fallisce, o si rivela soltanto un altro anello della catena. In Dark, la libertà è forse l’illusione più crudele. E riecheggia Spinoza: la vera liberazione non è rompere i vincoli, ma comprenderne la necessità. La genealogia che la serie disegna — in cui i figli generano i propri genitori e le generazioni si specchiano l’una nell’altra — frantuma l’idea moderna dell’individuo come entità autonoma e coerente. I personaggi sono incessantemente confrontati con il proprio doppio: il sé passato, quello futuro, quello possibile. L’identità si rifrange in mille variazioni, si disgrega e si moltiplica. Jonas ne è l’emblema tragico: adolescente smarrito, viaggiatore nel tempo, messia mancato, demone del ritorno. In lui convivono desiderio e colpa, volontà e impotenza, amore e distruzione. Non si diventa ciò che si è — come voleva Nietzsche — ma si è condannati a tornare ad esserlo. Ciclicamente, eternamente.

Eppure Dark non si limita a giocare con i paradossi temporali. Mira più in profondità. La domanda sotterranea che attraversa ogni episodio è ontologica: che cosa significa essere? In un mondo dove ogni gesto è già stato compiuto, dove finisce il soggetto? Se la vita non è che una variazione di qualcosa accaduto infinite volte, dove si annida l’unicità? Ogni famiglia è attraversata da una ferita invisibile, una linea di dolore che si trasmette come un’eredità genetica. Il trauma non è mai solo individuale, ma genealogico. È un fiume carsico che riaffiora da una generazione all’altra, mutando volto ma non sostanza. L’infanzia negata, l’amore spezzato, il lutto sospeso: ogni personaggio è prigioniero di un dolore che non gli appartiene del tutto, ma che porta come una colpa originaria. E l’amore, in Dark, non è mai redenzione: è vincolo, condanna, forza cosmica e trappola metafisica. È ciò che spinge Jonas e Martha a sfidare il tempo, ma anche ciò che li incatena alla ripetizione, all’errore, alla perdita. Come in una tragedia antica, la passione più profonda coincide con il destino più implacabile. È Edipo che si acceca, Antigone che sfida la legge. L’amore è il motore della catastrofe.

La forza della serie risiede anche nella sua capacità di forgiare una mitologia nuova con un respiro arcaico. Il ciclo e la sua negazione, la luce e l’ombra, il caos e l’ordine: Dark si muove come un racconto gnostico, dove il mondo sembra opera di un demiurgo imperfetto, e la salvezza passa solo attraverso la conoscenza. Ma non è una conoscenza cristiana, redentrice: è conoscenza tragica, che illumina senza liberare, che chiarisce senza salvare. Conoscere, in Dark, è accettare. Accettare il dolore, l’inevitabile, la fine che è sempre un inizio. Persino la conclusione, tanto discussa, è coerente con questa visione del mondo. Il cosiddetto “mondo d’origine” non è una risposta, ma una rivelazione: il tempo esiste perché qualcosa è andato storto. E annullarlo diventa, forse, l’unico atto davvero libero. Ma è una libertà ambigua, che comporta l’auto-cancellazione, il sacrificio dell’essere. Jonas e Martha, scegliendo di sparire, compiono un atto d’amore, ma anche una scommessa ontologica: che il non-essere sia preferibile all’eterno ritorno del dolore.

La bellezza di Dark non si esaurisce nella scrittura o nell’architettura narrativa: vive in un’estetica coerente e potentemente evocativa. La fotografia cupa, i toni freddi, la pioggia incessante, i silenzi carichi, la foresta come inconscio collettivo: tutto concorre a costruire un mondo che opprime e affascina, che respinge e trattiene. È il fascino del buio, del non detto, del tempo sospeso. Una bellezza inquieta, che non consola ma costringe a guardare.

Alla fine, Dark non è una serie sui viaggi nel tempo. È una serie sull’essere umano. Sull’uomo che cerca, che ama, che soffre, che ripete, che cade. Una riflessione sull’angoscia della libertà e sulla dolcezza della resa, sul desiderio di cambiare il destino e sulla scoperta che il destino, forse, è inscritto in noi. In questo senso, Dark è profondamente heideggeriana: mette in scena l’“esserci” come apertura all’angoscia, come esperienza del tempo esistenziale, non cronologico. Ed è qui, in questa consapevolezza oscura e limpida, che risiede la sua grandezza. Dark conduce lo spettatore nei corridoi invisibili del tempo, lo invita a smarrirsi, e lo lascia con un’unica certezza: che nella vertigine del tempo, nell’ombra dell’identità, nella ciclicità del dolore, qualcosa — per un istante — brilla. Breve, fugace, ma autentico.

Voto: ★★★★★

Moving

Moving (2023) – Park In-je, Park Yoon-seo

Moving, la serie TV sudcoreana su Disney+, tratta dal webtoon di Kang Full, va ben oltre il classico racconto sui supereroi. Si tratta di un affresco emozionante che intreccia temi universali come il sacrificio, la protezione e l’identità, trasportando lo spettatore in un viaggio ricco di tensione tra abilità straordinarie e fragilità umane. Al centro della narrazione si trova il nucleo familiare, dove l’amore funge sia da scudo che da freno, un sentimento che rafforza ma che può anche limitare.

La serie si distingue per una struttura narrativa che intreccia passato e presente, esplorando a fondo le dinamiche familiari e personali dei protagonisti. Nella prima parte, l’attenzione è focalizzata sui giovani protagonisti, liceali alle prese con la scoperta e la gestione dei loro superpoteri, in un periodo già complesso della loro vita. Gli adolescenti lottano per trovare un equilibrio tra la necessità di nascondere le loro abilità e il desiderio di esplorare ciò che realmente sono. La seconda parte fa un salto nel passato, ricostruendo la vita professionale e sentimentale dei genitori, ex agenti con abilità sovrumane reclutati dal governo. La narrazione rivela i traumi e le scelte difficili che hanno segnato il loro percorso, rendendo chiaro come le loro decisioni siano state motivate dalla paura di perdere ciò che amano. Infine, nella terza parte, le due linee temporali convergono, mostrando come le decisioni passate abbiano conseguenze dirette sul presente, creando tensioni, conflitti, ma anche redenzione.

Quello di Moving è un mondo sospeso tra il quotidiano e il sovrumano. La famiglia diventa sia rifugio sia prigione, un luogo sacro ma al tempo stesso opprimente, in cui i protagonisti, dotati di poteri straordinari, cercano di preservare l’innocenza dei propri cari. Tuttavia, nel tentativo di proteggere i figli, gli adulti costruiscono muri di segreti che finiscono per isolarli. Questi genitori, segnati da un passato di sfruttamento da parte di un governo oppressivo che li ha usati come armi in una “corsa agli armamenti”, sono costantemente sospesi tra il desiderio di proteggere i figli da un destino temuto e la necessità di lasciarli liberi di esplorare le loro innate abilità. Infatti, proteggere i figli significa impedire loro di vivere appieno, ma lasciarli liberi significa esporli ai pericoli che loro stessi hanno cercato di evitare per tutta la vita. Moving si rivela così una profonda meditazione sull’identità, sull’accettazione di sé e sull’amore familiare. I protagonisti, sia adulti che adolescenti, sono costantemente messi alla prova dalla loro vera natura e dai loro poteri, che non sono solo un dono, ma anche una responsabilità e una fonte di conflitto interiore. Per gli adulti, questi poteri sono un’eredità da cui fuggire, un peso legato a un passato oscuro. Essi rappresentano il simbolo delle scelte fatte e delle opportunità mancate. Per i giovani, invece, sono un mistero da esplorare, una parte di sé che spaventa e affascina al tempo stesso, e che richiede comprensione e accettazione. La serie riesce a catturare perfettamente questa tensione interna, mostrando come l’accettazione di sé sia un cammino complesso e tortuoso, fatto di momenti di ombra, errori dolorosi e, infine, di una riconciliazione difficile ma profondamente umana.

In Moving, il potere è quindi una lama a doppio taglio: una benedizione e una maledizione, un dono che può elevare ma anche isolare, una forza capace di creare o distruggere. La serie esplora con maestria le responsabilità che derivano da queste abilità sovrumane e mette in evidenza come le scelte morali che i personaggi devono affrontare siano complesse e sfaccettate. Non esiste una chiara distinzione tra il bene e il male; al contrario, ogni decisione è circondata da una gamma di sfumature che rende difficile stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato. Questa ambiguità morale è uno degli aspetti più affascinanti della serie e contribuisce a creare un’atmosfera di costante tensione emotiva e riflessione. A differenza della maggior parte delle serie incentrate sui supereroi, dove i superpoteri dominano la trama e l’azione, Moving utilizza queste abilità straordinarie come pretesto per esplorare tematiche più profonde. Qui, i poteri non sono solo strumenti di conflitto, ma servono ad amplificare e mettere in luce le sfide interiori e le dinamiche familiari e personali. I personaggi, pur dotati di straordinarie abilità, non sono eroi senza macchia; sono esseri profondamente umani, segnati da esperienze traumatiche e lotte interiori. La serie si distacca così dalle convenzioni del genere, ponendo l’accento su questioni esistenziali e morali e conferendo una profondità narrativa che va ben oltre il semplice intrattenimento.

In definitiva, Moving è una serie che, con la sua bellezza malinconica, non solo esplora le complessità dell’animo umano, ma invita lo spettatore a riflettere su temi universali come l’identità e l’amore familiare. La narrazione emozionante e la regia sensibile riescono a toccare corde profonde, offrendo un’esperienza che si sedimenta nel cuore e nella mente, lasciando un ricordo dolceamaro che persiste a lungo dopo la visione.

Voto: ★★★★☆