Esistono opere che non appartengono più al cinema inteso come forma di rappresentazione, ma a una zona liminale in cui l’immagine smette di organizzare il reale e inizia a restituirne l’irriducibilità. In questa zona il racconto non è più struttura, ma residuo; non è più ordine, ma traccia. Izo nasce precisamente da questo scarto: non come narrazione della violenza, ma come manifestazione della sua continuità ontologica. L’immagine non tenta di contenere il mondo, ma lascia che il mondo, con tutta la sua stratificazione storica e morale, ecceda l’immagine stessa. In questo senso, il film non chiede allo spettatore di comprendere, ma di sostenere lo sguardo, di abitare un tempo che non procede e non si risolve, ma ritorna, insiste, si deposita. È in questa sospensione, più che in qualsiasi costruzione narrativa, che si apre lo spazio di esperienza in cui Izo diventa non solo un film, ma una soglia: un punto in cui il cinema incontra il proprio limite e, proprio per questo, la propria possibilità più radicale. In Izo, Takashi Miike non mette in scena la violenza come evento, ma come persistenza. Non interessa il gesto in sé, né la sua spettacolarità, né la sua funzione narrativa. Quello che emerge è piuttosto una continuità sotterranea, una forza che attraversa il tempo storico senza mai davvero esaurirsi. Izo non è un individuo nel senso classico del cinema occidentale: è una traccia, una ripetizione, una forma di memoria incarnata. Il film non racconta la storia di un assassino, ma la storia di un’energia distruttiva che l’umanità continua a generare e a trasmettere, trasformandola ogni volta in qualcosa di apparentemente nuovo, ma in realtà profondamente uguale a sé stessa.
La struttura stessa del film rifiuta la linearità perché la linearità implicherebbe una progressione, e quindi una possibile evoluzione morale. In Izo, invece, il tempo non evolve: stratifica. Le epoche attraversate dal protagonista non rappresentano fasi diverse della civiltà, ma variazioni dello stesso paradigma di violenza organizzata. Cambiano le istituzioni, cambiano i linguaggi del potere, cambiano le forme estetiche della sopraffazione, ma il nucleo resta intatto. Miike costruisce così un cinema che non osserva la storia da una distanza rassicurante, ma la restituisce come qualcosa che continua ad agire nel presente, come un trauma che non ha mai smesso di produrre conseguenze. È in questa prospettiva che acquista senso anche l’intuizione radicale formulata da Enrico Ghezzi quando afferma: “Dopo il cinema c’è Izō.” Non come formula iperbolica, ma come riconoscimento di una soglia. Come se Izo non fosse semplicemente un film estremo o anomalo, ma un punto in cui il cinema smette di essere linguaggio ordinatore e diventa esperienza limite, materia che espone lo spettatore alla persistenza del reale senza più il filtro rassicurante della forma narrativa tradizionale.
Il corpo di Izo diventa allora il vero spazio politico del film. Non è solo un corpo che combatte o che subisce: è un corpo che conserva. Ogni ferita è un segno storico, ogni atto violento è un archivio. In questo senso Miike rifiuta qualsiasi separazione tra dimensione biologica e dimensione storica. La storia non accade sopra i corpi, ma dentro i corpi. È una scrittura materiale, concreta, irreversibile. E tuttavia, proprio in questa esposizione radicale della vulnerabilità del corpo umano, emerge una forma inattesa di affermazione vitale. Non nel senso della redenzione o della speranza narrativa, ma nel senso della sopravvivenza. Il corpo continua a esistere anche quando la storia cerca di cancellarlo, di riscriverlo, di ridurlo a puro strumento. La dimensione più profondamente “positiva” del film sta proprio qui: nel rifiuto della rimozione. Izo non permette allo spettatore di consumare la violenza come immagine tra le altre. Non la estetizza in modo consolatorio, non la trasforma in spettacolo puro. La rende invece faticosa, insistente, quasi insopportabile nella sua ripetizione. In un’epoca in cui le immagini della sofferenza vengono assorbite e dimenticate con estrema rapidità, Miike costruisce un’esperienza che impone durata, che obbliga a restare dentro l’immagine, dentro il disagio, dentro la complessità morale dello sguardo. In questo senso il film non produce solo visione, ma responsabilità.
Guardare Izo significa accettare che la violenza non sia un’anomalia della storia, ma una delle sue grammatiche fondamentali. Ma significa anche riconoscere che la memoria, se mantenuta viva, può diventare una forma di resistenza. Se la distruzione si trasmette, allora può trasmettersi anche la coscienza della distruzione. Il film però non offre soluzioni, non suggerisce vie d’uscita narrative. E proprio per questo produce uno spazio di pensiero. Uno spazio in cui lo spettatore non è più soltanto consumatore di immagini, ma soggetto chiamato a confrontarsi con la continuità etica della storia. In questo senso, il cinema di Miike — e Izo in modo particolare — non lavora contro l’oscurità, ma contro l’indifferenza. Non cerca di rendere il mondo più semplice, ma più percepibile. E questa è la sua forma più radicale di positività: ricordare che la storia non è qualcosa che osserviamo da fuori, ma qualcosa che continua a formarsi dentro di noi, nel modo in cui guardiamo, nel modo in cui ricordiamo, nel modo in cui scegliamo di non dimenticare.
Andrej Tarkovskij è stato uno dei pochi registi capaci di restituire al cinema una dignità quasi sacrale, elevandolo da semplice mezzo di intrattenimento a strumento di meditazione e rivelazione. Nato nel 1932 in una Russia rurale, porta per sempre negli occhi e nella memoria visiva la sua terra d’origine, trasformata nella sua opera in una campagna dell’anima: betulle che ondeggiano al vento, fiumi immobili come superfici di vetro, cieli larghi e muti che sembrano respirare più degli uomini che li abitano.
Figlio del poeta Arsenij Tarkovskij, cresce in una casa in cui la parola non è soltanto comunicazione, ma sostanza sacra, da custodire e contemplare. Dal padre eredita il respiro della poesia, la capacità di cogliere il mistero nel quotidiano; dalla madre, un senso di devozione silenziosa e tenace, la disciplina di chi attraversa le tempeste senza alzare la voce. Quando entra al VGIK di Mosca, la prestigiosa scuola di cinematografia, Tarkovskij non porta con sé soltanto l’ambizione di raccontare storie, ma un’idea precisa, già radicata: il cinema è scultura del tempo, e il tempo, per essere scolpito, non può essere violentato. Non è la rapidità del montaggio a dare senso a un’immagine, ma la sua capacità di contenere e restituire la durata reale di ciò che accade.
Come scriverà anni dopo in Scolpire il tempo:
“L’immagine cinematografica è la testimonianza di un fatto che si svolge nel tempo, e conserva la sua verità solo se non ne violiamo il respiro.”
Nei suoi film, il vento soffia fino all’ultima foglia, la pioggia cade fino all’ultima goccia, il fuoco arde fino a consumare ogni residuo. L’attesa non è un vuoto da colmare, ma parte integrante del racconto: è il tempo stesso, e non l’azione, a generare significato. Parlare di Tarkovskij come di un regista “lento” è fuorviante. La sua lentezza non è inerzia, ma tensione costante, simile a quella di un arco teso che attende il momento esatto per scoccare la freccia. Il suo cinema interroga senza sosta la fede, il senso dell’esistenza, il destino dell’arte. E lo fa utilizzando elementi primari — acqua, fuoco, vento, terra — come lettere di un alfabeto universale, radicato tanto nella natura quanto nella memoria umana. Ogni suo film è un pellegrinaggio: i personaggi attraversano spazi concreti e interiori, e lo spettatore è chiamato a seguirli non per sapere “come va a finire”, ma per essere trasformato dal viaggio. Tarkovskij costruisce così un cinema in cui la bellezza non è mai ornamento, ma rivelazione; un linguaggio che non semplifica la complessità del mondo, ma la abbraccia.
È questo il cuore del suo lascito: un invito a rallentare, a guardare con attenzione, a lasciarsi ferire dalla verità delle immagini. Un cinema che non vuole convincere, ma mettere in ascolto; che non pone mai limiti, ma apre un varco. In quell’apertura fragile e luminosa, Tarkovskij ha scolpito il tempo, e con esso la possibilità stessa di riconoscersi.
L’infanzia di Ivan (1962) – Il sogno ferito dalla guerra
Il primo lungometraggio di Tarkovskij nasce già come una dichiarazione di poetica. Incaricato di subentrare alla regia di un progetto iniziato da un altro cineasta, il giovane Tarkovskij non si limita a completarlo: lo riscrive dalle fondamenta, trasformandolo in qualcosa di profondamente suo. Elimina il finale eroico previsto dalla sceneggiatura originale, spoglia la storia di ogni retorica patriottica e lascia emergere limpido il nucleo emotivo: la guerra come furto dell’infanzia.
Ivan, dodici anni, orfano, serve come esploratore nell’esercito sovietico. Si muove tra trincee fangose, boschi oscuri, rovine bagnate dalla pioggia. Eppure, il film non è fatto solo di ombre: a più riprese, come fenditure nella notte, irrompono i sogni. Campi assolati, una madre sorridente, acqua limpida che scorre sotto un cielo sereno: sono lampi di un passato che non tornerà, ricordi che feriscono proprio perché ancora vivi. La fotografia di Vadim Yusov accentua questo contrasto con un uso magistrale del bianco e nero: nei sogni, le tonalità si fanno morbide, i grigi luminosi, la luce avvolge; nella realtà, il nero è più denso, la luce rarefatta, il paesaggio inciso da linee dure. Questa alternanza non è solo estetica: è il modo in cui Tarkovskij rappresenta il tempo interiore di un bambino la cui vita è divisa in due emisferi inconciliabili.
“Non volevo fare un film di guerra,” dirà, “ma un film sulla perdita dell’infanzia.”
Ed è esattamente questo che accade: i momenti di pace non sono semplici flashback funzionali alla trama, ma luoghi in cui lo spettatore può sostare, respirare, e comprendere ciò che è stato tolto. Già qui emerge una costante della sua opera: i ricordi come spazi fisici da attraversare. Nei sogni di Ivan non ci sono dissolvenze rapide o montaggi sincopati: la macchina da presa si muove lentamente, accompagna il personaggio come se fosse davvero presente, lasciando che il tempo scorra naturale. È un modo di filmare che restituisce ai ricordi la loro densità, sottraendoli alla leggerezza dell’illusione. L’ultima immagine di Ivan non è quella di un eroe, ma di una vittima della storia. Tarkovskij chiude così il suo esordio con un atto di sincerità che anticipa tutta la sua carriera: rifiutare la menzogna, anche quando sarebbe più facile o più gradita.
Andrej Rublëv (1966) – Il silenzio dell’icona
Se L’infanzia di Ivan era una meditazione sulla perdita dell’innocenza individuale, Andrej Rublëv è una riflessione monumentale sulla sopravvivenza dell’arte in un mondo che sembra respingerla. Ambientato nella Russia del XV secolo, attraversata da invasioni tatare, lotte religiose e carestie, il film racconta non tanto la vita del pittore di icone più famoso della tradizione ortodossa, quanto la condizione eterna dell’artista di fronte alla violenza della storia.
La struttura è episodica: otto capitoli che possono vivere come affreschi autonomi, uniti dal filo sottile della presenza di Rublëv, spesso silenziosa, a volte quasi assente. Tarkovskij non lo rappresenta come un genio eroico, ma come un uomo inquieto, attraversato dal dubbio e dalla colpa, capace di fermarsi per anni senza dipingere, colpito dall’orrore che lo circonda. È il voto di silenzio – la rinuncia volontaria all’arte – che diventa il centro drammatico del film. Le immagini sono di una concretezza fisica estrema: il fango che si attacca agli stivali, la pioggia che inzuppa tuniche e capelli, il sangue che scorre sulle pietre. Eppure, dentro questo realismo materiale, vibra costantemente una dimensione spirituale. La macchina da presa indugia su gesti minimi – un volto che si illumina alla luce di una candela, una mano che accarezza il legno – come se in essi potesse ancora risiedere il seme del sacro.
L’episodio del giovane fonditore di campane, Boriska, è forse il più emblematico: il ragazzo afferma di conoscere il segreto della fusione tramandato dal padre, ma non ne è certo. Tutta la comunità partecipa alla costruzione, sospesa tra fede e disperazione. Quando la campana finalmente suona, liberando il bronzo in un’onda sonora che sembra scacciare le tenebre, Rublëv rompe il voto: promette a Boriska di insegnargli a dipingere. In quel momento, l’arte rinasce non per ambizione, ma come atto di consolazione reciproca. Dopo tre ore in bianco e nero, Tarkovskij compie la scelta che trasforma il film in un’esperienza sensoriale unica: il passaggio improvviso al colore, per mostrare le icone di Rublëv. Smalti, ori e rossi accesi irrompono sullo schermo come un miracolo.
“Dopo tanta oscurità,” dirà il regista, “il colore diventa un atto di fede.”
La censura sovietica giudicherà il film troppo cupo, troppo religioso, troppo distante dalla retorica celebrativa. Rimarrà bloccato per cinque anni. Ma proprio questa distanza dal potere e dalla propaganda è ciò che rende Andrej Rublëv un’opera senza tempo: non una biografia illustrata, ma un’icona vivente del rapporto tra arte e sopravvivenza.
Solaris (1972) – L’oceano della memoria
Quando Tarkovskij accetta di adattare Solaris di Stanisław Lem, la fantascienza sovietica è ancora avvolta nell’epica spaziale che celebra il progresso tecnologico e l’esplorazione come trionfo ideologico. Ma il regista non cerca la conquista delle stelle: vuole raccontare ciò che le stelle rivelano di chi le guarda.
Già l’incipit è un atto di rottura. Prima della stazione orbitante, prima del vuoto siderale, c’è la Terra: un giardino invaso dall’acqua, piante che ondeggiano come in un acquario, il protagonista Kris Kelvin che si muove tra stanze silenziose, immerse nella foschia del mattino. Lo spazio è lontano, quasi assente, eppure questa lunga apertura radica il film in un territorio intimo e segreto, dove il cuore del racconto troverà la propria misura. Quando Kelvin arriva alla stazione che orbita attorno a Solaris, trova un equipaggio in disfacimento: uno scienziato morto in circostanze ambigue, gli altri due isolati e diffidenti. Il pianeta – un oceano vivente, coscienza aliena irriducibile – ha iniziato a dare corpo ai ricordi e ai sensi di colpa degli uomini. Per Kelvin, significa ritrovarsi davanti a sua moglie Harey, morta anni prima. Harey non è un’ombra incorporea: è carne e sangue, ma la sua stessa esistenza è impossibile, fragile, instabile. Solaris l’ha creata non come replica fedele, ma come proiezione filtrata dalla memoria e dal rimorso di Kelvin. È qui che il film si piega: non ci mostra la donna com’era, ma come vive nella mente di chi la ha perduta. La fantascienza diventa un lessico per interrogare colpa, amore interrotto e impossibilità di chiudere il conto con il passato.
Lem, autore del romanzo, criticherà la scelta di Tarkovskij di trasformare il racconto fantascientifico in una meditazione psicologica. Ma è proprio in questa deviazione che sta la forza del film: nell’aver spostato lo sguardo dal pianeta all’anima.
“Non mi interessava lo spazio in sé,” dirà Tarkovskij, “ma lo spazio come condizione dell’anima.”
Solaris è, in fondo, una parabola sul perdono e sulla memoria. Il viaggio più importante non è quello tra le stelle, ma quello che attraversa le zone in ombra della coscienza: un luogo dove la verità più autentica può essere fatta di sogni, di illusioni e, forse, di una riconciliazione impossibile .
Lo specchio (1975) – Autobiografia liquida
Con Lo specchio, Tarkovskij abbandona ogni pretesa di linearità narrativa. Non c’è una trama nel senso tradizionale, ma un flusso di immagini, ricordi, sogni e visioni che si muovono come l’acqua: senza un inizio e una fine netti, ma con la continuità organica di ciò che vive.
Il film si apre con un atto di liberazione: un ragazzo balbuziente, ripreso in bianco e nero, riesce a pronunciare parole chiare dopo una seduta di ipnosi. È un’immagine che non spiega nulla eppure introduce tutto: la voce ritrovata, il contatto con un sé più profondo, il gesto di recupero che è alla base della memoria. La voce narrante appartiene a un uomo malato – alter ego del regista – che rievoca la propria vita: l’infanzia durante la guerra, il rapporto con la madre, l’assenza del padre, le tensioni di coppia. Ma questi frammenti non si dispongono lungo una linea temporale: si richiamano per associazione emotiva, come avviene nei sogni. Una tenda mossa dal vento può condurre a un ricordo d’infanzia, un gesto domestico può aprire un varco verso un evento storico. Tarkovskij alterna bianco e nero, colore e pellicola virata, senza che questo corrisponda a un codice temporale. Non è il passato a essere in bianco e nero e il presente a colori: ogni stato d’animo trova la sua cromia. Così un ricordo felice può brillare di colori caldi, mentre un sogno può inabissarsi in grigi lattiginosi. Gli elementi naturali sono centrali: l’acqua, che scorre o cade all’interno di una casa; il fuoco, che distrugge e purifica; il vento, che muove campi e capelli come se trasportasse presenze invisibili. Ma c’è anche un elemento umano altrettanto importante: la poesia. Le parole del padre Arsenij, lette fuori campo, accompagnano le immagini con una forza che non commenta, ma amplifica. Una scelta audace è l’affidare a Margarita Terekhova due ruoli diversi: la madre del protagonista bambino e la moglie del protagonista adulto. Questa sovrapposizione crea un cortocircuito della memoria, in cui le figure femminili si confondono, rivelando che l’identità affettiva è spesso un intreccio di volti e gesti ripetuti nel tempo.
Alla sua uscita, Lo specchio divise profondamente pubblico e critica: accusato di ermetismo da alcuni, celebrato come capolavoro da altri. Tarkovskij stesso lo definì “un’opera aperta”, destinata a rivelare cose diverse a ciascun spettatore. E in effetti, chi vi entra con pazienza e fiducia, ne esce con la sensazione di aver abitato, per un’ora e mezza, dentro la mente e il cuore di un uomo.
“Il film è come un sogno,” dirà, “non deve spiegare, ma far sentire.”
Stalker (1979) – L’eco del desiderio
La Zona non esiste sulle mappe. È un’area proibita, recintata e sorvegliata, ma la sua vera barriera non è il filo spinato: è l’enigma che la circonda. Al centro, si dice, c’è una stanza capace di esaudire il desiderio più profondo di chi vi entra. Ma qui ogni promessa è incerta: la speranza convive con la paura, la fede con il dubbio, e la verità non si lascia mai afferrare del tutto.
Tarkovskij non filma la Zona come un semplice spazio fisico, ma come un territorio dell’anima, un organismo vivo e mutevole che sembra reagire a chi lo attraversa. Le sue regole sfuggono alla logica: non esistono sentieri diretti, ogni passo richiede lentezza e deviazione, come in un rito in cui il tempo deve dilatarsi per rivelare ciò che nasconde. I lunghi piani-sequenza non servono a documentare il cammino, ma a far percepire il peso di ogni gesto, il silenzio tra un respiro e l’altro. I tre protagonisti — lo Stalker, lo Scrittore e lo Scienziato — non sono solo viaggiatori, ma incarnazioni di tre modi opposti di affrontare l’ignoto. Lo Stalker vive di una fede assoluta, fragile e necessaria: senza la Zona, la sua vita sarebbe vuota. Lo Scrittore porta con sé la disillusione di chi non crede più in nulla, ma teme il vuoto che ne deriva. Lo Scienziato incarna la razionalità che vuole misurare e controllare, pur sapendo che non tutto può essere ridotto a dati e formule. Nel loro dialogo — spesso sottratto più che pronunciato — si riflette il conflitto eterno tra credere, dubitare e dominare. L’acqua, onnipresente, scorre su superfici arrugginite, penetra nelle stanze allagate, custodisce oggetti dimenticati. È memoria sedimentata, eco di vite passate. Gli oggetti semi-sommersi – una pistola, una siringa, un’icona – formano un inventario muto di storie perdute.
“La Zona è la vita stessa,” dirà Tarkovskij, “e lo Stalker è colui che ci guida a vedere ciò che siamo.”
Stalker è un film sulla fede e sulla speranza, ma anche sull’impossibilità di definire queste parole. La stanza potrebbe esaudire qualsiasi desiderio, ma ciò che temiamo di più è scoprire cosa vogliamo davvero.
Nostalghia (1983) – L’esilio dell’anima
Girato interamente in Italia, Nostalghia è un film di confine: geografico, emotivo, spirituale. Tarkovskij, ormai lontano dall’URSS e consapevole di non poterci tornare, costruisce un’opera che è la sua stessa condizione incarnata: quella di essere straniero ovunque, sospeso tra due mondi che non si toccano più.
Il protagonista, il poeta russo Gorchakov, viaggia in Toscana per ricercare le tracce di un musicista del Settecento che visse lontano dalla patria. In questa ricerca si riflette la biografia stessa del regista: il personaggio e la figura storica sono doppi l’uno dell’altro, e in entrambi si rispecchia l’autore. Il movimento esterno si intreccia a un itinerario interiore, in cui ogni passo in terra straniera amplifica la nostalgia di casa — quel sentimento che Tarkovskij definì “la più grande malattia dell’anima”. Il film è avvolto da una luce lattiginosa, da atmosfere di nebbia, pioggia, acque termali. I dialoghi sono pochi, ma ogni immagine è carica di silenzio e di un’attesa indefinita. L’incontro con Domenico, un uomo segnato dal peso della sua visione apocalittica, introduce il tema della fede ostinata: quella che sopravvive anche quando appare illogica agli occhi del mondo. Il compito che Domenico affida a Gorchakov è un atto apparentemente semplice: attraversare una grande piscina vuota tenendo accesa una candela. Un gesto senza scopo pratico, ma carico di senso simbolico. Tarkovskij lo filma in uno dei suoi piani-sequenza più intensi: la macchina da presa accompagna il poeta in un cammino lento, precario, in cui ogni passo diventa una prova di resistenza e di dedizione. È in questa azione, priva di utilità materiale, che si rivela il nucleo del film: l’idea che solo un atto compiuto senza finalità egoistiche possa avvicinarci al sacro. La candela che resiste al vento e all’instabilità diventa metafora della fedeltà a ciò che si è, anche quando questa fedeltà comporta smarrimento, distanza, solitudine.
Come scriverà il regista:
“Solo l’atto compiuto senza scopo egoistico può avvicinarci a Dio.”
Nostalghia è il Tarkovskij più intimo e malinconico: un film che interroga cosa significhi rimanere fedeli a se stessi quando le radici e la dimora sono altrove, e forse irraggiungibili.
Sacrificio (1986) – Il giorno in cui il mondo tacque
Girato in Svezia con la storica troupe di Ingmar Bergman – dal direttore della fotografia Sven Nykvist alla scenografa Anna Asp – Sacrificio nasce mentre Tarkovskij è già consapevole della propria grave malattia. Questa condizione imprime al film un’urgenza intima, ma non lo colora di disperazione. Piuttosto, lo pervade un senso di vigilia, di tempo sospeso prima di un evento irreparabile.
È il compleanno di Alexander, ex attore e intellettuale in ritiro, quando una notizia interrompe la quiete domestica: una guerra nucleare è imminente. La minaccia non è clamore spettacolare, ma silenzio compatto, un peso che incombe sull’aria. Di fronte alla catastrofe, Alexander pronuncia un voto: rinuncerà a tutto ciò che ama se Dio risparmierà il mondo. Non è un patto di paura, ma un’offerta totale, in cui l’individuo sceglie di annullarsi per il bene di tutti, senza garanzia di ricompensa. Il gesto che decide di compiere per suggellare questo voto è estremo: dare alle fiamme la propria casa. La sequenza è tra le più celebri del cinema moderno. Tarkovskij la concepisce come un unico, lunghissimo piano-sequenza: una sola ripresa, nessun margine d’errore, un edificio realmente in fiamme davanti alla macchina da presa. Il fuoco divora le pareti, il tetto crolla, il vento gonfia le fiamme e trascina scintille lontano. Il tempo scorre reale, senza stacchi: ciò che vediamo accadere accade davvero, e lo spettatore ne percepisce la fisicità. Non è solo un episodio narrativo: è un atto di catarsi, un’esperienza condivisa tra chi filma, chi agisce e chi guarda.
In quest’ultima opera, Tarkovskij raccoglie e intreccia i suoi elementi simbolici – l’acqua, il fuoco, il vento, gli spazi vuoti, la luce obliqua, il tempo sospeso – in una parabola di purificazione. La fede non appare come dogma, ma come decisione compiuta fino in fondo, anche senza prove che abbia cambiato il corso degli eventi.
Come dirà lui stesso:
“La bellezza nasce quando è minacciata dalla distruzione. E nel momento in cui è distrutta, continua a vivere in noi.”
Pochi mesi dopo aver terminato Sacrificio, Tarkovskij muore a Parigi, il 29 dicembre 1986, a soli 54 anni. Lascia un cinema che non chiude mai davvero le sue storie, ma le apre verso lo spettatore, consegnandogli domande, inquietudini e una fede incrollabile nell’arte come forma di resistenza spirituale.
Epilogo – Il tempo scolpito
Guardare oggi i film di Tarkovskij significa ascoltare una lingua che il cinema contemporaneo, spesso sedotto dalla velocità e dalla trama come ingranaggio, sembra aver dimenticato. È una lingua lenta e necessaria, fatta di durate che respirano, di silenzi che pesano quanto le parole, di movimenti impercettibili capaci di modificare la percezione stessa del tempo. In questa lingua, ogni elemento naturale diventa segno e memoria, custode di un significato che si svela solo a chi è disposto ad attendere:
L’acqua, specchio e custode, flusso della memoria e grembo del mondo, riaffiora nei sogni di L’infanzia di Ivan, nei bacini immobili di Stalker, nei corsi d’acqua che attraversano Nostalghia. Il fuoco, forza che purifica o distrugge, luce che rivela o consuma, esplode nella dacia in fiamme di Sacrificio, ma vive anche nei bagliori domestici, nelle candele tremolanti, nei riflessi improvvisi. Il vento, respiro invisibile che attraversa la materia e ne svela l’anima, muove le betulle di Lo specchio, piega i prati di Andrej Rublëv, accompagna i personaggi come un mormorio senza voce. Gli animali, presenze pure o enigmatiche, popolano Stalker e Solaris, si fermano ad ascoltare, come se custodissero una conoscenza che l’uomo ha dimenticato.
Questi elementi si rivelano spesso attraverso il piano-sequenza, non come virtuosismo, ma come atto di fiducia nella continuità del tempo e nella sua verità. Tarkovskij non forza il tempo per piegarlo alla trama: lo lascia scorrere, fino a farlo diventare sostanza stessa dell’immagine.
Il suo cinema non chiede di essere decifrato, ma accolto. Invita lo spettatore a un atto di fiducia: sospendere la fretta, accogliere l’immagine come esperienza viva, permettere che il tempo si depositi negli occhi come polvere dorata. E, come nei suoi film, anche quando lo schermo si spegne, ciò che è stato visto continua a vivere, mutando e sedimentando, come fa il ricordo.
Ryūsuke Hamaguchi, con Intimacies, realizza un’opera cinematografica che va oltre la semplice narrazione, configurandosi come una riflessione filosofica profonda sulla condizione umana e sulle complesse dinamiche delle relazioni interpersonali. Concepite come un’esperienza radicale, le oltre quattro ore del film si sviluppano in tre atti, adottando un tempo dilatato che consente allo spettatore di immergersi completamente nella riflessione. La forza del film risiede nell’uso di un linguaggio cinematografico che privilegia il silenzio e la meditazione piuttosto che l’immediatezza del racconto. Questo approccio stimola lo spettatore a confrontarsi con la fragilità e la tensione che attraversano l’intimità tra gli individui, mettendo in luce i limiti del linguaggio, incapace di esprimere pienamente la complessità dell’esperienza umana.
Un tema centrale del film è quindi la riflessione sul linguaggio, esplorato soprattutto attraverso il personaggio di Ryo, uno scrittore che vede le parole non come un semplice strumento di comunicazione, ma come una forma complessa di immaginazione. Ryo sviluppa una potente metafora, paragonando le parole a treni che percorrono paesaggi immaginari: “Le parole sono un viaggio immaginario di un treno in corsa. In tutto il Giappone, l’immaginazione viaggia. I tragitti, mappe di chi siamo.” Questa comparazione tra parole e treni invita a riflettere sulla natura stessa del linguaggio e sulle sue implicazioni. I treni locali rappresentano la possibilità di soffermarsi sui dettagli e sulla complessità dell’esperienza, mentre i treni ad alta velocità simboleggiano l’uso frettoloso e meccanico delle parole, che spesso trascurano la ricchezza del viaggio. Ryo osserva inoltre che, per raggiungere una vera connessione tra pensiero e linguaggio, è essenziale che “ogni immaginazione esca dalla corretta stazione e poi salga sul corretto treno“. Tuttavia, il film evidenzia quanto sia difficile, se non impossibile, raggiungere questa sintonia. Le parole, infatti, tradiscono il loro scopo, rivelando i limiti della comprensione reciproca e trasformando l’intimità umana in un obiettivo fragile e inafferrabile.
La prima parte del film si sviluppa attorno alla preparazione di uno spettacolo teatrale che diventa uno spazio di riflessione sulle dinamiche tra arte e realtà. La regista della pièce, Reiko, adotta un approccio non convenzionale: invece di concentrarsi su un copione prestabilito, organizza sessioni di domande e risposte con gli attori, sia individuali che collettive. Questi momenti di discussione permettono agli attori di esplorare le proprie esperienze personali, mettendo in luce la loro comprensione dell’intimità e della comunicazione. Il teatro diventa così non solo un luogo di espressione artistica, ma anche uno spazio di riflessione profonda sulla condizione umana. La politica internazionale, come l’intervento delle forze di autodifesa giapponesi in un conflitto tra le due Coree, emerge come uno degli argomenti discussi tra gli attori, e Hamaguchi intreccia abilmente le tensioni politiche globali con le turbolenze emotive e psicologiche dei personaggi. In questo modo, l’intimità personale non si presenta mai come qualcosa di separato dal contesto più ampio, ma come qualcosa che è sempre influenzato e definito dalle dinamiche globali in cui è immerso. Il teatro diventa così un mezzo per interrogarsi su sé stessi e sulle proprie convinzioni, ma anche sulle emozioni e le relazioni con gli altri.
Al centro del film si colloca inoltre la relazione tra Reiko e Ryo, che esplora la tensione tra il desiderio di connessione e l’incapacità di realizzarlo pienamente. Il loro rapporto è segnato da un alternarsi continuo tra vicinanza e separazione, con un’immagine ricorrente che li vede salutarsi da treni separati mentre attraversano un fiume, simbolo della dialettica tra intimità e distanza. Questo semplice saluto diventa il cuore della loro relazione: un affetto che è, al contempo, intenso e silenzioso, presente e assente. La storia tra Reiko e Ryo è segnata da una frattura iniziale che non troverà mai una vera risoluzione: Ryo è scomparso per anni senza spiegazioni, lasciando Reiko in un limbo di incertezze. Anche al suo ritorno, la sua assenza persiste, creando una tensione che non potrà mai dissolversi completamente. Alla fine dello spettacolo teatrale, Ryo decide di arruolarsi e partire per il fronte, abbandonando ancora una volta Reiko. Questa dinamica esplora non solo le difficoltà nell’intimità, ma anche la fragilità e la transitorietà delle relazioni umane. Il film mostra come l’intimità non sia mai qualcosa di acquisito, ma piuttosto un obiettivo costantemente messo alla prova dalla distanza e dall’incomunicabilità.
Infine, il concetto di “limite del linguaggio” emerge come uno dei temi fondamentali del film. La frase di Ryo, secondo cui “le parole hanno i loro limiti“, diventa una delle chiavi interpretative di Intimacies. Nonostante la centralità del linguaggio nella comunicazione, Hamaguchi mostra come esso resti un mezzo imperfetto, incapace di esprimere pienamente le profondità dell’esperienza interiore. I personaggi, pur cercando di dare voce ai loro pensieri e sentimenti, si rendono conto che le parole non bastano mai. Questo limite si traduce anche nel linguaggio cinematografico: l’uso di lunghi piani sequenza e inquadrature distanti ci pone nella posizione di osservatori esterni, invitandoci a cogliere ciò che non è detto, a riscoprire il significato nascosto nei silenzi e nei piccoli gesti. Il silenzio diventa così una forma di espressione potente quanto le parole, capace di comunicare ciò che non può essere detto. In questo modo, Intimacies non solo ci invita a riflettere sul linguaggio e sull’intimità, ma ci spinge anche a esplorare la dimensione più profonda dell’esperienza umana, quella che risiede tra le parole e ciò che resta non detto.
In definitiva, Intimacies di Ryūsuke Hamaguchi si presenta come un’opera straordinariamente complessa, capace di attraversare le pieghe più intime dell’esperienza umana. Il film non si limita a raccontare una storia, ma invita lo spettatore a confrontarsi con la fragilità e l’incompletezza delle relazioni interpersonali, mettendo in luce la tensione costante tra il desiderio di connessione e l’ineluttabile separazione che segna ogni legame umano. La bellezza di Intimacies non risiede nella promessa di una comunicazione perfetta, ma nell’inevitabile incompiutezza che segna ogni tentativo di avvicinarsi all’altro. Hamaguchi non idealizza l’intimità: la sua è una visione dolorosamente lucida, che riconosce quanto sia difficile – se non impossibile – colmare la distanza emotiva che separa gli esseri umani. Tuttavia, è proprio in questa impossibilità che risiede la potenza del film: Intimacies non è un inno alla perfetta connessione, ma un elogio alla lotta, imperfetta e frammentaria, per avvicinarsi all’altro, per riconoscere l’altro nei suoi silenzi, nelle sue assenze, nei suoi limiti. Ogni scena, ogni dialogo, ogni pausa è intrisa di una malinconica bellezza, un’umanità che risplende proprio nella sua fragilità. Il film si configura così come un’opera che, pur nel suo lento e meditativo sviluppo, riesce a cogliere la profondità del nostro essere e della nostra necessità di intimità, rivelando come, nei margini del linguaggio e nei vuoti tra le parole, emerga una verità più profonda e autentica della connessione umana. Con Intimacies, Hamaguchi non solo esplora la condizione umana, ma la celebra nella sua imperfezione, regalando allo spettatore un’esperienza cinematografica che, pur nella sua durata e complessità, lascia una traccia indelebile, un’eco di riflessione che continua a risuonare ben oltre la sua conclusione.
Il COVID-19, purtroppo, ci obbliga a restare rintanti nelle nostre case. Se non sapete come spendere il vostro tempo, ecco alcuni film che potete recuperare in questa particolare situazione da reclusi:
10. Love Exposure (2008) – Sion Sono 3h 57m
L’amore secondo Sion Sono. Un’opera folle, dissacrante, ma soprattutto romantica, che nonostante la durata risulta facilmente fruibile.
9. An Elephant Sitting Still (2018) – Hu Bo 3h 54m
Il lasciato del regista Hu Bo, che al termine del montaggio si è tolto la vita, è un’opera che riflette probabilmente la visione del mondo del suo autore: un modo spietato, crudele e privo di alcuna compassione per individui come i quattro protagonisti che, ciascuno segnato dalla vita per un motivo diverso, sembrano ancora legati a questo mondo dal solo desiderio di vedere, a Manzhouli, un elefante che se ne sta tutto il giorno immobile, seduto, come se il resto del mondo non esistesse.
8. ‘Til Madness Do Us Part (2008) – Wang Bing 3h 48m
Wang Bing mostra la miserabile quotidianità dei pazienti reclusi in un manicomio dello Yunnan (Cina). Non tutti però sono confinati in questo luogo per disturbi mentali, ma anche per le proprie convizioni politiche.
7. Nymphomaniac (2013) – Lars von Trier 5h 30m
L’ultimo capitolo della c.d. Trilogia della depressione (insieme ad Antichrist e a Melancholia), Nymphomaniac è forse anche l’opera più raprresentativa di tutto il cinema del regista. Una dipendenza, quella sessuale, diventa per il cineasta danese, mediante una narrazione sublime, il preteso per trattare in modo penetarante e definitivo tutti quei temi che hanno caratterizzato la sua filmografia: depressione, autodsitruzione, solitudine, disagio esistenziale, identità di genere e crudeltà della natura.
6. Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles (1975) – Chantal Akerman 3 h 45m
Descritto dal New York Times come “il primo capolavoro femminile nella storia del cinema”, Jeanne Dielman è tra le opere più affascinanti e disturbanti nello stesso tempo che si possa mai vedere.
5. Near Death (1989) – Frederick Wiseman 5h 46m
Monumentale documentario di quasi 6 ore, Near Death descrive la quotidianità all’interno del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Beth Israel di Boston: come le persone affrontano la morte e, più in particolare, le complesse relazioni tra pazienti, famiglie, medici, infermieri, personale ospedaliero e tutti quei soggetti coinvolti nelle decisioni circa l’opportunità o meno di adottare un determinato trattamento ai pazienti e in quelle critiche sulla vita o sulla morte.
4. Century of Birthing (2011) – Lav Diaz 6h
Un’opera sublime che in una matrioska metacinematografica narra la storia di un regista in crisi, di una ex-suora in cerca di esperienze mai provate e di una setta di fanatici religiosi.
3. As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty (2000) – Jonas Mekas 4h 48m
Un’opera artistica irripetibile che rispecchia l’autentico significato della vita, un bellissimo atto di amore nei confronti del cinema e della vita stessa. Continua
2. Satantango (1994) – Béla Tarr 7h 30m
Uno dei capolavori assoluti di Tarr, Satantango è una lenta danza, lunga sette ore e mezza, in una realtà apocalittica senza tempo.
1.Filmografia Andrej Tarkovskij
Se non avete ancora visto i capolavori del maestro russo, è giunto il momento di farlo.
“L’artista crea istintivamente, egli non sa perché proprio in quel momento fa una cosa oppure un’altra, scrive proprio di questo, dipinge proprio questo. Soltanto dopo egli comincia ad analizzare, a trovare spiegazioni, a filosofeggiare e giunge alle risposte che non hanno nulla in comune con l’istinto, col bisogno istintivo di fare, creare, esprimere sé stesso. In un certo senso la creazione è rappresentazione dell’essenza spirituale nell’uomo ed è la contrapposizione all’essenza fisica; la creazione è in un certo senso la dimostrazione dell’esistenza di questa essenza spirituale”.
“Il cinema è l’unica forma d’arte che – proprio perché operante all’interno del concetto e dimensione di tempo – è in grado di riprodurre l’effettiva consistenza del tempo – l’essenza della realtà – fissandolo e conservandolo per sempre”.
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