The Turin Horse (2011) – Béla Tarr
Non è il buio a fare paura. Al buio l’uomo si è sempre abituato. Ha imparato ad accendere fuochi, a costruire case, a raccontare storie per attraversare la notte. Ciò che davvero inquieta è assistere alla lenta ritirata della luce. Accorgersi che ogni giorno illumina un po’ meno del precedente. Che il mondo continua a essere lo stesso, eppure qualcosa, invisibilmente, ha smesso di sostenerlo. Forse la fine non arriverà con il fragore che abbiamo immaginato per secoli. Forse non ci saranno città in rovina, cieli incendiati o mari che inghiottono la terra. Forse accadrà in silenzio, dentro la ripetizione dei gesti quotidiani. Continueremo a vestirci, a preparare il cibo, ad aprire una finestra, a guardare fuori. Fino a quando ci renderemo conto che ciò che stiamo difendendo non è più la vita, ma soltanto la sua abitudine. È da questa intuizione che nasce The Turin Horse, l’ultima opera di Béla Tarr. Un film che sembra appartenere meno al cinema che al tempo.
Un’opera che non cerca di raccontare la fine del mondo, ma il suo lento esaurirsi.
L’episodio da cui prende il titolo è uno dei più celebri della biografia di Friedrich Nietzsche. Il 3 gennaio 1889, a Torino, il filosofo vide un cocchiere colpire violentemente il proprio cavallo. Gli corse incontro, lo abbracciò e scoppiò in lacrime. Poco dopo sarebbe precipitato definitivamente nella follia. Quel gesto è stato interpretato in molti modi: come l’ultimo atto di compassione di un uomo che aveva guardato troppo a lungo dentro l’abisso, come il collasso di una mente straordinaria, come il simbolo della fragilità umana. Tarr, insieme allo scrittore László Krasznahorkai, sceglie però di non seguire Nietzsche. La macchina da presa resta con il cavallo. È una scelta che cambia tutto. Perché significa rinunciare alla storia per interrogare qualcosa di più profondo. Che cosa accade dopo? Che cosa rimane quando il gesto eroico è finito, quando il pensiero tace, quando nessuno osserva più? La risposta è una casa isolata, un padre, una figlia, un cavallo e un vento che sembra non essersi mai fermato. Non succede quasi nulla. Ed è proprio questo il miracolo del film. Siamo stati educati a credere che il cinema debba raccontare eventi, costruire tensioni, accompagnare lo spettatore verso una conclusione. Béla Tarr sembra voler smontare una dopo l’altra tutte queste convinzioni. Elimina il superfluo fino a lasciare soltanto ciò che precede ogni storia: il tempo. Ogni giornata ricomincia identica. Il padre si veste con fatica. La figlia lo aiuta. Si prepara il cibo. Si tenta di uscire. Si guarda il paesaggio. Si ritorna dentro. Le patate vengono mangiate in silenzio, come un sacramento consumato senza fede.
La ripetizione, però, non genera immobilità. Genera consapevolezza.
Più i gesti si ripetono, più ci accorgiamo della loro fragilità. Ogni movimento sembra appartenere a un mondo che continua a esistere soltanto per inerzia. Nessuno dei protagonisti sembra aspettarsi che il domani possa essere diverso dall’oggi. Eppure qualcosa cambia continuamente. Il cavallo smette di collaborare. Il pozzo si prosciuga. La luce si indebolisce. Il vento continua. È un’apocalisse senza spettacolo. Una sottrazione continua. Come se la realtà decidesse, lentamente, di ritirare tutto ciò che rende possibile la vita.
Il cinema ha sempre cercato di vincere il tempo. Attraverso il montaggio lo comprime, lo accelera, lo manipola. Béla Tarr compie il gesto opposto. Si arrende al tempo. Lo lascia scorrere davanti ai nostri occhi senza scorciatoie. I suoi lunghissimi piani sequenza non sono esercizi di stile. Sono atti di fiducia. Fiducia nello sguardo. Fiducia nella capacità dello spettatore di abitare un’immagine senza pretendere che venga continuamente spiegata. All’inizio questa scelta può apparire respingente. Poi accade qualcosa di inatteso. Il ritmo del film comincia lentamente a sostituirsi al nostro. Smettiamo di attendere che succeda qualcosa. Iniziamo semplicemente a osservare. È in quel momento che The Turin Horse smette di essere un film e diventa esperienza. Fred Kelemen fotografa questo universo con un bianco e nero di una densità quasi minerale. Ogni volto sembra scavato dal tempo. Ogni piega degli abiti trattiene la memoria della fatica. Gli alberi piegati dal vento, il terreno fangoso, la casa consumata dagli anni sembrano appartenere a un mondo già sopravvissuto alla propria fine. Non c’è alcuna ricerca della bellezza. Eppure ogni inquadratura è straordinariamente bella. Perché la bellezza, qui, non nasce dall’armonia ma dalla verità. Dal modo in cui la macchina da presa osserva le cose senza volerle trasformare in simboli rassicuranti. Anche il vento sfugge a ogni interpretazione definitiva. È ovunque. Invade ogni scena, attraversa ogni silenzio, accompagna ogni passo. Non rappresenta qualcosa. È qualcosa.
È la presenza costante di un universo che continua a esistere indipendentemente dall’uomo. Mentre i protagonisti cercano ostinatamente di preservare la propria quotidianità, il vento ricorda loro che la natura non conosce né compassione né crudeltà. Semplicemente è. E forse è proprio questa indifferenza a rendere il film così doloroso. Non esiste alcun antagonista da combattere. Nessun colpevole. Nessun destino da modificare. Esiste soltanto l’inesorabile consumarsi delle cose. Persino il cavallo sembra comprenderlo prima degli esseri umani. A un certo punto rifiuta il cibo, rifiuta il lavoro, rifiuta il movimento. Non è ribellione. Non è stanchezza. È come se avesse percepito qualcosa che agli uomini continua a sfuggire. Come se avesse capito che il mondo non gli sta più chiedendo di vivere.
È impossibile non pensare, osservandolo, che Tarr stia parlando anche dell’uomo contemporaneo. Di una civiltà che continua a produrre, consumare, costruire, ripetere, senza interrogarsi sul senso di quella ripetizione. I personaggi del film non sono eroi tragici. Sono esseri umani qualunque. Continuano a vivere perché vivere è ciò che hanno sempre fatto. Forse tutta la loro dignità risiede proprio qui. Nel non smettere. Nel continuare ad apparecchiare una tavola anche quando il mondo sembra aver dimenticato il motivo per cui esiste una tavola. La musica di Mihály Víg ritorna come una lenta respirazione. Poche note, sempre le stesse, che sembrano emergere dal vento invece che accompagnarlo. È una melodia che non cerca di guidare le emozioni dello spettatore. Le lascia sedimentare, come la pioggia che lentamente impregna la terra.
Si è spesso parlato del pessimismo di Béla Tarr. Ma forse The Turin Horse non è un film pessimista. È un film radicalmente onesto. Non promette consolazioni, perché la realtà non ne offre. Non costruisce speranze artificiali, perché sa che anche la speranza può consumarsi. Ci invita invece a guardare ciò che normalmente rifiutiamo di vedere: la fatica dell’esistere, la ripetizione dei giorni, la vulnerabilità dei corpi, il tempo che lentamente consuma ogni cosa. Eppure, paradossalmente, è proprio in questa esposizione al limite che il film trova una forma inattesa di compassione. Guardare questi due esseri umani continuare a vivere, nonostante tutto, significa riconoscere qualcosa di noi stessi. In fondo, non siamo così diversi. Anche le nostre vite sono sostenute da piccoli rituali. Ci svegliamo, prepariamo il caffè, andiamo al lavoro, forse troviamo il tempo per un’attività sportiva, rientriamo a casa, ceniamo, ci corichiamo. Il giorno dopo ricominciamo.
Sapere che The Turin Horse è stato l’ultimo film del regista ungherese rende la visione ancora più intensa. Non perché debba essere letto come un testamento, ma perché possiede la lucidità di un’opera giunta al limite della propria ricerca. Dopo un film così sembra che il cinema stesso non abbia più nulla da aggiungere. Solo il silenzio. Quando lo schermo si oscura definitivamente, resta addosso una sensazione difficile da nominare. Non è tristezza. Non è angoscia. È qualcosa di più sottile: la consapevolezza di aver trascorso oltre due ore a osservare il tempo nella sua forma più nuda. Di aver visto il cinema liberarsi di ogni artificio, fino a diventare pura presenza. Pura esperienza. Pura vita. Forse è questo il lascito più profondo di The Turin Horse. Non una riflessione sul nichilismo, né una metafora della fine, ma un invito a sostare davanti a ciò che resta quando tutto il superfluo è stato sottratto. A restare lì. Fino a quando non resta più nulla da vedere.

Voto: ★★★★★








