An Elephant Sitting Still 

An Elephant Sitting Still (2018) – Hu Bo

An Elephant Sitting Still è un’opera che trascende la narrazione cinematografica per farsi esperienza esistenziale, un viaggio nella disperazione, nell’alienazione e nel desiderio di fuga che si dipana con il ritmo inesorabile della vita stessa. Hu Bo, con il suo unico lungometraggio, consegna al cinema contemporaneo un testamento di rara profondità, un grido soffocato che riecheggia nel silenzio di una società che ha dimenticato l’essenza dell’umanità. Il film si insinua negli spazi vuoti dell’esistenza, nei gesti minimi, nelle parole non dette, nei volti segnati da una stanchezza che sembra irreversibile. In un panorama cinematografico spesso affollato da effetti speciali e narrazioni rapide, l’approccio di Hu Bo appare quasi anacronistico e tuttavia di un’urgenza sorprendente: più che compiacere, egli vuole che lo spettatore viva la stessa pressione che grava sui personaggi, come se, nello scrutare i loro sguardi svuotati di speranza, ci si ritrovasse a condividere un senso di sradicamento irreparabile.

La giornata dei quattro protagonisti si consuma nel grigio di una città senza nome, un intreccio di palazzi decadenti e strade vuote che diviene specchio di un mondo in disfacimento. Wei Bu, adolescente schiacciato da un sistema che non offre scampo, reagisce con un gesto impulsivo che lo costringe a fuggire verso l’ignoto. Huang Ling, prigioniera di una relazione proibita e di una solitudine ancor più opprimente, vaga alla ricerca di un calore che si dissolve a ogni passo. Il signor Wang, anziano relegato ai margini dalla sua stessa famiglia, sperimenta l’inesorabile scivolare verso l’irrilevanza. Yu Cheng, giovane uomo tormentato dal rimorso, porta sulle spalle un passato che non concede redenzione. Ciascuno, per ragioni diverse, volge lo sguardo a Manzhouli, dove si dice che un elefante rimanga seduto, immobile e insensibile al dolore del mondo. L’anonimato di questa città, con i suoi cieli plumbei e i corridoi infiniti, rende ogni via di fuga una chimera: nei volti irrigiditi e negli spazi compressi si riflette l’assenza di orizzonti possibili.

Eppure l’elefante, più che semplice meta, diventa la proiezione di un desiderio di sospensione: un bisogno impellente di arrestare il frastuono dell’esistenza senza dover lottare o spiegare. In un universo che spinge costantemente all’azione, l’idea di fermarsi è già una ribellione, un gesto estremo di autodifesa che cerca di preservare l’intimità più profonda. Non c’è rassegnazione in questa immobilità, bensì la disperata ricerca di una tregua: come un totem, l’elefante accoglie la speranza di chi lo osserva, forse per concedere almeno un momento di silenzio, un interludio di respiro. Ma l’umanità ferita di An Elephant Sitting Still continua a muoversi, perché per chi soffre non esiste stasi definitiva: l’urgenza di fuggire dalla propria miseria è più forte di ogni desiderio di resa.

Hu Bo non si limita a raccontare la sofferenza: la fa vivere con lunghe sequenze che catturano i personaggi nelle loro ore più tetre. La macchina da presa li insegue senza tregua, intrappolata anch’essa in una sorte da cui non riesce a deviare. Ogni scena si dilata in un tempo sospeso, costringendo lo spettatore a partecipare all’angoscia di chi abita uno spazio claustrofobico. Non si cerca la catarsi, né il conforto: soltanto la nuda realtà, cruda e priva di orpelli. L’estetica dei piani sequenza diventa una sfida alla fruizione comune, privando di pause o scorciatoie narrative: la fatica di vivere si riflette nella fatica di guardare, di rimanere presenti fino all’ultimo, senza poter distogliere gli occhi.

Anche il contesto urbano che Hu Bo ritrae non lascia speranze di pacificazione: una Cina dalle città cresciute troppo in fretta, spazi di disumanizzazione dove gli individui sembrano ombre alla deriva. Le relazioni umane sono fragili, segnate dall’opportunismo e dalla violenza, con famiglie incapaci di offrire un riparo affettivo. In questo mondo fatto di cemento e competizione, persino il silenzio diventa assordante, interrotto solo da rumori di passi su superfici umide e suoni ambientali che pesano come macigni. Eppure, proprio in questi luoghi di desolazione, si intravedono minuscoli bagliori di solidarietà: un sorriso appena accennato, un gesto inaspettato, un lampo di premura che brilla nel buio. Sono squarci di umanità che, pur se rari e fuggevoli, confermano l’istinto di resistenza di chi ancora non si è lasciato spegnere del tutto.

La fotografia fredda e desaturata sottolinea il senso di isolamento, come se ogni traccia di colore fosse stata tolta per rivelare l’ossatura gelida di un’esistenza al limite. La colonna sonora, di fatto assente, amplifica la percezione del silenzio e dei rumori di fondo: l’eco incessante dei motori, i respiri affannati, le frasi strappate a mezza voce. Non è un cinema di seduzione o evasione, ma un’esperienza che obbliga a rimanere, ad ascoltare, a confrontarsi con la materia grezza della vita stessa. Ogni suono, anche il più banale, diventa testimonianza di un’umanità che, pur nel dolore, persiste.

La morte prematura di Hu Bo, avvenuta poco dopo la conclusione del film, proietta un’ombra ancora più cupa su An Elephant Sitting Still: la sua scomparsa a soli ventinove anni trasforma l’opera in un testamento artistico e umano, suggellando in ogni fotogramma l’inquietudine e la sensibilità di chi forse non riusciva più a trovare un posto nel mondo. Il film è così un monumento alla disperazione e un grido d’aiuto inascoltato, oltre che un capolavoro del cinema contemporaneo. In questa unicità sofferta, si rivela la forza di un autore che, attraverso la lente poetica della propria inquietudine, ha lasciato un segno indelebile.

Alla fine, ciò che resta non è solo l’immagine di un elefante immobile in un angolo remoto del mondo, ma la consapevolezza che, nonostante tutto, l’uomo continua a cercare un senso, a muoversi, a desiderare un altrove. An Elephant Sitting Still non è una storia di fuga, ma di resistenza. Non una resa, ma un atto estremo di testimonianza. In un mondo che divora i suoi figli senza pietà, il film di Hu Bo è una ferita aperta, un grido soffocato, un invito a guardare senza paura negli occhi della disperazione. E proprio in questo sguardo che non si distoglie sta il senso ultimo del film: solo chi ha il coraggio di resistere al vuoto, di rimanere presente di fronte al dolore, può sperare di scorgere, tra le macerie, la scintilla di una possibile verità. Così, la marcia ostinata dei protagonisti verso l’ignoto si fa simbolo di un’umanità che, nonostante ogni ostacolo, non rinuncia a vivere. E l’elefante, immobile e impassibile, diventa il riflesso di un desiderio collettivo di sospensione, di pietà, di un istante di tregua in cui smettere di lottare e ascoltare, finalmente, il silenzio che ha tanto da raccontare.

Voto: ★★★★☆

TOP 20 MIGLIORI FILM DEL 2018

  • 20. Ready Player One – Steven Spielberg
  • 19. Unsane – Steven Soderbergh
  • 18. The Trial – Sergei Loznitsa
  • 17. Capri-Revolution – Mario Martone
  • 16. The Man Who Killed Don Quixote – Terry Gilliam
  • 15. Your Face – Tsai Ming-liang
  • 14. Burning – Lee Chang-dong
  • 13. Zan – Shin’ya Tsukamoto
  • 12. Mandy – Panos Cosmatos
  • 11. Season of the Devil – Lav Diaz

TOP 10 + 1

10. Spider-Man: Into the Spider-Verse – Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman ex aequo Nuestro Tiempo – Carlos Reygadas

Spider-Man: Into the Spider-Verse

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Manifesto delle incredibili possibilità dell’animazione contemporanea, nonché probabilmente il miglior film dell’amichevole Spider-Man di quartiere sul grande schermo e di ogni sorta di cinecomics.

Nuestro Tiempo – Carlos Reygadas

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Dopo “Post tenebras lux” ancora tenebra(s) in questa sperimentazione (meta) cinematografica che è “Nuestro tiempo”, in cui gli alter ego di Reygadas e sua moglie si muovono in una dimensione di precaria intimità coniugale nel tentativo di preservare un’amore ormai consumato dal (loro) tempo. Ennesimo grande film del cineasta messicano nonostante si conceda spesso dei momenti di autocompiacimento.

9. Shoplifters – Hirokazu Kore-da

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Palma d’oro al festival di Cannes, shoplifter racconta con grande sincerità e intelligenza la quotidianità di una famiglia di “miserabili” che tenta di sbarcare il lunario come può con taccheggi e furtarelli, ma all’insegna dell’amore reciproco e dell’importanza della famiglia come legame etico e non di sangue.

8. Roma – Alfonso Cuarón

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Indubbiamente il culmine della carriera cinematografica di Cuaròn, Roma è un meraviglioso ritratto intimo e toccante di una famiglia borghese messicana alla deriva nei primi anni settanta, dal sapore fortemente autobiografico

7. Lazaro Felice – Alice Rohrwacher

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Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Lazzaro felice è un’opera di rara bellezza che illustra la bontà umana in un mondo inumano… continua

6. An Elephant Sitting Still – Hu Bo

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Il lasciato del regista Hu bo, che al termine del montaggio si è tolto la vita, è un’opera che riflette probabilmente la visione del mondo del suo autore: un modo spietato, crudele e privo di alcuna compassione per individui come i quattro protagonisti che, ciascuno segnato dalla vita per un motivo diverso, sembrano ancora legati a questo mondo dal solo desiderio di vedere, a Manzhouli, un elefante che se ne sta tutto il giorno immobile, seduto, come se il resto del mondo non esistesse.

5. Phantom Islands – Rouzbeh Rashidi

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Il mio 2018 cinematografico non poteva che esordire con Rouzbeh Rashidi, tra gli autori sperimentali più capaci e interessanti in circolazione e già presente qui sul blog con tre opere: He, che affronta in modo assai originale il tema del suicidio; Ten Years In the Sun Trailers che portano avanti un nuovo personale linguaggio filmico del regista operando un’indagine sulla natura più profonda del cinema e delle sue infinite potenzialità…continua

4. Suspiria – Luca Guadagnino

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Guadagnino decostruisce magnificamente l’originale, concependo di fatto un nuovo film, più vicino per atmosfera e contenuti socio-politico a Fassbinder e Zulawski. Tale operazione filmica paga, perché questo Suspiria è un’opera sorprendente che nella fredda e grigia Berlino divisa del 1977, in sei atti, inscena attraverso delle superbe coreografie di danza e di morte il dispiegarsi del male sotto le sembianze di una candida ragazza americana che, da figlia alla ricerca di una maternità idolatrata, si erge a Mater Suspiriorum.

3. The House That Jack Built – Lars von Trier

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Lars von Trier torna a Cannes probabilmente con la sua opera più tremenda e scioccante, ma anche la più personale. Infatti non è difficile riconoscere nel protagonista Jack, un serial killer sociopatico costantemente in bilico tra la follia e rari momenti di lucidità, che concepisce l’omicidio come atto creativo o meglio opera d’arte, lo stesso Lars, autore da sempre tormentato e al centro di continue critiche, anche se in realtà non fa altro che perseguire l’arte attraverso il cinema. The House That Jack Built segna decisamente un ritorno in grande stile di Lars, reso ancora più sontuoso dal meraviglioso finale surreale del film.

2. Hotel by the River – Hong Sang-soo

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Hong Sang-soo realizza un’opera di rara bellezza, poetica e annichilente allo stesso tempo, riflettendo come non mai sulla morte, o meglio sul sentimento della morte di cui è portatore l’anziano poeta Younghwan e sul distacco dai legami familiari (tra padre e figli) e d’amore, come quello della giovane donna tradita che si crogiola con la comprensione di un’amica, nel suo dolore. Tutto viene rappresentato, con un magnifico bianco e nero, nei pressi di un solitario hotel lungo il fiume Han, in un’atmosfera di sospensione temporale evocata da una sconfinata distesa innevata. Indubbiamente il film più bello del 2018.

1. Le livre d’image – Jean-Luc Godard

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L’ultima opera dell’intramontabile regista francese è un grande film-saggio sul nostro mondo descritto attraverso l’immagine libera dalla parola, cioè con un immagine non più in rapporto dialettico con la parola e il suo significato. Godard ri-mescola immagini tratte da altri film a digitalizzazioni di altre con effetti di straniamento provocato dall’uso di musica classica fermata bruscamente, di scritte sovraimpresse, dissolvenze in nero e commenti in voice-over, affermando così l’arte cinematografica come installazione visiva più che come narrazione.

+ 1. The Other Side Of The Wind – Orson Welles

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