Top 10 Migliori Film del 2020

10. Funny Face – Tim Sutton

9. Possessor – Brandon Cronenberg

8. The Woman Who Ran – Hong Sang-soo

7. Genus Pan – Lav Diaz

6. Red Moon Tide – Lois Patiño

5. Liminal – Manuela De Laborde, Lav Diaz, Óscar Enríquez, Philippe Grandrieux

4. The Cloud in Her Room –  Zheng Lu Xinyuan

3. Homo Sapiens Project (200) (2000-2020) – Rouzbeh Rashidi

2. Days – Tsai Ming-liang

  1. City Hall –  Frederick Wiseman

Hotel by the River

Hotel by the River (2018) – Hong Sang-soo

Girato in un austero bianco e nero e permeato da una malinconia crepuscolare, Hotel by the River rappresenta forse il culmine artistico del prolifico autore coreano. Mai come in questo film, Hong Sang-soo riflette sulla vita e soprattutto sulla morte, dando vita a uno dei suoi lavori più profondi, poetici e struggenti.

Ambientato in un piccolo e remoto hotel lungo il fiume Han, avvolto da un paesaggio invernale quasi irreale, il film segue le giornate di un anziano poeta che, senza una ragione apparente, sente avvicinarsi la propria fine. L’uomo si trova lì da tempo, come se avesse scelto quel luogo per attendere in solitudine il compiersi del proprio destino. Tuttavia, consapevole di aver trascurato per anni il rapporto con i suoi due figli, decide di convocarli per un ultimo incontro, forse nel tentativo di ricucire un legame ormai logorato dalla distanza e dal tempo. I due giovani accolgono l’invito e si recano all’hotel, ma per un inspiegabile gioco del destino, nonostante lo spazio ristretto, l’incontro tra loro e il padre sembra continuamente sfuggire. Si cercano, si sfiorano, si avvicinano eppure non riescono mai a trovarsi davvero, come se un velo invisibile li separasse. E quando finalmente il confronto avviene, il momento scivola via con la stessa inconsistenza della neve che si scioglie sotto i passi. I due figli, ormai adulti, portano sulle spalle il peso delle proprie esistenze fragili e imperfette. Uno ha alle spalle un matrimonio fallito, l’altro è incapace di costruire relazioni sentimentali a causa di un’inquietudine più profonda, forse radicata in una figura materna troppo opprimente. Entrambi, pur rispondendo alla chiamata del padre, sembrano emotivamente distanti, incapaci di manifestare un reale coinvolgimento. Il poeta, a sua volta, è un uomo che, pur avendo dedicato la sua vita alla parola e alla bellezza della poesia, si ritrova ora solo, spettatore silenzioso di un’esistenza che sembra avergli sottratto l’unica cosa che conta davvero: il contatto umano autentico.

Nel medesimo hotel soggiornano anche due giovani donne, la cui presenza introduce un secondo racconto parallelo, altrettanto delicato e struggente. Una di loro è fuggita lì per ritrovare se stessa dopo il tradimento dell’uomo che amava. L’altra, sua amica, è con lei per offrirle conforto, per tenerle la mano nel dolore. Le due trascorrono gran parte del tempo rannicchiate l’una accanto all’altra, condividendo confidenze e silenzi, alternando brevi passeggiate nella neve a momenti di quieta intimità. A differenza degli uomini, prigionieri della propria incapacità comunicativa, le due donne si aprono l’una all’altra con una sincerità disarmante. Nei loro sguardi e nei loro abbracci si percepisce un’empatia profonda, una dolcezza che sfida la durezza della vita e il gelo dell’inverno.

Hong Sang-soo costruisce un universo in cui il mondo maschile e quello femminile appaiono quasi come due dimensioni parallele, destinate a non toccarsi mai davvero. Il poeta, tuttavia, diventa il solo elemento di connessione tra questi due poli. Affascinato dalla grazia e dalla bellezza delle due giovani, si lascia ispirare dalla loro presenza e, dopo un lungo periodo di silenzio creativo, trova nuovamente la forza di comporre versi. È un momento fugace, un guizzo di ispirazione nel bel mezzo del vuoto esistenziale, un’illusione che illumina temporaneamente l’oscurità. L’hotel stesso diventa un simbolo potente di questa riflessione sulla vita e sulla morte: un luogo di passaggio, di sospensione, in cui il tempo sembra essersi fermato, ma dove le esistenze dei suoi ospiti continuano a scorrere, sfiorandosi senza mai intrecciarsi veramente. A fargli eco c’è il fiume Han, che scorre imperturbabile accanto alla struttura, incarnando l’inesorabilità del tempo e la transitorietà della vita umana.

Attraverso il suo inconfondibile stile minimalista, fatto di lunghe inquadrature, dialoghi apparentemente banali e momenti di silenzio eloquente, Hong Sang-soo riesce ancora una volta a trasformare la quotidianità in poesia. Il suo cinema è un cinema di dettagli: un gesto esitante, uno sguardo abbassato, un bicchiere di soju sorseggiato nel freddo dell’inverno. Ma in questi dettagli si nasconde un universo di significati, un’intera riflessione sulla condizione umana, sull’amore, sulla perdita e sulla solitudine.

In definitiva, Hotel by the River è una meditazione dolceamara sul senso della vita, un’opera che lascia un segno profondo per la sua delicatezza e la sua capacità di catturare l’incomunicabilità tra gli esseri umani. Hong Sang-soo osserva con sguardo limpido e malinconico la fragilità dei legami, il lento scivolare del tempo e l’impossibilità di trattenere ciò che inevitabilmente sfugge. È un film sulla memoria e sull’oblio, sulla distanza che si insinua tra le persone e sulla vana speranza di colmare quel vuoto prima che sia troppo tardi. Come il fiume Han che scorre accanto all’hotel e la neve che si posa lieve prima di dissolversi, la vita si consuma nel silenzio, sospesa tra il desiderio di restare e l’inevitabilità del distacco. Nel suo bianco e nero essenziale, Hotel by the River restituisce un mondo in bilico tra la presenza e l’assenza, tra la parola e il silenzio, tra ciò che è stato e ciò che è destinato a perdersi. Nulla si arresta, nulla si trattiene: resta solo l’ombra di un attimo, il riflesso di un addio che si dissolve nel tempo, come neve che si scioglie senza lasciare traccia.

Voto: ★★★★☆

TOP 20 MIGLIORI FILM DEL 2018

  • 20. Ready Player One – Steven Spielberg
  • 19. Unsane – Steven Soderbergh
  • 18. The Trial – Sergei Loznitsa
  • 17. Capri-Revolution – Mario Martone
  • 16. The Man Who Killed Don Quixote – Terry Gilliam
  • 15. Your Face – Tsai Ming-liang
  • 14. Burning – Lee Chang-dong
  • 13. Zan – Shin’ya Tsukamoto
  • 12. Mandy – Panos Cosmatos
  • 11. Season of the Devil – Lav Diaz

TOP 10 + 1

10. Spider-Man: Into the Spider-Verse – Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman ex aequo Nuestro Tiempo – Carlos Reygadas

Spider-Man: Into the Spider-Verse

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Manifesto delle incredibili possibilità dell’animazione contemporanea, nonché probabilmente il miglior film dell’amichevole Spider-Man di quartiere sul grande schermo e di ogni sorta di cinecomics.

Nuestro Tiempo – Carlos Reygadas

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Dopo “Post tenebras lux” ancora tenebra(s) in questa sperimentazione (meta) cinematografica che è “Nuestro tiempo”, in cui gli alter ego di Reygadas e sua moglie si muovono in una dimensione di precaria intimità coniugale nel tentativo di preservare un’amore ormai consumato dal (loro) tempo. Ennesimo grande film del cineasta messicano nonostante si conceda spesso dei momenti di autocompiacimento.

9. Shoplifters – Hirokazu Kore-da

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Palma d’oro al festival di Cannes, shoplifter racconta con grande sincerità e intelligenza la quotidianità di una famiglia di “miserabili” che tenta di sbarcare il lunario come può con taccheggi e furtarelli, ma all’insegna dell’amore reciproco e dell’importanza della famiglia come legame etico e non di sangue.

8. Roma – Alfonso Cuarón

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Indubbiamente il culmine della carriera cinematografica di Cuaròn, Roma è un meraviglioso ritratto intimo e toccante di una famiglia borghese messicana alla deriva nei primi anni settanta, dal sapore fortemente autobiografico

7. Lazaro Felice – Alice Rohrwacher

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Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Lazzaro felice è un’opera di rara bellezza che illustra la bontà umana in un mondo inumano… continua

6. An Elephant Sitting Still – Hu Bo

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Il lasciato del regista Hu bo, che al termine del montaggio si è tolto la vita, è un’opera che riflette probabilmente la visione del mondo del suo autore: un modo spietato, crudele e privo di alcuna compassione per individui come i quattro protagonisti che, ciascuno segnato dalla vita per un motivo diverso, sembrano ancora legati a questo mondo dal solo desiderio di vedere, a Manzhouli, un elefante che se ne sta tutto il giorno immobile, seduto, come se il resto del mondo non esistesse.

5. Phantom Islands – Rouzbeh Rashidi

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Il mio 2018 cinematografico non poteva che esordire con Rouzbeh Rashidi, tra gli autori sperimentali più capaci e interessanti in circolazione e già presente qui sul blog con tre opere: He, che affronta in modo assai originale il tema del suicidio; Ten Years In the Sun Trailers che portano avanti un nuovo personale linguaggio filmico del regista operando un’indagine sulla natura più profonda del cinema e delle sue infinite potenzialità…continua

4. Suspiria – Luca Guadagnino

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Guadagnino decostruisce magnificamente l’originale, concependo di fatto un nuovo film, più vicino per atmosfera e contenuti socio-politico a Fassbinder e Zulawski. Tale operazione filmica paga, perché questo Suspiria è un’opera sorprendente che nella fredda e grigia Berlino divisa del 1977, in sei atti, inscena attraverso delle superbe coreografie di danza e di morte il dispiegarsi del male sotto le sembianze di una candida ragazza americana che, da figlia alla ricerca di una maternità idolatrata, si erge a Mater Suspiriorum.

3. The House That Jack Built – Lars von Trier

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Lars von Trier torna a Cannes probabilmente con la sua opera più tremenda e scioccante, ma anche la più personale. Infatti non è difficile riconoscere nel protagonista Jack, un serial killer sociopatico costantemente in bilico tra la follia e rari momenti di lucidità, che concepisce l’omicidio come atto creativo o meglio opera d’arte, lo stesso Lars, autore da sempre tormentato e al centro di continue critiche, anche se in realtà non fa altro che perseguire l’arte attraverso il cinema. The House That Jack Built segna decisamente un ritorno in grande stile di Lars, reso ancora più sontuoso dal meraviglioso finale surreale del film.

2. Hotel by the River – Hong Sang-soo

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Hong Sang-soo realizza un’opera di rara bellezza, poetica e annichilente allo stesso tempo, riflettendo come non mai sulla morte, o meglio sul sentimento della morte di cui è portatore l’anziano poeta Younghwan e sul distacco dai legami familiari (tra padre e figli) e d’amore, come quello della giovane donna tradita che si crogiola con la comprensione di un’amica, nel suo dolore. Tutto viene rappresentato, con un magnifico bianco e nero, nei pressi di un solitario hotel lungo il fiume Han, in un’atmosfera di sospensione temporale evocata da una sconfinata distesa innevata. Indubbiamente il film più bello del 2018.

1. Le livre d’image – Jean-Luc Godard

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L’ultima opera dell’intramontabile regista francese è un grande film-saggio sul nostro mondo descritto attraverso l’immagine libera dalla parola, cioè con un immagine non più in rapporto dialettico con la parola e il suo significato. Godard ri-mescola immagini tratte da altri film a digitalizzazioni di altre con effetti di straniamento provocato dall’uso di musica classica fermata bruscamente, di scritte sovraimpresse, dissolvenze in nero e commenti in voice-over, affermando così l’arte cinematografica come installazione visiva più che come narrazione.

+ 1. The Other Side Of The Wind – Orson Welles

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