Una battaglia dopo l’altra (2025) – Paul Thomas Anderson
Una battaglia dopo l’altra è una radiografia morale del nostro tempo, un affresco inquieto che scruta il passato per interrogare il presente. Paul Thomas Anderson costruisce un film che sembra germogliare da un dolore collettivo: la consapevolezza che l’ideale si sia consumato, che la politica si sia fatta spettacolo, che la violenza abbia ritrovato il diritto di parola. Ma invece di arrendersi al cinismo, il regista sceglie un’altra via: quella della malinconia e della riflessione, di una speranza ferita ma ancora viva — e, soprattutto, dell’amore familiare come residuo di verità in un mondo disilluso.
Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio), un tempo Pat Calhoun — detto “Ghetto Pat” o “Rocketman” — è un ex militante del gruppo rivoluzionario French 75. Dopo la dissoluzione dei sogni e la perdita dei compagni, è naufragato in un’esistenza marginale. Vive nella città-santuario di Baktan Cross, immerso in un torpore di droga e alcol, insieme alla figlia Willa, alla quale ha mentito sulla madre, Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor): militante irriducibile, madre assente, figura ormai mitizzata e quasi spettrale. La scomparsa di Willa lo costringe a riaprire le ferite della memoria e a tornare nei sotterranei del potere, in quei labirinti dove la rivoluzione si è dissolta nel compromesso.
La ricerca della figlia diventa una discesa nell’inferno del presente. Anderson mette in scena un’America che ha fatto della paura una liturgia: un paese lacerato, attraversato da nuove forme di supremazia bianca che non si impongono più attraverso la brutalità dei simboli, ma attraverso la seduzione del linguaggio democratico. Lockjaw (Sean Penn), vecchio nemico e amante di Perfidia, incarna questa metamorfosi del potere: un leader carismatico che predica purezza, ordine e sicurezza mentre costruisce un sistema fondato sull’esclusione e sulla violenza. Invitato nei Pionieri del Natale, setta elitaria di suprematisti, diventa il volto rassicurante di un fanatismo che si traveste da razionalità — il rappresentante visibile di un ordine occulto che si muove nell’ombra perché nulla cambi davvero. Anderson non lo demonizza: lo osserva con lucidità, riconoscendo nel seduttore politico e nella sua retorica del consenso il sintomo di un’epoca in cui la violenza ideologica si maschera da equilibrio e la retorica del bene comune diventa linguaggio di dominio.
È qui che il film tocca la contemporaneità più profonda. Il mondo di Una battaglia dopo l’altra non è una distopia, ma una lieve deformazione del reale: una società che ha normalizzato il razzismo, istituzionalizzato la xenofobia e trasformato l’indifferenza in virtù civile. L’immigrazione non è un tema collaterale, ma la ferita viva che attraversa la trama. Nei quartieri dove Bob si nasconde — tra comunità miste e solidali — si consuma una forma di (r)esistenza silenziosa: quella dei corpi che persistono, che si curano, che continuano a proteggersi a vicenda. Figure come il Sensei Sergio St. Carlos (Benicio Del Toro), mentore dei rifugiati e custode di una fragile umanità, incarnano la dignità invisibile di un’America parallela, fatta di solidarietà e sopravvivenza. È il contrappunto umano al potere disumano: il ricordo che la giustizia nasce sempre dal basso, che la verità si conserva nella cura reciproca più che nella vittoria.
Anderson non giudica: contempla. Nella sua visione, la supremazia bianca e la paura dell’altro non sono eccezioni patologiche, ma l’eco costante di un sistema che continua a ripetere le proprie ossessioni — il controllo, la purezza, la frontiera. La sua regia procede con calma ipnotica, come chi sa che la storia è destinata a ripetersi. Lockjaw parla la lingua dei populismi contemporanei, delle retoriche securitarie, dei nazionalismi digitali; i suoi “riti” evocano la teatralità dei media, le sue ossessioni d’appartenenza ricordano le polarizzazioni sociali che oggi attraversano il mondo.
Contro questa logica della paura, Una battaglia dopo l’altra oppone il gesto fragile ma incandescente dell’affetto. Bob non è un eroe, ma un uomo spezzato, disilluso, che continua a credere nella possibilità di comprendere, di proteggere, di amare. In lui Anderson riconosce una politica del sentimento: l’ultimo gesto sovversivo possibile, fondato sul riconoscimento dell’altro come essere umano, non come categoria. Willa diventa la coscienza del film, la generazione che eredita i conflitti ma rifiuta di perpetuarli. La sua ribellione — sospesa tra la rabbia rivoluzionaria e l’ordine autoritario — è una rivolta dell’empatia contro l’ideologia. In lei si compie un’idea nuova di rivoluzione: non quella delle armi o delle bandiere, ma quella del meticciato, della contaminazione, dell’apertura.
Legando passato e presente, Anderson compone un ritratto impietoso ma profondamente umano del mondo contemporaneo: un mondo che ha smarrito la fiducia nel futuro ma continua a cercarla nei gesti più elementari — un padre, una figlia, una mano tesa verso chi è diverso. Una battaglia dopo l’altra parla del rischio di dimenticare ciò che ci unisce e della necessità di ritrovare un linguaggio comune dopo la frattura.
In un’epoca segnata dal sospetto, dalla disinformazione e dal ritorno dei confini, Anderson realizza un film che è insieme elegia e ammonimento. Ricorda che le battaglie non finiscono mai: ogni volta che la paura sembra vinta, essa muta forma, ritorna, si traveste. Ma ricorda anche che resistere significa restare sensibili — continuare a vedere, a ricordare, a credere nella possibilità di un noi. In definitiva, Una battaglia dopo l’altra è il ritratto commosso di un mondo che vacilla ma non si arrende: un’opera che parla del presente con la lingua del mito e che, dopo il disincanto, consegna una verità fragile ma necessaria — che l’unica rivoluzione possibile nasce dallo sguardo capace di riconoscere ancora l’umano nell’altro.

Voto: ★★★★☆