Mickey 17

Mickey 17  (2025) – Bong Joon-ho

Esiste una soglia, nel corpo e nella mente, oltre la quale l’essere umano smette di essere soggetto e diventa funzione. Mickey 17, di Bong Joon-ho, tratto dal romanzo Mickey7 di Edward Ashton, abita quella soglia con lucida inquietudine e compassione trattenuta. Non immagina un futuro: lo riconosce. Non descrive un’utopia alla deriva, ma un presente che ha già incorporato la logica della sostituzione. In un mondo dove la morte è una questione di gestione, la coscienza un file aggiornabile e il corpo un supporto biologico riutilizzabile, ciò che resta da difendere è la possibilità stessa di esistere come singolarità.

La Terra, in un futuro non troppo lontano, è ormai prossima al collasso. Sovrappopolazione, disastri climatici, disintegrazione sociale: ogni istituzione è diventata sintomo. E così una speranza è lo spazio, nella colonizzazione di un nuovo mondo: Niflheim. A guidare il progetto è Kenneth Marshall, ex politico fallito, ora leader assoluto di una nuova civiltà. Marshall non rappresenta semplicemente un’autorità dispotica: è il volto rassicurante e spietato di un potere che non tollera l’alterità. La sua visione è assoluta, chiusa, simmetrica. Tutto ciò che non si allinea, che non riflette la propria idea di ordine, va annientato. Non si tratta di governare: si tratta di purificare. Il suo progetto non è solo amministrativo, ma teologico: creare una nuova civiltà umana migliore e più “pura” della precedente. Il diverso non è avversario, è eresia.

Mickey Barnes, figura tragicamente anonima, si arruola nella colonia insieme all’amico Timo dopo una fuga disperata da  un gangster usuraio. Timo trova impiego come pilota. A Mickey spetta il compito più degradante: diventare un Sacrificabile. Il suo ruolo consiste nel morire: testare farmaci, attraversare ambienti letali, affrontare missioni suicide. Ogni volta che muore, una stampante biologica rigenera una nuova versione del suo corpo, con memoria e personalità quasi intatte. Diciassette versioni in quattro anni. Tutte identiche, tutte sostituibili. Ma ogni volta un po’ meno umane. Mickey è il paradigma del lavoratore assoluto: utile, replicabile, senza diritto alla singolarità. Eppure, qualcosa resiste. Una fessura nel meccanismo. Una relazione, fragile ma insistente: quella con Nasha Barridge, agente della colonia che resta accanto a ogni versione di Mickey. Lo ama. Lo cura. Lo riconosce. E nel suo sguardo si conserva, contro ogni logica, l’idea che non tutte le vite siano intercambiabili. È una presenza silenziosa che custodisce la possibilità dell’unico, anche nell’epoca della moltiplicazione.

L’anomalia si manifesta quando Mickey 17, dato per morto, sopravvive. Ma nel frattempo è già stato stampato Mickey 18. Due copie della stessa coscienza, due versioni compatibili solo in apparenza. Il sistema non contempla la coesistenza: due cloni non possono occupare lo stesso spazio. Uno dei due deve essere eliminato. Mickey 18, carico di rabbia e di un istinto primordiale di sopravvivenza, tenta così di annientare il predecessore. Ma Mickey 17 propone un’altra via: spartirsi l’esistenza, alternarsi. Una scelta assurda per la logica del potere, ma profondamente umana. Il doppio non è più una minaccia, ma una possibilità di integrazione. Mickey 18 non è l’altro, ma il sé rimosso: la rabbia repressa, la coscienza che si rifiuta di continuare a morire. È il ritorno dell’elemento non addomesticato, la parte silenziata che ora reclama il proprio diritto all’esistenza.

Attorno a questa frattura si dispiega la struttura totalitaria del potere coloniale. Marshall governa senza esercitare violenza visibile. La sua forza è l’indifferenza sistemica. La morte non è tragedia, ma interruzione di processo. Il lutto è inefficiente. L’identità è un margine di errore. I Sacrificabili muoiono senza lasciare traccia, perché nulla in loro è considerato irripetibile. Marshall non elimina i suoi avversari: li sostituisce. Il suo dominio è fondato sulla rimozione, non sulla repressione. E accanto a lui, come in un contrappunto perfetto, si muove Yifa, la moglie. Figura enigmatica, elegante, ma tragicamente svuotata. Il suo gesto compulsivo — condire ogni cosa con la salsa — è più di una mania: è il sintomo di un mondo che ha perso sapore. In lei si concentra l’alienazione emotiva di una civiltà che ha anestetizzato ogni desiderio in nome del controllo. Non prova nulla, non cerca nulla. Ma corregge ossessivamente tutto ciò che appare imperfetto. Yifa è il volto domestico del disumano: il controllo esercitato nella quotidianità, nella cura rituale, nell’adattamento compulsivo. Non uccide. Ma impedisce di sentire. È raffinata in superficie, svuotata dentro. Il prodotto finale di una cultura che ha trasformato l’emozione in debolezza, il desiderio in automatismo.

La morte, in questo sistema, è stata neutralizzata. Non è più un evento, ma una funzione. Non segna una fine: interrompe una linea produttiva. Il corpo viene rigenerato, la coscienza ripristinata, la missione riprogrammata. Ma senza perdita non esiste alcuna esperienza autentica. Se morire non è più un rischio, vivere non è più una scelta. La vita perde spessore quando la morte perde peso. Eppure Mickey, ogni volta, ha paura. Nonostante le repliche, nonostante la prassi. Ogni morte è nuova, irriducibile, definitiva nel momento in cui accade. E lui lo sa. Lo sente. Come chiunque altro. Teme di non lasciare nulla. Teme che la sua esistenza, replicabile all’infinito, non significhi più niente.

La figura degli Striscianti, le creature autoctone di Niflheim, rompe definitivamente la narrazione coloniale. Sono esseri orribili alla vista, simili a enormi tardigradi, muti, incomprensibili. Per Marshall sono un’anomalia biologica, un fastidio estetico, un ostacolo ideologico. Devono essere sterminati. Non pericolosi, ma non conformi. Sono il fuori-sistema: non assimilabili, non controllabili, non interpretabili. Kenneth Marshall, a metà tra Elon Musk e Trump, avvia così una vera e propria campagna di pulizia etnica contro la specie aliena, sebbene gli invasori, come ricorda Nasha, siano in realtà gli umani: “Siamo noi gli alieni, brutto idiota. Loro qui c’erano già.” E infatti, Mickey 17 viene salvato proprio da loro. Lo accolgono, lo proteggono, lo riconoscono. Non perché è utile, non perché è speciale. Solo perché è vivo. Gli Striscianti non parlano. Non spiegano. Ma custodiscono. E in questo gesto silenzioso si manifesta una forma di empatia che l’umanità ha dimenticato. L’orrore della loro forma diventa specchio del rimosso. Sono l’altro irriducibile che (r)esiste, senza chiedere nulla. Bong Joon-ho non li idealizza, ma ne fa il luogo di un’etica diversa. In loro, la salvezza è un atto gratuito, che non converte né redime, ma semplicemente lascia essere.

Il film dialoga con una genealogia di opere che hanno interrogato la soggettività nel tempo della sua crisi: MoonBlade RunnerEx MachinaSolaris. Ma in Bong la domanda ontologica si contrae in gesto politico: non più “chi siamo?”, ma “chi viene autorizzato a esistere?”. La replica, la cancellazione, l’oblio non sono solo strumenti narrativi: sono forme del potere. E nel cuore di questo meccanismo impersonale, Mickey 17 lascia affiorare un dubbio che inquieta: forse, oggi, l’unicità non è più un dato, ma una scelta. Un atto volontario. Un rischio. E allora non resta che questo: un gesto minimo, quasi impercettibile. Un uomo che, dopo diciassette morti, decide di non morire ancora. Non per cambiare le regole, né per rovesciare il sistema che l’ha replicato, svuotato, dimenticato. Ma perché qualcosa in lui — qualcosa di infinitamente umano — rifiuta di sparire. In un mondo che ha fatto della sostituibilità una legge e della morte un passaggio tecnico, esistere diventa un atto di disobbedienza. Non essere utile, ma essere. Non essere conforme, ma unico. Anche solo per un istante. Anche solo per sé. Non c’è redenzione. Non c’è catarsi. Solo un corpo fragile che resta. Uno sguardo che non si abbassa. Una presenza che, senza clamore, smette di essere sacrificabile. E in quel gesto muto e ostinato — in quell’imperfezione che persiste — c’è già tutto ciò che serve per ricominciare.

Voto: ★★★☆☆