The Strange Thing About the Johnsons 

The Strange Thing About the Johnsons  (2011) – Ari Aster

Frutto di riflessioni su ciò che è ritenuto troppo tabù persino per essere esplorato — al punto da non essere più nemmeno un tabù, ma qualcosa di semplicemente inconcepibile — The Strange Thing About the Johnsons, cortometraggio di diploma realizzato da Ari Aster nel 2011, non si limita a rappresentare l’orrore: lo disseziona con una lucidità spietata, esponendolo alla luce di una riflessione sul perturbante. È un’opera che non si rifugia nella provocazione fine a sé stessa, ma scava nei territori del non detto, là dove il linguaggio sociale vacilla e l’immaginario collettivo tace.

In appena trenta minuti, Aster sovverte i codici del dramma familiare, riconfigurandoli in una parabola disturbante sul silenzio, sul potere, sulla violenza interiorizzata. La trama, nella sua nudità disarmante, è brutale: un figlio abusa sessualmente del padre in modo reiterato e sistematico, all’interno di una casa che, esteriormente, appare come tante altre — serena, borghese, ordinata. Ma non è l’atto in sé a costituire il cuore del film: è ciò che lo avvolge. La vergogna che si stratifica, il mutismo come forma di sopravvivenza, la ritualità delle apparenze che anestetizza ogni grido. Il vero orrore non è l’evento, ma la sua progressiva normalizzazione: il mostruoso che si fa consuetudine, che si insinua nei gesti quotidiani fino a confondersi con l’ordinario. Aster mette in scena un teatro dell’invisibile, dove il dolore non esplode ma si deposita nei dettagli: una cena muta, una fotografia appesa, uno sguardo sfuggente. È una famiglia come tante — ed è proprio questo a inquietare. Nessuna spiegazione clinica, nessun tentativo di patologizzare i personaggi: il cortometraggio si configura come un’allegoria del trauma come architettura, come struttura che si perpetua attraverso la rimozione. Ogni personaggio incarna una funzione: il padre, fragile e spezzato, è la vittima a cui è negata la parola — The Cocoon Man, come il titolo del suo libro autobiografico; la madre, muta e inerte, rappresenta la complicità passiva del sistema; il figlio, lucido e manipolatore, è la perversione del legame affettivo, l’amore deformato in dominio.

La regia è chirurgica. Luci calde, interni ordinati, inquadrature statiche: ogni scelta formale accentua il contrasto tra superficie e profondità. L’estetica richiama quella del “cinema di famiglia”, ma ciò che si dispiega nel quadro è una lenta decomposizione morale. L’assenza di musica, il montaggio asciutto, i dialoghi rarefatti: tutto concorre a costruire un’inquietudine che nasce dal vuoto, dallo scarto tra ciò che si mostra e ciò che si tace.

The Strange Thing About the Johnsons si inserisce così nella genealogia di quel cinema che mette in crisi l’idea stessa di famiglia come luogo protettivo e identitario. Come in Festen di Thomas Vinterberg o Dogtooth di Yorgos Lanthimos, la casa si trasforma in una prigione simbolica, e i legami affettivi diventano strumenti di controllo, colpa, dominio. Ma Aster non cerca lo scandalo: cerca l’origine del trauma, la sua sedimentazione nella carne, nella memoria, nell’abitudine. Il suo gesto è, in fondo, filosofico: dare forma visibile a ciò che la cultura tende a espellere. Rendere dicibile ciò che resta ai margini del linguaggio, e proprio per questo agisce con forza ancora più perturbante.

Il film non offre redenzione, non cerca una catarsi. Alla fine resta soltanto un senso di vuoto, di irreversibilità. Come se ciò che è stato mostrato non potesse più essere rimosso dalla coscienza. E come se il vero protagonista non fosse un individuo, ma un’assenza: il silenzio. Il silenzio che protegge, che avvolge, che divora. Il silenzio che rende tutti, in qualche modo, potenzialmente complici. The Strange Thing About the Johnsons non si limita a turbare: è un dispositivo critico, un’interruzione nel flusso dell’accettabile. Non propone letture, ma lascia affiorare una riflessione radicale. Quanta violenza può nascondersi nei gesti dell’affetto? E fino a che punto può estendersi il rifiuto collettivo di vedere, pur di salvaguardare l’illusione di una normalità rassicurante?

Voto: ★★★★☆