Resurrection

Resurrection (2025) – Bi Gan

C’è qualcosa di profondamente malinconico nell’idea da cui prende forma Resurrection. In un futuro imprecisato, l’uomo ha trovato il modo di sottrarsi alla morte, ma il prezzo dell’immortalità è la rinuncia al sogno. Chi continua a sognare consuma la propria esistenza, come una candela che per produrre luce deve necessariamente bruciare. È difficile immaginare una metafora più trasparente del cinema.

Con Resurrection, Bi Gan sembra infatti portare alle estreme conseguenze un pensiero che attraversava già Kaili Blues e soprattutto Long Day’s Journey Into Night: il cinema non serve a conservare il tempo, ma a perdervisi dentro. L’immagine cinematografica non sconfigge la morte. Al contrario, nasce precisamente dalla consapevolezza che qualcosa sta scomparendo. Filmiamo perché le cose finiscono; ricordiamo perché abbiamo dimenticato; sogniamo perché prima o poi dobbiamo svegliarci. La fantascienza di Resurrection è allora soltanto una soglia. In questo mondo l’umanità ha scelto l’eternità eliminando il sogno, mentre alcuni esseri denominati Phantasmer, o Deliranti, continuano ostinatamente a sognare pur sapendo che questo accorcerà la loro vita. Uno di loro, trovato all’interno di una cinepresa, viene risvegliato da una misteriosa donna, uno dei “Grandi Altri”, che gli ridà vita innestandogli della pellicola cinematografica. Inizia così ad attraversare una successione di incarnazioni, epoche e universi cinematografici.

Bi Gan costruisce il film come una sorta di archeologia del vedere. Le diverse sezioni attraversano forme differenti della storia del cinema e, contemporaneamente, differenti momenti del Novecento cinese. Il muto, l’espressionismo, il noir, il fantastico, il melodramma, il cinema criminale e infine una modernità notturna e impregnata di neon non sono semplicemente citazioni cinefile: diventano differenti modi attraverso cui l’uomo ha imparato a immaginare se stesso. Resurrection può apparire inizialmente respingente proprio per questo. Cercare una continuità narrativa tradizionale significa probabilmente cercare nel film qualcosa che Bi Gan non è interessato a offrire. Le identità mutano, le storie sembrano interrompersi proprio quando iniziamo ad abitarle, gli spazi possiedono la consistenza instabile del ricordo. Non assistiamo tanto alla vita di un personaggio quanto alla migrazione di una coscienza attraverso le immagini.

Eppure una continuità esiste. È quella del desiderio.

Ogni segmento racconta, in fondo, qualcuno che vuole qualcosa che non può trattenere: un corpo, una persona, un’immagine, un’altra vita. Ed è qui che la costruzione teorica di Bi Gan acquista una dimensione emotiva. Dietro l’impressionante esibizione formale di Resurrection si nasconde un’idea semplicissima: forse sogno, memoria e cinema sono la stessa cosa perché permettono tutti di rendere temporaneamente presente ciò che presente non è più. La forma del film non illustra questo pensiero: lo produce. Gli spazi di Bi Gan sembrano continuamente sul punto di dissolversi. Le scenografie hanno talvolta qualcosa di deliberatamente artificiale, quasi fossero il ricordo di scenografie appartenenti ad altri film. Specchi, fumo, oscurità, cera, fuoco e luce ritornano come elementi di una materia cinematografica instabile. Anche i personaggi sembrano meno corpi che apparizioni: entrano nell’immagine, assumono un’identità e infine la abbandonano. Non sorprende che uno dei simboli centrali sia quello della candela. Il sogno consuma la vita nello stesso modo in cui la fiamma consuma la cera. Ma senza quella combustione non esisterebbe luce.

È forse questa l’immagine attraverso cui leggere l’intero film: vivere significa consumarsi.

L’immortalità immaginata da Bi Gan contiene quindi qualcosa di terribile. Un’esistenza infinita privata del sogno non è il superamento della morte, ma una forma diversa di morte: permanenza senza desiderio, durata senza esperienza. Gli uomini immortali non hanno più bisogno delle immagini perché non hanno più bisogno di ricordare ciò che perdono. Il cinema appartiene invece interamente alla mortalità. Per questo Resurrection non è semplicemente l’ennesimo film contemporaneo sulla presunta “morte del cinema”. Bi Gan sembra interessato a qualcosa di più ambiguo. Se il cinema è stato l’arte del Novecento, che cosa rimane quando quel secolo finisce? Il film attraversa significativamente il secolo fino alla notte del 31 dicembre 1999, quando l’attesa del nuovo millennio coincide con l’ultimo grande movimento dell’opera.

Ed è qui che ritorna uno dei gesti più riconoscibili del cinema di Bi Gan: il piano sequenza. Dopo un film costruito attraverso metamorfosi, fratture e reincarnazioni, improvvisamente il tempo sembra ricomporsi. La macchina da presa non vuole più saltare da un’immagine all’altra: vuole semplicemente continuare a esistere. Il piano sequenza diventa qualcosa di più di una dimostrazione tecnica. È quasi un disperato tentativo di non tagliare, perché ogni stacco contiene simbolicamente una piccola morte. Continuare a filmare significa rimandarla. Ed è forse proprio in questo tentativo di prolungare l’immagine che Resurrection rivela fino in fondo la propria natura: quella di un film popolato da immagini diventate fantasmi. Bi Gan guarda al cinema come si guarda qualcosa che si ama mentre sta cambiando forma. Non tenta veramente di salvarlo. Forse sa che non sarebbe possibile. Cerca piuttosto di capire cosa resterà delle sue immagini quando il modo in cui abbiamo imparato a guardarle sarà scomparso. Il titolo acquista allora il suo significato più bello. Resurrezione non significa ritorno. Ciò che risorge non torna mai identico a ciò che era. Attraversa un’altra forma, un altro corpo, forse un altro spettatore. Esattamente come il protagonista attraversa identità differenti, il cinema può sopravvivere soltanto accettando di trasformarsi. Alla fine rimane una sensazione curiosamente semplice per un film tanto monumentale: abbiamo bisogno delle immagini proprio perché non siamo immortali. Forse è questo che Resurrection continua a ripetere per quasi tre ore. Il sogno finisce. Il film finisce. Noi finiamo.

Ma per qualche istante, nel buio di una sala, qualcosa continua a sognare al posto nostro.

Voto: ★★★★☆